Contributo femminista cancellato: in 25 anni a genova tra delusioni e nuove lotte
La memoria del G8 di Genova continua a risuonare a distanza di decenni, soprattutto quando porta con sé una visione capace di tenere insieme pensiero critico, pratica di trasformazione e cura delle relazioni. A 25 anni di distanza, l’esperienza raccontata si intreccia con il lavoro politico e culturale maturato dentro reti femministe, fino a diventare un’eredità concreta da conservare e da trasmettere. In parallelo, emergono ricordi diretti di eventi segnati dalla violenza, dalla paura e dalla necessità di resistere con strumenti nonviolenti, anche nei momenti in cui la realtà sembrava schiacciare ogni spazio di parola e di scelta.
G8 di Genova: memoria e visione femminista a distanza di 25 anni
La ricorrenza del G8 di Genova è descritta come un passaggio significativo vissuto in prima persona, con un duplice impatto nel tempo: prima durante il decennale del 2011, quando una rivista, Marea, organizzò la seconda edizione di PuntoG, e poi nel ventennale con l’uscita nel 2021 dell’unico libro che richiama quella voce femminista, “Voi siete in gabbia noi siamo il mondo”.
La cornice culturale che sostiene la narrazione poggia su analisi e parole attribuite a figure del femminismo: Nawal Al Sa’dawi, Christa Wolf e Audre Lorde. Questi riferimenti orientano lo sguardo verso un femminismo inteso come umanismo, una ricerca di una “terza via” tra decisione e fine, e l’idea di non distruggere la casa del padrone con strumenti che appartengono al padrone stesso.
cancellazione della memoria e centralità della nonviolenza femminista
Nel tempo, cresce un malessere legato alla cancellazione di contenuti vitali, alle proposte costruttive e al pensiero e alla pratica nonviolenta femminista, spesso relegati in secondo piano nelle ricorrenze ufficiali del G8. Sono richiamati fatti in grado di pesare sulla memoria collettiva: la morte di Carlo Giuliani, la mattanza alla scuola Diaz, gli arresti e gli abusi alla caserma di Bolzaneto. L’elemento centrale della riflessione è che rimuovere parti di storia e memoria, in particolare il retaggio femminista, viene presentato come una scelta.
Lisa Fithian e Starhawk: consigli di calma e riparazione
Un punto decisivo riguarda Lisa Fithian, formatrice nonviolenta nordamericana, ricordata per l’insistenza rivolta alle partecipanti italiane, soprattutto quando la pressione emotiva risultava grave e improvvisa. Il ricordo descrive la sua presenza come un sostegno per mantenere la calma, continuare a discutere e non crollare, anche davanti all’impotenza generata dalle aggressioni alla città, sia quelle della polizia sia le incursioni dei black block nei cortei pacifici.
La narrazione include anche l’altra formatrice citata, Starhawk. Insieme, a fine luglio, lasciano un orientamento preciso: riparare le ferite senza rimuovere ciò che è successo, accogliere dentro di sé anche ciò che fa male, prendersi cura individualmente e collettivamente, tenere gli occhi aperti su ciò che è accaduto e ascoltare tutte e tutti. Il vertice è considerato concluso, ma il lavoro viene collocato nel dopo, come fase in cui il dissenso continua a cercare forme di costruzione.
supporto durante l’assalto alla diaz
Il racconto mette al centro un episodio in cui l’insegnamento ricevuto diventa gestione emotiva e cura concreta. Durante l’assalto alla Diaz, viene descritta una giovanissima attivista olandese, singhiozzante e rannicchiata nel sottoscala dell’asilo dinnanzi alla scuola. La situazione viene raccontata in contrasto con la presenza davanti a lei di ragazzi e ragazze picchiati e prelevati con la forza, mentre lo spazio di protezione e conforto diventa possibile grazie all’approccio appreso.
telefono funzionante e chiamata alle madri
Poco prima dell’arrivo alla Diaz, la polizia avrebbe fatto irruzione nell’edificio, tranciando i collegamenti della radio che trasmetteva in diretta. Rimane funzionante soltanto un telefono. Intorno a mezzanotte, la scena descrive l’ingresso in una stanza da parte di chi racconta e di un ragazzo con l’età indicata come circa la metà della sua, segnando l’unico momento in cui compare un sorriso. L’idea condivisa è chiamare “la mamma”: ciascuno contatta la propria, per avvisare che stava succedendo qualcosa di brutto e perché fosse diffuso al mondo.
Le parole attribuite a una frase ripetuta sottovoce accompagnano la scena: “They kill us all”, tradotta come “ci uccidono tutti”. La chiamata diventa un atto di comunicazione e di resistenza, mantenendo aperto un filo tra ciò che accade dentro la crisi e ciò che deve arrivare all’esterno.
dissenso e costruzione di ponti contro la polarizzazione
La prospettiva descritta insiste sul tentativo, lungo un quarto di secolo, di tenere insieme dissenso e costruzione di ponti. Il contesto generale viene indicato come sempre più attraversato da polarizzazione, che si presenta come tendenza capace di invadere ogni ambito sociale, culturale e politico. La risposta proposta resta legata alle pratiche e ai valori che emergono dai ricordi: ascolto, cura, riparazione e continuità del lavoro anche dopo la fine del vertice.
lo slogan “questo mondo non è in vendita” e l’atto di creazione politica
In chiusura, viene ribadita l’attualità dello slogan del 2001, “Questo mondo non è in vendita”. La narrazione richiama anche le parole attribuite a Robin Morgan, tratte dal testo “Il credo di una donna”, che descrive la paura e insieme la possibilità del salto, definendo l’immaginazione come atto di creazione e la creazione come esercizio della volontà. Il passaggio collega tutto questo alla politica e all’idea di trasformazione concreta: pane, pace vera, un cielo pulito, la rimarginazione delle ferite, la liberazione e l’onorare l’integrità del corpo.
Il messaggio finale restituisce l’eredità dei giorni di giugno e di alcune ore di luglio, come patrimonio da conservare e trasmettere oggi, mantenendo viva una memoria che non si limita alla commemorazione, ma cerca di tradursi in lavoro.
personaggi e figure citate
- Nawal Al Sa’dawi
- Christa Wolf
- Audre Lorde
- Lisa Fithian
- Starhawk
- Carlo Giuliani
- Robin Morgan
