FIS 3: 464 milioni bloccati e ricercatori senza tutele
Un bando pensato per sostenere la ricerca con slancio e continuità si è trasformato, in poco tempo, in un nodo amministrativo difficile da sciogliere. Il Fondo italiano per la scienza (Fis 3) ha attivato 326 progetti finanziati, con 464 milioni di euro trasferiti alle università, ma la scadenza fissata per avviare le attività si è rivelata, secondo i vincitori, non compatibile con i tempi reali delle procedure. Dopo mesi di proteste rimaste senza risposte, il ministero ha comunicato una proroga: la data di avvio slitta dal 30 maggio al 30 settembre 2026. Un rinvio considerato utile come segnale, ma non risolutivo sul piano sostanziale.
fis 3 e proroga avvio progetti: scadenza spostata al 30 settembre 2026
La partenza delle attività prevista dal bando Fis 3 avrebbe dovuto rispettare un termine fissato al 30 maggio, poi sostituito dalla comunicazione ufficiale del 5 maggio. La proroga aggiorna la scadenza per l’avvio dei progetti: dal 30 maggio al 30 settembre 2026, mentre i ricercatori chiedevano una data successiva, indicata come 31 dicembre. Il differimento aggiunge quattro mesi, ma, secondo chi ha ottenuto i finanziamenti, non elimina il problema centrale: i tempi amministrativi restano incompatibili con le azioni necessarie prima dell’esecuzione piena dei progetti.
tempi incompatibili con procedure universitarie e acquisti scientifici
Secondo i vincitori, il punto decisivo riguarda l’ordine temporale degli atti amministrativi. Le linee guida per la rendicontazione delle spese risultano pubblicate soltanto il 16 aprile. Prima di quella data, viene spiegato che gli atenei non potevano avviare le procedure necessarie per far partire concretamente le attività, ad esempio gare per l’acquisto di strumentazioni o bandi per il reclutamento del personale, poiché l’anticipazione avrebbe comportato il rischio di mancato riconoscimento delle spese.
Il quadro descritto è di blocco prolungato e urgenza improvvisa: “di fatto siamo rimasti fermi per mesi” e ora si richiede di “recuperare tutto in pochi mesi”. A rendere la situazione più complessa, i tempi medi indicati per le diverse attività: per l’assunzione del personale tramite procedure pubbliche servono in media sei-otto mesi, mentre per l’acquisto di strumentazione scientifica si può arrivare fino a un anno. Per questo, anche con il rinvio a settembre, viene ritenuto che non ci sia margine sufficiente per acquisire attrezzature complesse.
464 milioni di euro già trasferiti: rischio di fondi bloccati e impatto sulla rendicontazione
Con questi tempi, una parte consistente dei 464 milioni già erogati rischia di rimanere ferma nei conti delle università per gran parte del primo anno di progetto. La preoccupazione non riguarda soltanto l’avvio, ma anche le conseguenze operative legate agli obblighi successivi: la rendicontazione intermedia, prevista entro due anni e mezzo, potrebbe portare alla revoca dei fondi per quei progetti che, semplicemente, non riescono a produrre i risultati richiesti nei tempi stabiliti.
revoca legata ai risultati: conseguenze possibili per progetti in ritardo
Il rischio segnalato è che il sistema finisca per finanziare ricerche che, per ragioni temporali e non scientifiche, non possono essere svolte secondo le scadenze imposte. La criticità viene riassunta come un pericolo di finanziamento senza condizioni reali di esecuzione, con effetti potenzialmente penalizzanti lungo tutto l’arco del progetto.
precarietà dei ricercatori e “meritocrazia capovolta”: responsabilità scientifica senza stabilità
Accanto al tema temporale, emerge un nodo strutturale relativo alla condizione lavorativa dei ricercatori che guidano i progetti. La ricognizione richiamata dai vincitori sugli Starting Grant evidenzia che oltre il 67% non dispone in Italia di una posizione in grado di evolvere verso il tempo indeterminato. In questa fascia rientrano assegnisti, ricercatori a tempo determinato, studiosi con contratti non standard oppure impegnati attualmente all’estero.
Il paradosso descritto è netto: lo Stato attribuisce progetti da centinaia di migliaia o da milioni di euro a ricercatori operanti in condizioni di precarietà e con margini di autonomia limitati. Vengono riportate difficoltà anche sul piano formale: in alcuni casi sarebbe impossibile partecipare alle commissioni o supervisionare in modo strutturato i dottorandi finanziati con i fondi ottenuti.
Questa situazione viene definita come una “meritocrazia capovolta”, in cui la responsabilità scientifica non coincide con un riconoscimento giuridico adeguato. Il quadro comprende anche la prospettiva di rinuncia da parte di ricercatori attivi fuori dall’Italia: il bando nasce anche con l’obiettivo di attrarre talenti, ma viene segnalato che alcuni vincitori guardano con crescente incertezza alla possibilità di trasferirsi.
talenti internazionali e incertezza sul trasferimento in italia
Nel gruppo dei vincitori vengono indicati ricercatori oggi attivi in università e centri di eccellenza internazionali, citati da Harvard a Cambridge, fino al CERN di Ginevra. L’elemento richiamato non è la qualità scientifica, ma la tenuta delle condizioni di lavoro per rendere davvero sostenibile l’avvio e l’esecuzione dei progetti.
maternità e congedi: estensione prevista, ma avvio comunque vincolato al 30 settembre
La criticità si allarga a un capitolo specifico legato alla tutela delle ricercatrici. Una faq pubblicata dal ministero il 16 aprile prevede un’estensione massima di cinque mesi per le ricercatrici, ma l’estensione riguarda la durata complessiva del progetto, non l’avvio delle attività. Ne deriva che anche in presenza di congedo obbligatorio, viene indicato che le attività formali dovrebbero comunque partire entro il 30 settembre.
La situazione viene descritta come paradossale: una lavoratrice in maternità dovrebbe gestire bandi, selezioni e procedure amministrative durante il periodo di congedo. Sul piano normativo, viene ricordato che l’ordinamento italiano prevede fino a undici mesi complessivi tra congedo obbligatorio e parentale, mentre il bando riconoscerebbe al massimo cinque mesi. In questa lettura, la scelta imposta risulta tra progetto e diritti.
paternità e tutele in fase di esecuzione: differenze rispetto alla candidatura
Il bando Fis 3, ispirato ai programmi europei ERC, riconoscerebbe estensioni ampie già in fase di candidatura, fino a diciotto mesi per figlio. Le tutele, però, verrebbero meno nella fase di esecuzione, mentre mancherebbe una copertura specifica sul congedo di paternità. Il risultato riportato è l’effetto di penalizzare proprio ambiti che dovrebbero essere sostenuti dalle priorità politiche legate alla natalità.
mancato confronto strutturato col ministero: proroga senza dialogo reale
Le difficoltà segnalate riguardano anche la relazione istituzionale. I ricercatori riportano lettere rimaste senza risposta e un’interlocuzione non avviata in modo efficace. La proroga sarebbe arrivata senza una discussione considerata strutturata: viene indicato che non si sarebbe svolto un vero tavolo né un dialogo, e che la decisione avrebbe avuto carattere unilaterale.
richiesta di ulteriore rinvio e interventi su due nodi strutturali
Pur con lo slittamento al 30 settembre, vengono mantenute le richieste di modifica: una nuova scadenza proposta al 31 dicembre 2026 per allineare i tempi reali delle procedure pubbliche. In parallelo, viene chiesto di intervenire su due questioni strutturali: tutela dei congedi di maternità e parentali e stabilizzazione dei contratti.
posta in gioco del bando fis 3: rischio spreco risorse e perdita di competitività
La posta in gioco viene presentata come più ampia del singolo bando. In assenza di correttivi, il rischio indicato è duplice: da un lato lo spreco di centinaia di milioni di euro pubblici, dall’altro una mancata occasione per rendere il sistema italiano della ricerca più competitivo e attrattivo. La sintesi proposta è che venga sostenuta l’eccellenza scientifica, ma non vengano garantite condizioni minime per esercitarla davvero nel tempo assegnato.
Viene inoltre chiarito che l’obiettivo non sarebbe creare contrapposizione tra chi ha vinto e chi è precario da anni senza ottenere risultati per differenze anche minime. Il punto, secondo la richiesta, è far funzionare strumenti del genere in modo coerente con i modelli europei, assicurando condizioni adeguate lungo tutto il percorso ed evitando penalizzazioni. Senza interventi, il rischio percepito è che la misura, pensata come “boccata d’ossigeno”, finisca per rimanere su carta.
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- Anna Maria Bernini
