Cancro e figlio: il racconto di Concita De Gregorio su come ha affrontato la diagnosi e la cura in libreria

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Cancro e figlio: il racconto di Concita De Gregorio su come ha affrontato la diagnosi e la cura in libreria

Concita De Gregorio, a quattro anni dalla diagnosi di cancro al seno, dà alle stampe La Cura raccontando un percorso che non si limita alla malattia, ma attraversa relazioni, luoghi e figure decisive. Il libro, pubblicato con Einaudi Stile Libero, viene presentato come un racconto di incontri: medici, infermieri, compagni di stanza, sconosciuti. La narrazione ruota attorno a una tesi concreta: ogni scelta personale ha una ricaduta pubblica, perché ogni gesto entra a far parte della vita della comunità.

la cura di concita de gregorio: oltre il diario della malattia

In La Cura la scrittrice chiarisce che il testo non è il diario della malattia. La prospettiva è diversa: al centro ci sono le persone con cui si incrocia il tempo della cura e l’insieme di contatti che costruiscono l’esperienza. Il racconto include medici, infermieri, compagni di reparto e anche figure inattese, diventando una narrazione fondata sulla relazione.

De Gregorio collega questa visione a una convinzione più ampia: ciò che si vive in ambito privato è inevitabilmente parte della sfera politica. Ogni decisione, ogni scelta nella quotidianità, viene letta come un elemento che riguarda anche la collettività.

concita de gregorio e la medicina dell’amore

Il tema della cura per lei passa anche attraverso una formula netta e ripetibile: “Il farmaco più forte che esiste è l’amore”. Secondo la scrittrice, chi vive una condizione di disaffezione o solitudine guarisce più difficilmente e più lentamente, mentre la presenza di un legame capace di dare senso modifica il modo in cui il corpo affronta la fase della malattia.

La riflessione si concentra anche sul valore di una motivazione quotidiana: se non esiste qualcuno per cui valga la pena alzarsi, viene meno la spinta necessaria a sostenere la giornata. Da qui nasce una definizione della felicità legata all’efficacia stessa dei percorsi terapeutici.

il viaggio in australia per parlare con il figlio

Nel racconto emergono i passaggi che hanno portato De Gregorio a ottenere dai medici il permesso di recarsi in Australia per parlare al proprio figlio dopo la diagnosi. L’intervento descritto avviene durante un momento specifico: l’inaugurazione di un padiglione, in cui si trovano insieme i medici e il tempo disponibile per parlare di persona è quello di un’unica occasione.

De Gregorio sottolinea l’accordo con le terapie e con le regole del percorso, ma chiede attenzione all’aspetto emotivo e relazionale: la necessità di spiegare la situazione al figlio viene presentata come un beneficio personale e familiare. La felicità, nella sua ricostruzione, diventa anche un elemento in grado di rendere i trattamenti più efficaci, con un’immagine che unisce gioia e lavoro terapeutico.

infermieri, parole chiave e sguardo sulla battaglia

Un’attenzione particolare è riservata agli infermieri, che De Gregorio vorrebbe nominare uno per uno. Nella sua lettura della malattia, arrivano anche consapevolezze nette: quando si presenta la diagnosi, c’è chi scappa e c’è chi salva. Il sentimento associato alla scoperta non è stupore, ma una presa d’atto che accompagna il modo in cui le persone reagiscono davanti alla sofferenza.

La scrittrice interviene anche sul linguaggio della “battaglia” che spesso accompagna la narrazione della malattia. Le metafore belliche vengono respinte come retorica non adatta: secondo De Gregorio la contrapposizione finirebbe per colpire il proprio corpo e, più in profondità, se stessi. Inoltre, viene rifiutata l’idea che la sopravvivenza dipenda dalla pugnacità individuale; sarebbe inaccettabile attribuire la morte a una mancanza personale di combattività.

La vera direzione, nella sua prospettiva, riguarda l’investimento nella ricerca e nella sanità pubblica. Viene indicato anche un punto critico: i fondi alla sanità sarebbero tra i primi a essere ridotti.

cancro e atteggiamento: non lamentarsi, cercare una stanza dopo

De Gregorio afferma che il cancro si affronta senza lamentarsi come gesto finalizzato a “molestare” chi è accanto. La malattia viene descritta come un evento che accade e che va affrontato, senza spostare l’attenzione sul dolore espresso verso l’esterno.

La scrittrice usa un paragone emotivo: è come quando termina un amore e resta un lutto prolungato. In quell’atteggiamento, la lamentela non riporta nella stanza precedente; il punto diventa guardare lo spazio presente e valutare l’eventuale possibilità di una stanza dopo. È un modo di restare nel tempo, senza negare la trasformazione.

il lavoro, il teatro e il mare come cura

L’insieme delle riflessioni si chiude con una convinzione che attribuisce un ruolo concreto a forme di presenza nel mondo: “Il lavoro cura, il teatro cura, il mare cura”. La chiusura riporta il discorso dalla sola dimensione clinica a un orizzonte più ampio, in cui la cura passa anche attraverso attività, luoghi e pratiche capaci di sostenere la vita quotidiana.

concita de gregorio

  • Concita De Gregorio (scrittrice e giornalista)
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Categorie: PoliticaSalute

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