Quarantanni morte di Michele Sindona: come era arrivato il veleno nel suo caffè?

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Quarantanni  morte di Michele Sindona: come era arrivato il veleno nel suo caffè?

La vicenda di Michele Sindona si concentra su un passaggio decisivo: la lettura della sentenza che lo condannava all’ergastolo per l’ordine di un assassinio. In quel momento, il bancarottiere era già isolato e lontano da ogni possibilità di contatto, mentre si intrecciavano rapporti internazionali, conti e strategie finanziarie, fino a un epilogo rimasto avvolto da interrogativi.

michele sindona condannato all’ergastolo e morte nel palazzo di giustizia

Quando venne letta la sentenza che condannava Michele Sindona all’ergastolo, l’uomo era presente nel palazzo di Giustizia di Milano. Il provvedimento riguardava l’ordine dell’assassinio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana.

Non arrivarono a quel 18 marzo 1986 gesti di conforto, né figure amichette presenti in grado di alleggerire l’impatto del verdetto. Pochi giorni dopo, precisamente quattro giorni dopo, Sindona morì, e il finale suscitò sollievo in chi temeva le conseguenze che avrebbe potuto produrre.

il percorso dal carcere di massima sicurezza all’isolamento estremo

Dopo un periodo segnato dai privilegi, con il passaggio dalla suite all’Hotel Pierre di New York, Sindona finì nel braccio di massima sicurezza del carcere di Voghera. La dinamica descritta segue un modello già noto nei contesti dei potenti: solitudine prima, poi isolamento estremo, soprattutto per timori legati alla possibilità che Sindona parlasse.

sindona e le reti internazionali: americani, mafia italo-americana e legami professionali

Il cosiddetto “sogno americano” di Sindona risultò avviato molto tempo prima. In una fase iniziale della carriera, l’uomo venne soprannominato “l’avvocaticchio di Patti” e, secondo quanto riportato, venne raccomandato agli Alleati sbarcati in Sicilia alla fine della Seconda guerra mondiale direttamente dal boss Lucky Luciano.

Da quel contesto prese forma un’attività di relazione con l’Amgot, il governo militare alleato. Negli anni successivi, verso la fine degli anni Cinquanta, Sindona stabilì rapporti professionali con esponenti della mafia italo-americana, citati come Daniele “Dan” Porco, Vito Genovese e David Kennedy. Nella narrazione si precisa anche un legame con un sacerdote cattolico di origine lituana, Marcinkus, descritto come futuro e potente capo dello Ior, ovvero l’Istituto per le Opere di Religione.

Un ulteriore elemento viene indicato tramite la testimonianza di un ex contractor della Cia, Richard Brenneke: la Banca Privata di Sindona sarebbe diventata, secondo questa ricostruzione, una sorta di bancomat per l’agenzia di Langley.

affidavit, ottimizzazione fiscale e capitali criminali: la strategia negli anni

Nel tempo precedente alla caduta in disgrazia, molte persone avrebbero sostenuto Sindona tramite i noti “affidavit” messi in campo da Licio Gelli, con l’obiettivo di scagionarlo dalle accuse.

La capacità attribuita a Sindona includeva anche l’uso di strumenti di ottimizzazione fiscale, presentati come anticipatori rispetto ai tempi, oltre alla capacità di fornire strumenti di capitalismo finanziario fino ad allora poco conosciuti negli ambienti della finanza italiana conservatrice.

Queste competenze sarebbero state sviluppate soprattutto negli anni ’70, durante una grande accumulazione di capitali attribuita a Cosa Nostra. In quel quadro, la narrazione richiama l’egemonia acquisita nel traffico internazionale di eroina e l’effetto sul controllo delle altre componenti criminali citate come Corsi, Francesi e Marsigliesi.

i capitali sequestrati e la rete finanziaria: banca siciliana, piazza mercanti e conti

La storia descrive Sindona come finanziere abile e moderno, laureato e capace di parlare inglese, capace di individuare strumenti finanziari adatti a investire capitali che la mafia non sarebbe riuscita a collocare direttamente, con un volume indicato come settecento miliardi di lire annuo.

Il mutamento avviene con l’incarcerazione: quando Sindona finì in carcere iniziò a emergere un flusso di informazioni. La descrizione menziona un riferimento contenuto anche in una biografia autorizzata, che raccontava i percorsi dei capitali criminali e parlava del Banco di Sicilia e di una piccola banca in piazza Mercanti, dove sarebbe presente la Banca Rasini.

All’interno di questa linea narrativa, viene indicato che presso la Banca Rasini avrebbe lavorato Luigi Berlusconi, padre di Silvio. Si riporta anche che Umberto Bossi avrebbe affermato che Berlusconi, per le sue società, utilizzava denaro proveniente dalla Banca Rasini, con provenienza non chiara, formulando allusioni; in seguito Berlusconi avrebbe querelato, e poi sarebbe stato raggiunto un accordo elettorale, con un successivo riavvicinamento tra le parti.

stati uniti, lista dei 500 e minacce di segreti: i possibili moventi

Ad un certo punto la narrazione specifica che gli Stati Uniti non avrebbero voluto continuare a occuparsi di Sindona. Questo avrebbe aperto una voragine attorno alla sua figura, rendendo la sua fine “percepita nell’aria”. L’ultimo incontro prima della morte viene indicato come quello con un agente della Cia, Carlo Rocchi, in visita nel carcere di massima sicurezza di Voghera.

Non sarebbero state chiarite le dinamiche della morte. Il caso venne archiviato come suicidio, ma restano domande sulla modalità di arrivo del veleno nel caffè e sul percorso necessario a superare sistemi di controllo straordinari, con un riferimento diretto al ruolo attribuito a Rocchi.

francesco de martino e antonio padellaro: le connessioni e la lista mai trovata

La ricostruzione richiama Francesco De Martino, indicato come presidente di una commissione parlamentare d’indagine sulle connivenze politiche legate al bancarottiere di Patti, che avrebbe dichiarato ad Antonio Padellaro alcuni possibili moventi.

Tra questi, viene citata una lista mai trovata dei 500: un elenco riferito a soggetti che, tramite le banche di Sindona, avrebbero portato denaro all’estero. Si specifica anche che, secondo la ricostruzione, Sindona conosceva quei nomi.

Accanto a questa ipotesi, viene indicato un appunto anonimo trovato tra le carte del difensore di Sindona, l’avvocato Guzzi. L’appunto descriverebbe la minaccia di una denuncia rivolta a personaggi importanti e la possibile rivelazione di segreti in grado di compromettere i rapporti tra Stati Uniti e Italia, oltre alla sicurezza dei due paesi.

La conclusione riportata assegna al possibile eliminare Sindona la necessità di preservare un segreto, considerato così rilevante da essere difeso “in ogni modo”, anche attraverso la morte.

carlos rochhi, lettera e cianuro: l’ultimo colloquio a voghera

Secondo la ricostruzione, Sindona avrebbe chiesto a Carlo Rocchi, presentato come persona accreditata presso ambienti statunitensi in Italia, di aiutarlo a avviare una collaborazione con le autorità statunitensi su argomenti già oggetto del loro interessamento, come riportato in una lettera.

Il racconto considera l’ipotesi che Sindona avesse ingerito il cianuro con le proprie mani durante l’ultimo colloquio, non per desiderio di morire, ma per procurarsi “un po’ di dolore” e ottenere quella che viene definita una licenza straordinaria, utile come trampolino per una fuga. Nello stesso passaggio viene menzionata la possibilità che l’idea fosse ingerire una “pillola della libertà” sufficiente a farlo finire in ospedale, così da rendere più agevole organizzare l’evasione.

Nel quadro delineato, un malore avrebbe potuto far ripartire una macchina di propaganda sul caso. Nel medesimo scenario, viene introdotta una trappola finale: una polvere descritta come dose di cianuro tale da fermare il cuore.

La narrazione collega la morte anche a ciò che altri avrebbero voluto, e richiama un precedente richiamo profetico: Francesco Pazienza, descritto come noto faccendiere, avrebbe parlato di Sindona e della soluzione alla Pisciotta in un memoriale, prima di essere colpito da un evento indicato come “stroncato da un caffè”.

figure citate nella ricostruzione su sindona e la morte a voghera

La narrazione include diversi nominativi legati alle fasi del percorso di Sindona, alle indagini e ai riferimenti contenuti nelle ricostruzioni.

  • Michele Sindona
  • Giorgio Ambrosoli
  • Carlo Rocchi
  • Francesco De Martino
  • Antonio Padellaro
  • Licio Gelli
  • Daniele “Dan” Porco
  • Vito Genovese
  • David Kennedy
  • Marcinkus
  • Richard Brenneke
  • Lucky Luciano
  • Luigi Berlusconi
  • Silvio Berlusconi
  • Umberto Bossi
  • Francesco Pazienza
  • Guzzi
  • Boris Giuliano
  • Leoluca Bagarella
Quarant’anni dalla morte di Michele Sindona: come era arrivato il veleno nel suo caffè?
Categorie: Cronaca

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