Crisi di ilva e stellantis: industria in rosso e polemiche sullo shopping straniero e le parole di urso

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Crisi di ilva e stellantis: industria in rosso e polemiche sullo shopping straniero e le parole di urso

Negli ultimi anni il settore industriale italiano ha attraversato un periodo caratterizzato da numeri deboli, passaggi di proprietà e continue tensioni operative. Al centro di questo scenario si colloca la gestione del ministero delle imprese e del made in italy guidata da Adolfo Urso, spesso descritta come poco incisiva rispetto alle aspettative di rilancio, con effetti misurabili su produzione, occupazione e riorganizzazione delle filiere.

Il quadro complessivo risulta ulteriormente complicato dall’intreccio tra dinamiche industriali interne e contesto geopolitico, mentre rimangono al centro le questioni legate alla sovranità industriale, alle vertenze e ai tavoli di crisi che assorbono risorse e attenzione istituzionale.

andamento industriale: calo produttivo e impatto su comparti chiave

Uno dei segnali più evidenti riguarda la produzione industriale, che nel 2025 ha registrato il terzo anno consecutivo in rosso, con un -0,2%. Il dato segue i crolli del 2023 e del 2024 e alimenta l’idea che non si sia consolidata una traiettoria di ripresa.

Tra le contrazioni più pesanti anno su anno emergono diverse aree produttive: le industrie tessili e di abbigliamento con -3,4%, la fabbricazione di prodotti chimici con -3,6% e l’industria del legno, della carta e della stampa con -2,9%.

cassa integrazione e tavoli di crisi: occupazione sostenuta dagli ammortizzatori

Se l’occupazione continua a reggere, secondo la ricostruzione riportata la tenuta sarebbe legata soprattutto allo strumento degli ammortizzatori sociali. Nel 2025, secondo un report della Fiom-Cgil, sono state autorizzate oltre 300 milioni di ore. La valutazione del sindacato indica che lo strumento avrebbe salvato 148mila posti di lavoro.

Un ulteriore elemento riguarda l’attività amministrativa e di monitoraggio: a gennaio risultavano aperti 114 tavoli di crisi e monitoraggio, con 7.434 persone e 11 aziende in più rispetto all’anno precedente.

imprese in cessione: centinaia di aziende finiscono nelle mani di investitori esteri

Parallelamente alla debolezza congiunturale, viene evidenziata una forte componente di trasferimento societario verso l’estero. Dall’insediamento del governo Meloni sarebbero state cedute 255 aziende a investitori stranieri.

Il dato viene collegato all’Ufficio studi della Fiom guidato da Matteo Gaddi e riguarda non solo grandi gruppi, ma anche realtà industriali con specificità rilevanti per la manifattura nazionale.

cessioni e ingressi di minoranza: esempi di operazioni citate

Nel perimetro indicato rientrano passaggi di proprietà di aziende con dimensioni significative, tra cui il ramo civile di Iveco Group, con 13mila dipendenti in Italia, la cui proprietà sarebbe passata dalla holding Exor della famiglia Agnelli-Elkann agli indiani di Tata Motors.

Vengono citati anche casi come Piaggio Aerospace, ora della turca Baykar Makina insieme ai suoi 630 lavoratori, e la Cpc, azienda attiva da 60 anni nella plastica rinforzata con fibra di carbonio per le auto, passata alla giapponese Mitsubishi Chemical Group.

La dinamica non riguarda solo acquisizioni complete: risultano inclusi anche altri sessanta ingressi con quote di minoranza, descritti come spesso collegati al primo passo verso acquisizioni definitive.

stellantis: declino industriale, obiettivi mancati e ricorso agli ammortizzatori

Nel racconto del dossier industriale, un ruolo centrale viene assegnato alla gestione del tema Stellantis dopo la fusione tra Fca e Psa. In questa cornice, il ministro viene indicato come il soggetto che più di altri avrebbe seguito la vicenda.

Secondo i dati riportati, i risultati produttivi avrebbero evidenziato un peggioramento. Nel 2024 la produzione nazionale di automobili sarebbe stata la peggiore dell’era moderna, con un peggioramento nei dodici mesi successivi.

produzione 2025 e obiettivi al 2030: numeri e scostamenti

Nonostante l’impostazione dichiarata durante il mandato, volta a definire condizioni per raggiungere 1 milione di veicoli assemblati entro il 2030, l’evoluzione riportata indica un risultato lontano dalle aspettative: nel 2025 sarebbero stati prodotti 213.706 auto.

Il dato è descritto come il livello più basso dal 1954, quando furono circa 181mila veicoli, e risulterebbe anche più che dimezzato rispetto al 2023.

A fine 2024, viene menzionata una celebrazione di un’intesa con i manager del gruppo franco-italiano, accompagnata dall’osservazione secondo cui alcune presentazioni di “novità” sarebbero in realtà collegate a missioni già previste.

investimenti cancellati ed esodi incentivati: termoli e cassino al centro

La situazione descritta oggi si traduce in una serie di elementi: una raffica di ammortizzatori sociali, la cancellazione dell’investimento nella gigafactory di Termoli, migliaia di esodi incentivati e lo scenario di un’intesa tra Stellantis e costruttori cinesi per la co-gestione di una fabbrica in Cassino, indicata come sostanzialmente ferma da mesi.

Nel perimetro della rivendicazione ministeriale, viene indicato che sarebbero stati salvati migliaia di posti di lavoro, nonostante il pagamento di oltre 1.000 esuberi solo a partire da gennaio. Il piano, secondo la ricostruzione riportata, dovrebbe riattivare la produzione.

Un riferimento specifico riguarda la 500 ibrida a Mirafiori: avrebbe dovuto generare 100mila vetture all’anno, mentre nel primo trimestre 2026 ne sarebbero state prodotte 14mila. La proiezione a fine anno supererebbe di poco il 50% del numero annunciato.

La spiegazione proposta ruota attorno al ruolo attribuito all’Europa e alla transizione green “a tappe forzate”, con un confronto operativo richiamato attraverso l’esempio spagnolo. In Spagna, secondo i dati citati, la sola Stellantis avrebbe prodotto quasi 1 milione di veicoli, pari a circa il quattro volte i volumi generati in Italia.

ilva: vertenza acciaio, bando e trattative in evoluzione

Per l’area dell’acciaio, viene richiamata la vertenza Ilva, definita come la “madre” delle questioni in corso. Il percorso viene descritto come segnato da decisioni e passaggi di gara nel tempo, con ricadute su investimenti e gestione degli impianti.

Dopo la rottura con ArcelorMittal e la richiesta di amministrazione straordinaria per Acciaierie d’Italia, il ministro avrebbe prospettato un passaggio di mano rapido, basato su una gara veloce e trasparente orientata alla decarbonizzazione. L’obiettivo risulterebbe mancato.

dalla trattativa con baku steel alle trattative successive

Il bando, indicato come più lento e complesso degli auspici, si sarebbe chiuso con l’avvio di una trattativa con Baku Steel. La trattativa sarebbe poi rientrata nella primavera del 2025, con la rinuncia prima del closing.

Le ragioni vengono ricondotte, secondo quanto riportato, a interventi della magistratura e paletti degli enti locali. Resta presente, nella ricostruzione, il riferimento al fattore economico: costi elevati per accelerare la transizione verso il green, in un contesto in cui l’impianto genererebbe un rosso mensile di decine di milioni di euro e arriverebbe a produrre stento 2 milioni di tonnellate all’anno.

Riaperta la gara, la situazione al momento indicata vede una trattativa in esclusiva con Flacks Group, presentato come family office americano senza esperienza nella siderurgia. Il rischio prospettato sarebbe quello di una scelta orientata a speculazione più che al rilancio industriale.

jindal steel, sicurezza e ammortizzatori: pressioni operative

In questo scenario il Mimit tornerebbe a interfacciarsi con gli indiani di Jindal Steel. Il processo viene descritto come un “gioco dell’oca”, mentre gli impianti vetusti inciderebbero sul livello di sicurezza sul lavoro. Gli ammortizzatori sociali risultano rinnovati per 4.450 dipendenti.

Viene inoltre indicato che Ilva è un’“idrovora” di soldi pubblici: entro ottobre sarebbe necessaria una nuova iniezione di risorse per garantire l’integrazione del salario dei cassintegrati e la continuità produttiva.

confindustria e tensioni su transizione 5.0: transazione 2023 e dotazione economica

La gravità della situazione si riflette anche nei rapporti con il mondo imprenditoriale. Anche componenti di Confindustria avrebbero iniziato a caldeggiare un salvataggio temporaneo da parte dello Stato, anche per la centralità dell’acciaio in intere filiere produttive.

La tensione con gli industriali sarebbe alta da mesi. Un passaggio recente citato riguarda i pasticci su Transizione 5.0, misura pensata per garantire sgravi fiscali a chi investe in macchinari capaci di ridurre i consumi.

transizione 5.0: dotazione e richieste inferiori alle attese

La misura sarebbe entrata in vigore nel novembre 2023 e sin dall’avvio avrebbe generato polemiche. La dotazione indicata è pari a 6,3 miliardi di euro, mentre sarebbero stati richiesti soltanto 600 milioni per via della burocrazia, secondo la ricostruzione riportata.

Di fronte alle proteste di Confindustria, il ministero non avrebbe mantenuto una posizione coerente con le aspettative, alimentando ulteriori attriti sul funzionamento della misura.

figure citate: leadership e ruoli nei dossier menzionati

Il quadro descritto include riferimenti a soggetti con ruoli differenti, richiamati per funzioni istituzionali o attività di analisi collegate alle dinamiche industriali.

  • Adolfo Urso, titolare delle Imprese e del Made in Italy
  • Giorgia Meloni, evocata nel contesto del governo
  • Matteo Gaddi, indicato alla guida dell’Ufficio studi della Fiom
Crisi di Ilva e Stellantis, industria in rosso e shopping straniero sulle aziende italiane: il sonno di Urso genera mostri
Categorie: Economia

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