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Il dibattito sul ruolo della cultura e sulle narrazioni che circolano durante il conflitto in Ucraina torna al centro dell’attenzione grazie alle parole dello scrittore francese Emmanuel Carrère, intervenuto al Salone del Libro di Torino. Nel corso di un confronto guidato da Concita De Gregorio, lo scrittore ha presentato il suo ultimo romanzo, “Kolchoz”, raccontando la propria visione della Russia contemporanea e il modo in cui memorie familiari e inquietudini politiche convivono nella scrittura.
Emmanuel carrère: i “russi buoni” e il rifiuto di un’etichetta rassicurante
Nel commentare la questione legata al padiglione russo alla Biennale Arte di Venezia, Carrère ha chiarito di non avere una posizione definita, ma di muoversi secondo un criterio di buon senso basato sulla necessità di distinguere. Secondo il suo ragionamento, non sarebbe opportuno sostenere i russi che appoggiano Putin, mentre sarebbe necessario sostenere chi combatte il regime criminale. Da qui nasce l’espressione “russi buoni”, considerata un segnale positivo, anche se il senso dell’etichetta viene contestato.
Carrère ha raccontato che, tra i suoi amici ucraini, non c’è accordo nemmeno sull’idea di sostenere i cosiddetti “russi buoni”. Lo scrittore ha spiegato la distanza: per gli ucraini, il termine finisce per richiamare posizioni viste come superficiali rispetto alla guerra contro l’Ucraina, interpretate come una sorta di “rottura di palle” più che come una realtà drammatica. Carrère ha quindi osservato che, nella percezione ucraina, tali persone sarebbero incapaci di cogliere la dimensione reale del conflitto.
kolchoz: turbamento per la russia di oggi e inquietudine verso chi sostiene putin
Nel romanzo “Kolchoz” aleggerebbe, secondo Carrère, un turbamento legato alla Russia di oggi, una Russia che non mostra ciò che lui definisce un volto più amabile. Lo scrittore ha collegato la narrazione alla propria biografia: la passione per la Russia, nata dagli studi di sua madre, Hélène Carrère d’Encausse, lo ha accompagnato a lungo. Ha raccontato di aver amato profondamente quel paese e di avervi dedicato due libri e un documentario.
Nel presente, invece, Carrère pone l’attenzione sulla Russia di Putin, descritta come cinica e spaventosa, soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina. In questo contesto, lo scrittore ha dichiarato di essere inquieto all’idea che una parte della popolazione possa sostenere Putin.
ricordi e infanzia: la scrittura del lutto e l’emergere di una felicità inattesa
Su “Kolchoz” Carrère ha anche parlato del proprio rapporto con la memoria. Ha affermato di non essersi mai percepito come una persona felice; tuttavia, scrivendo il libro, sarebbero emersi i ricordi dell’infanzia insieme a sua madre, portandolo a riconoscere di aver vissuto un’infanzia felice. Carrère ha descritto il paradosso: pur trattandosi di un libro nato sotto il segno del lutto per la morte della madre, dal testo emergerebbero molti ricordi belli.
Ha inoltre sottolineato il ruolo di sua madre, storica della Russia. Secondo Carrère, la consapevolezza di quanto fosse terribile l’idea dell’“Uomo nuovo” dell’Unione Sovietica arrivò a sua madre molto presto, e tale percezione riuscì a trasmetterla anche a lui.
la genealogia familiare raccontata davanti al pubblico
L’incontro con Emmanuel Carrère si è svolto in un Auditorium sold out. Il pubblico ha rivolto applausi ripetuti allo scrittore mentre, sollecitato dalle domande di De Gregorio, ricostruiva aspetti della propria genealogia familiare.
protagonisti dell’evento
Durante il confronto sono stati citati e coinvolti figure chiave legate sia alla presentazione del libro sia alla memoria storica che attraversa la narrazione:
- Emmanuel Carrère
- Concita De Gregorio
- Hélène Carrère d’Encausse