Cuore: 6 ore di sport a settimana per proteggerlo

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Cuore: 6 ore di sport a settimana per proteggerlo

Una nuova ricerca mette a fuoco con numeri concreti quale dose di attività fisica serva per ottenere una protezione reale contro infarto e ictus. L’obiettivo non riguarda soltanto il raggiungimento dei livelli minimi raccomandati, ma la soglia capace di produrre riduzioni sostanziali del rischio cardiovascolare, con indicazioni che variano anche in base al livello di forma fisica.

Secondo lo studio pubblicato online sul British Journal of Sports Medicine, i minuti necessari per ottenere benefici significativi sono decisamente superiori a quanto previsto dalle linee guida correnti per la popolazione generale.

attività fisica per infarto e ictus: 560-610 minuti per una riduzione sostanziale

Per raggiungere una protezione significativa, la ricerca indica un intervallo compreso tra 560 e 610 minuti di attività fisica a settimana di intensità moderata o vigorosa. Questa stima si collega a una riduzione del rischio definita “sostanziale” e superiore a una soglia oltre la quale i benefici risultano più marcati.

Nel lavoro viene evidenziato che la quantità suggerita risulta 3-4 volte più alta rispetto alla raccomandazione standard usata nella salute pubblica, che prevede almeno 150 minuti settimanali di attività moderata o intensa. Attività citate come esempi includono camminare a passo svelto, correre e andare in bicicletta.

effetti dell’esercizio: 150 minuti portano a una riduzione dell’8-9%

Lo studio segnala che gli adulti che rispettano la raccomandazione di 150 minuti a settimana ottengono una riduzione modesta del rischio cardiovascolare, pari all’8-9%. Il dato risulta coerente in modo generale a prescindere dal livello di forma fisica.

forma cardiorespiratoria e vo2 max: perché cambiano i minuti necessari

La ricerca sottolinea un ruolo centrale della forma cardiorespiratoria, indicatore forte della salute cardiovascolare. Una bassa forma cardiorespiratoria è associata a un aumento del rischio di infarto, ictus e morte prematura.

Per valutare questo aspetto, i ricercatori indicano un metodo semplice: misurare il VO2 max, cioè la massima quantità di ossigeno che il corpo consuma e utilizza durante uno sforzo intenso. Il parametro riflette l’efficienza con cui cuore, polmoni e muscoli impiegano l’ossigeno.

come l’intensità e il livello di allenamento incidono sui benefici

Lo studio osserva che le persone meno allenate devono svolgere più esercizio rispetto a quelle con un livello di forma fisica più elevato per ottenere risultati cardiovascolari equivalenti.

Nel lavoro viene riportato che, in media, chi ha un livello di forma fisica inferiore necessita di circa 30-50 minuti in più a settimana rispetto a chi presenta una forma fisica elevata per raggiungere benefici comparabili.

esempio numerico: riduzione del 20% e minuti differenti

Per esempio, per ottenere una riduzione del 20% del rischio di eventi cardiovascolari, sono necessari:

  • 370 minuti a settimana di attività di intensità moderata-vigorosa nelle persone con il livello di forma fisica più basso
  • 340 minuti a settimana nelle persone con il livello di forma fisica più alto

come è stato condotto lo studio: dati, misurazioni e follow-up

I ricercatori dell’università Politecnica di Macao hanno analizzato l’influenza congiunta di attività fisica e forma cardiorespiratoria misurata tramite VO2 max sul rischio di malattie cardiovascolari.

La ricerca include dati relativi a 17.088 persone provenienti da uno studio della Uk Biobank raccolto tra 2013 e 2015. L’età media era 57 anni, il 56% erano donne e il 96% apparteneva all’etnia bianca.

Durante un periodo di registrazione di 7 giorni, i partecipanti hanno indossato un dispositivo al polso per rilevare i livelli di esercizio abituali. Parallelamente è stato effettuato un test in bicicletta per stimare il VO2 max.

Nell’analisi sono stati considerati anche fattori come fumo, consumo di alcol, salute percepita, alimentazione, indice di massa corporea, frequenza cardiaca a riposo e pressione sanguigna.

Nel corso di un follow-up medio di 7,8 anni sono emersi 1.233 eventi cardiovascolari, tra cui 874 casi di fibrillazione atriale, 156 infarti miocardici, 111 casi di insufficienza cardiaca e 92 ictus.

limiti dello studio e implicazioni per le linee guida

Gli autori precisano che, trattandosi di uno studio osservazionale, non è possibile stabilire conclusioni definitive sul rapporto causa-effetto. Viene inoltre segnalato che il gruppo analizzato potrebbe essere più sano e in forma rispetto alla popolazione generale.

Un ulteriore punto riguarda la mancata misurazione del tempo trascorso in attività sedentarie e dell’esercizio fisico svolto a minore intensità, elementi che potrebbero influenzare l’interpretazione complessiva dei risultati.

Nonostante questi limiti, il lavoro evidenzia che le linee guida esistenti offrono un livello minimo universale di protezione cardiovascolare. Allo stesso tempo, gli autori indicano la necessità di consigli differenziati per sostenere chi è motivato a fare di più a tutela della salute del cuore.

Le indicazioni future, secondo lo studio, potrebbero distinguere tra il volume minimo di esercizio moderato-vigoroso richiesto per un margine di sicurezza di base e i volumi più elevati necessari per una riduzione ottimale del rischio.

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