Crisi di hormuz l europa e lo sconfitto non dichiarato
Il conflitto tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran non coinvolge direttamente l’Europa, ma ne condiziona inevitabilmente gli scenari politici, economici e di sicurezza. Il punto centrale riguarda una conseguenza pratica: il continente europeo rischia di pagare i costi di una crisi regionale che si riflette su energia, trasporti e disponibilità di risorse strategiche.
Il parallelo proposto tra paesi europei e monarchie del Golfo nasce dall’equilibrio di fondo: entrambi risultano legati storicamente agli Stati Uniti, percepiti come indispensabili, mentre Washington si presenta sempre più come un fattore capace di generare instabilità invece di garantire protezione.
aggressione all’iran e contraccolpi sull’Europa
Il contesto più ampio viene collegato all’evoluzione dei rapporti con Mosca dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. In quella fase gli Stati Uniti avrebbero trascinato l’Europa in un conflitto per procura contro Mosca, scaricando poi sugli europei una parte rilevante dei costi, mantenendo al tempo stesso una postura da mediatore pur restando, secondo la ricostruzione, cobelligeranti.
Nell’operazione contro l’Iran, Washington avrebbe sfruttato basi nel Golfo, oltre a quelle europee, con l’effetto di attirare la rappresaglia iraniana verso le petromonarchie che ospitano tali strutture. In parallelo, Teheran avrebbe incluso anche la minaccia di colpire basi europee in caso di ulteriore escalation.
Nonostante le conseguenze, molte capitali europee risultano restie a negoziare con Mosca, così come diverse monarchie del Golfo mostrano difficoltà ad avviare trattative con Teheran. Arabia Saudita e Qatar avrebbero aperto canali negoziali, mentre Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein avrebbero mantenuto una linea intransigente.
stretto di hormuz, prezzi e catene logistiche
Un elemento considerato inizialmente favorevole riguarda la dipendenza energetica europea dallo Stretto di Hormuz. Pur con una quota rilevante del fabbisogno di fertilizzanti che arriverebbe dal Golfo, solo una parte limitata di greggio e meno di una quota dell’approvvigionamento di gas transiterebbe attraverso lo stretto.
Il calcolo, però, viene ricondotto a dinamiche più ampie: il rialzo dei prezzi energetici è descritto come globalizzato, con la crisi attuale che si somma agli impatti accumulati da precedenti shock, tra cui Covid-19 e scontro con la Russia.
Dal 2023, l’insicurezza nel Mar Rosso avrebbe spinto molti traffici a circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza. Questo avrebbe allungato i tempi di navigazione e aumentato i costi di trasporto.
Qualora il conflitto con Teheran riprendesse, Ansarallah, indicato come gruppo alleato dell’Iran nello Yemen, avrebbe promesso di chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb, che dà accesso al Mar Rosso. Una simile eventualità aumenterebbe ulteriormente pressione sui costi energetici e sulla logistica marittima.
arsenali militari statunitensi e difesa europea
La guerra contro l’Iran viene collegata anche a un ulteriore indebolimento degli arsenali americani, già messi sotto stress da conflitti in corso in Ucraina, a Gaza e nello Yemen. Ne deriverebbe una riduzione delle capacità disponibili per forniture militari, con particolare riferimento agli intercettori necessari per la difesa aerea che potrebbero essere consegnati a Kiev.
Il ruolo statunitense viene ulteriormente richiamato attraverso la minaccia attribuita a Trump: gli aiuti agli europei contro la Russia sarebbero minacciati di ridursi, a causa del rifiuto europeo di intervenire direttamente al fianco di Washington contro l’Iran. Il risultato sarebbe un dilemma europeo tra sostegno all’Ucraina e rafforzamento del fianco orientale, da una parte, e impiego di risorse nel Golfo per la difesa delle petromonarchie, dall’altra.
In risposta, per il momento Francia e Gran Bretagna avrebbero inviato alcune navi, caccia e sistemi di difesa aerea. La valutazione riportata è che tali iniziative non modifichino in modo significativo gli equilibri nella regione, ma che possano esporre le risorse impiegate a un coinvolgimento bellico qualora il conflitto dovesse riaccendersi.
dilemma energetico e dipendenza da washington
La questione energetica viene presentata come un nodo decisivo. Progetti infrastrutturali pensati per bypassare lo Stretto di Hormuz, ad esempio aumentare la capacità dell’oleodotto saudita dalla costa orientale verso il Mar Rosso e sviluppare corridoi logistici lungo la penisola araba, richiederebbero investimenti e tempi lunghi.
Nel frattempo la cooperazione economica tra Europa e monarchie arabe sarebbe esposta alla crescente instabilità regionale, con possibile effetto di scoraggiamento sugli investitori e rallentamento dei progetti strategici.
In parallelo, l’Europa viene descritta come priva di alternative energetiche: dopo aver rinunciato alle fonti russe a basso costo, avrebbe puntato sul gas naturale liquefatto americano, considerato inquinante e costoso da estrarre e trasportare. Gli Stati Uniti sarebbero in procinto di diventare il primo fornitore di gas dell’Unione Europea.
Un ulteriore vincolo deriva dall’indicazione legislativa europea: l’Ue avrebbe decretato l’obbligo di “derussificare” le importazioni energetiche entro il 2028. Per molti paesi l’unica strada alternativa starebbe nel rivolgersi alla Turchia, con esclusione del TurkStream, e alla regione del Caucaso.
Anche in quei percorsi si registra un accresciuto ruolo di controllo degli Stati Uniti: Washington stringerebbe rapporti sia con l’Armenia sia con l’Azerbaigian. Nel settore energetico, gli Usa avrebbero già una presenza con ExxonMobil e Chevron.
tripp, corridoio azero-nakhchivan e gestione infrastrutturale
Dopo la vittoria elettorale del partito guidato dal premier filo-occidentale Nikol Pashinyan in Armenia, dovrebbe procedere la “Trump Route for International Peace and Prosperity” (Tripp). Il corridoio indicato collega l’Azerbaigian alla sua exclave di Nakhchivan attraverso l’Armenia meridionale con una lunghezza di 43 km. I lavori di sviluppo del corridoio, attraverso cui potrebbero transitare anche pipeline, sarebbero condotti da una joint venture armeno-americana controllata al 74% da Washington.
conclusione: europei senza alternative e ostaggio di washington
Con la Libia descritta come stato fallito e l’Algeria al massimo delle capacità produttive, viene ribadito che l’Europa resterebbe senza reali opzioni energetiche. In questa cornice, il continente sarebbe sostanzialmente vincolato a Washington, sia per la disponibilità di approvvigionamenti sia per l’orientamento delle scelte infrastrutturali e di sicurezza.
Nikol Pashinyan
- Nikol Pashinyan
