Celle saldate nel carcere di Evin, la denuncia della resistenza iraniana
La denuncia sul carcere di Evin apre un quadro inquietante che intreccia escalation militare e repressione interna. Al centro della segnalazione compaiono celle “saldate” e porte metalliche sigillate, descritte come una misura adottata per limitare rivolte ed evasioni, ma che, in un contesto di pericolo crescente, rischia di trasformarsi in una trappola letale. L’attenzione si estende anche a un altro penitenziario di Teheran, indicando possibili pratiche ripetute e non isolate.
celle saldate nel carcere di evin: porte metalliche sigillate
Secondo quanto riportato dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI), le autorità penitenziarie avrebbero iniziato a saldare le porte delle celle nel carcere di Evin. La misura, presentata come un modo per prevenire rivolte, disordini ed evasionI, viene indicata come particolarmente grave anche in circostanze ordinarie.
Nel quadro attuale, segnato da un conflitto riesploso e dal timore di nuovi bombardamenti, il sigillo delle celle viene descritto come potenzialmente catastrofico: i detenuti si troverebbero intrappolati senza possibilità di uscita in caso di incendio, crolli o attacchi aerei.
repressione e condizioni interne: personale ridotto e assenza di assistenza
Le testimonianze che emergono dall’interno di Evin delineano un ulteriore peggioramento delle condizioni operative. La segnalazione parla di riduzione del personale penitenziario e di mancanza di assistenza, con un carcere descritto come in parte abbandonato.
Nei resoconti riferiti dagli attivisti compare l’appello a uscire dalle porte e dalle mura del penitenziario, con l’idea che la chiusura fisica delle celle stia diventando la parte centrale di una escalation dannosa.
ripetizione della pratica: carcere di fashafouyeh a teheran
La denuncia indica che, secondo quanto riportato anche da IranNewsWire, la stessa procedura sarebbe stata adottata nel carcere di Fashafouyeh, sempre a Teheran. La presenza di un ulteriore caso rafforza l’ipotesi di una strategia più ampia, non limitata a un singolo edificio.
la prigione di evin come simbolo della repressione iraniana
Il carcere di Evin è descritto come un punto cardine del sistema repressivo iraniano da decenni. Qui sarebbero stati detenuti oppositori politici, attivisti e giornalisti, insieme a figure di rilievo internazionale tra cui Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace, e Cecilia Sala.
Le organizzazioni per i diritti umani riportano accuse ricorrenti: torture, isolamento, abusi sessuali e percosse. A queste contestazioni si aggiungono condizioni materiali denunciate come sempre più degradate, tra cui mancanza di beni essenziali, assistenza medica ridotta e sovraffollamento.
contesto bellico e repressione interna: rischio di intensificazione delle misure
Il quadro attuale viene considerato determinante. Una commissione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite avrebbe indicato che, dopo l’operazione militare israelo-americana del 28 febbraio, le autorità iraniane potrebbero intensificare la repressione interna, includendo un possibile aumento delle esecuzioni.
Gli esperti Onu, nei giorni scorsi, avrebbero inoltre definito il raid israeliano contro Evin come possibile crimine di guerra, evidenziando il rischio che le strutture detentive vengano coinvolte direttamente nel conflitto. In tale scenario, la scelta di sigillare le celle viene presentata come una misura funzionale a due esigenze: impedire qualsiasi forma di rivolta e mantenere il controllo assoluto anche in condizioni di caos bellico.
condanne a morte ed esecuzioni: aumento delle sentenze capitali
Parallelamente risulterebbe in crescita il numero delle condanne a morte. Secondo quanto riportato da organizzazioni come Iran Human Rights, sarebbero già state emesse decine di sentenze capitali e molte altre potrebbero seguire. Le informazioni riportano che alcune esecuzioni recenti avrebbero colpito anche persone arrestate durante le proteste, includendo giovani e figure sportive.
figure citate nella denuncia
La segnalazione richiama nominativi riconosciuti a livello internazionale legati alla detenzione nel sistema carcerario iraniano:
- Narges Mohammadi (premio Nobel per la Pace)
- Cecilia Sala (giornalista)
