Usa, travaglio: teheran vincitore, usa e israele sconfitti, occidente umiliato

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Usa, travaglio: teheran vincitore, usa e israele sconfitti, occidente umiliato

La riapertura dello stretto di Hormuz e la chiusura dell’ultima escalation legata all’Iran segnano una fase politica che, secondo Marco Travaglio, va letta con criteri più ampi del semplice cessate il fuoco. Nel confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele emergerebbe una gerarchia di risultati in cui l’Occidente risulterebbe indebolito, mentre Teheran avrebbe conquistato leve decisive.

riapertura di hormuz e accordo: chi emerge davvero

Travaglio indica come chiave interpretativa l’esito dell’intesa maturata tra Stati Uniti e Iran. La conclusione proposta è netta: tra i soggetti chiamati in causa, il principale beneficiario sarebbe l’Iran. In questa lettura, il “convitato di pietra” sarebbe la Cina, insieme all’architettura di alleanze del Sud del mondo, mentre l’Occidente sarebbe umiliato dall’andamento complessivo degli eventi.

trump, netanyahu e il bilancio della “pace”: la lettura di travaglio

Alla domanda su chi sia il vero vincitore tra Iran, Donald Trump e Benjamin Netanyahu, Travaglio ribalta la prospettiva più rassicurante. Secondo il direttore del Fatto Quotidiano, il grande sconfitto sarebbe Netanyahu, poiché avrebbe perso sia la guerra sia la pace. In parallelo, Trump perderebbe la guerra ma riuscirebbe a “intestarsi” la pace, ricavandone uno spazio narrativo per sostenere di aver vinto anche sul piano militare.

Travaglio afferma che, quando Trump avvia o conduce guerre, ne deriverebbe un calo di consenso e una riduzione della credibilità politica, considerato che era stato eletto anche con l’aspettativa di non entrare in conflitti. Per Netanyahu, invece, il nodo sarebbe inverso: ogni volta che si apre una fase di pace, perderebbe prestigio, voti e terreno. Nella ricostruzione proposta, Netanyahu sarebbe “a piede libero” proprio perché riesce a mantenere il ciclo delle guerre senza fermarsi.

la fine del conflitto come nodo: “guerra” e trattativa già avviata

Travaglio contesta l’idea che la guerra sia semplicemente terminata. La ragione indicata riguarda la nascita stessa del conflitto: sarebbe stato avviato da Trump e Netanyahu mentre risultava già in corso una trattativa. Il riferimento è al negoziato in Oman, descritto come un percorso diplomatico illustrato dal ministro degli Esteri omanita alla CNN, presentato come addirittura più avanzato rispetto all’accordo sul nucleare raggiunto ai tempi di Barack Obama, salvo poi essere “stracciato” da Trump.

hormuz come leva: la riapertura nasconde un paradosso

Secondo Travaglio, il sollievo legato alla riapertura dello stretto di Hormuz potrebbe occultare un effetto strategico. Hormuz, sottolinea, era già aperto anche in precedenza; ora però l’Iran avrebbe scoperto di poterlo chiudere quando vuole e di trasformare quella capacità in uno strumento di pressione economica e politica.

cosa contiene l’intesa: asset congelati, sanzioni e sopravvivenza del regime

Il rafforzamento della posizione iraniana, nella lettura di Travaglio, deriverebbe da più elementi dell’accordo. Tra questi figurerebbero lo svincolo degli asset congelati, il ritiro delle sanzioni, risorse destinate alla ricostruzione e, soprattutto, la sopravvivenza del regime. Quest’ultima sarebbe stata messa in discussione da una narrazione occidentale costruita attorno all’idea di “regime change”.

astensione da interferenze: il punto sulle attività di destabilizzazione

Travaglio richiama anche il modo in cui era stata giustificata la guerra: l’intervento era stato presentato come una misura per “salvare le donne iraniane” e “i ragazzi iraniani”. Nell’accordo, però, sarebbe previsto che Stati Uniti e alleati si asterranno da qualsiasi interferenza, incluse le attività di destabilizzazione, indicate da Travaglio come una specialità dei servizi americani e israeliani.

rinuncia all’atomica e parole “strategiche”: effetti concreti per teheran

Nel quadro ricostruito da Travaglio, anche la rinuncia iraniana all’atomica andrebbe interpretata in modo non automatico, senza trasformarla in una prova certa di vittoria occidentale. Il direttore del Fatto spiega che potrebbero contare le parole attribuite a Teheran sulla rinuncia al nucleare militare, osservando che la questione sarebbe controversa e, in alcuni passaggi, persino smentita.

In cambio, l’Iran otterrebbe risultati considerati concreti: il ritorno degli asset congelati e il ritiro delle sanzioni. Travaglio ricorda che l’Iran subisce sanzioni dalla rivoluzione islamica guidata da Khomeini, cioè dal 1979.

bilancio complessivo: costi diffusi e “successi” non riconosciuti

In chiusura, Travaglio sostiene che l’esito complessivo risulterebbe un disastro. Argomenta che i costi della guerra si sarebbero “spalmati” su tutto il mondo, con effetti soprattutto sui paesi più poveri e su un’Europa definita debole. Sul piano dei presunti vantaggi per gli Stati Uniti e l’Occidente, afferma di non vedere nessun mezzo successo.

Personaggi citati:

  • Marco Travaglio
  • Lilli Gruber
  • Donald Trump
  • Benjamin Netanyahu
  • Barack Obama
  • Khomeini
Categorie: NewsPolitica

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