Armi e alleati per riaprire lo stretto di hormuz: cosa servirebbe a trump

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Armi e alleati per riaprire lo stretto di hormuz: cosa servirebbe a trump

Lo Stretto di Hormuz, da sempre snodo decisivo per l’energia e per i traffici marittimi, è entrato in una fase critica dopo la dichiarazione iraniana di chiusura. Da quel momento l’area è diventata teatro di una crisi paragonabile, per intensità e impatto, ai momenti più turbolenti degli anni Ottanta, quando il mondo dovette misurarsi con il rischio di una guerra delle petroliere. Il cuore della questione ruota attorno a un sistema di minacce che non si limita alla superficie: mine, droni, veicoli non pilotati e missili anti-nave costruiscono un perimetro di interdizione pensato per rendere il transito estremamente rischioso e scoraggiare le rotte commerciali.

chiusura dello stretto di hormuz e impatto sui traffici energetici

Il 4 marzo 2026 l’Iran ha comunicato la chiusura dello Stretto di Hormuz. La conseguenza immediata è la trasformazione di uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta in un’area ad alta tensione, con ricadute dirette su forniture energetiche e industriali.

Nel dettaglio, attraverso lo Stretto transitano circa il 20% del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas legato al Qatar. Inoltre passano forniture considerate cruciali anche per zolfo ed elio. La crisi viene descritta come senza precedenti dalla guerra delle petroliere degli anni Ottanta, con un’escalation che coinvolge il Golfo Persico e le tratte vicine allo Stretto.

dottrina irgc: guerra asimmetrica anti-accesso (a2/ad) nello scenario iraniano

Per comprendere cosa renderebbe difficile riaprire lo Stretto, il punto centrale è la dottrina dell’Irgc, la Marina dei Guardiani della Rivoluzione Islamica. L’impostazione è asimmetrica e orientata all’anti-accesso: l’obiettivo non sarebbe necessariamente affrontare direttamente in combattimento aperto la Marina degli Stati Uniti, ma rendere il transito così pericoloso da disincentivare qualsiasi navigazione commerciale.

arsenale iraniano: mine, droni, usv e missili anti-nave

L’arsenale viene descritto come composito e sofisticato, con più livelli di minaccia:

  • mine navali: una riserva stimata tra 5.000 e 6.000 mine. Al 12 marzo, secondo il Centcom, sarebbero state effettivamente posate meno di 10 mine nella strettoia, segnale che Teheran avrebbe preferito evitare, almeno in una fase iniziale, il costo politico di un blocco totale.
  • droni aerei (uav): utilizzo di sciami di velivoli tipo Shahed, con componenti in parte di derivazione russa, capaci di volare a bassa quota e di complicare la rilevazione radar in un ambiente elettromagneticamente congestionato come quello del Golfo.
  • veicoli di superficie non pilotati (usv): imbarcazioni kamikaze telecomandate, con capacità di colpire petroliere e navi da guerra.
  • barchini veloci: tattica di fast boat a sciame, considerata difficile da neutralizzare in acque ristrette.
  • missili anti-nave: batterie costiere e missili balistici anti-nave, con minacce che possono estendersi fino a distanze di decine di miglia.

attacchi tra 28 febbraio e 12 marzo: risposta Centcom e persistenza della minaccia

Nel periodo tra il 28 febbraio e il 12 marzo, almeno 10 navi commerciali sarebbero state attaccate nelle acque del Golfo Persico e dello Stretto. Centcom avrebbe risposto distruggendo oltre 100 imbarcazioni navali iraniane e colpendo depositi e impianti legati alla produzione di mine.

Il quadro resta però descritto come incompleto: droni aerei e usv possono essere lanciati da coste, isole e piccole imbarcazioni difficili da tracciare, mantenendo quindi la minaccia su livelli non eliminati in modo definitivo.

riaprire lo stretto: roadmap operativa militare in cinque passaggi

Una tabella di marcia delineata da Mark Montgomery, contrammiraglio in congedo ed ex comandante di un carrier strike group, descrive cosa sarebbe necessario per garantire il libero passaggio delle navi. Viene ribadito che l’operazione non risulta né semplice né rapida.

degradare la minaccia a un livello controllabile

Il primo passaggio riguarda la riduzione delle capacità pericolose fino a un livello definito come “rischio militarmente gestibile”. La minaccia include missili, mine, droni e usv in grado di colpire forze Usa e navi commerciali. Centcom avrebbe già oltrepassato 7.000 obiettivi colpiti e 6.500 sortite di combattimento, ma il processo non sarebbe concluso.

insr persistente lungo lo stretto e verso l’entroterra

Il secondo passaggio richiede un monitoraggio costante: cinquanta miglia su ciascun lato dello Stretto e cento miglia verso l’entroterra. Questo viene collegato a ISR (intelligence, surveillance, reconnaissance) continuativo, con l’impiego di droni MQ-9 Reaper e aeromobili da pattugliamento marittimo. Viene indicato anche che circa una dozzina di Reaper sarebbe stata persa dall’inizio del conflitto. Il Pentagono punta a “pensionare” questi droni.

copertura aerea persistente e apkws contro le minacce

Il terzo punto stabilisce la necessità di avere quattro-otto aeromobili mantenuti persistentemente in quota durante le operazioni di convoglio. Tali mezzi sarebbero dotati di Advanced Precision Kill Weapon System (apkws), descritto come un razzo da 25.000 dollari efficace contro i droni Shahed, per intercettare minacce aeree in tempo reale.

elicotteri armati pronti contro le fast boat

Il quarto passaggio prevede l’impiego di elicotteri armati pronti a colpire le fast boat che emergessero da costa o isole.

cacciatorpediniere aegis per la scorta del convoglio

Il quinto e ultimo passaggio prevede lo schieramento di 10-14 cacciatorpediniere Aegis, ritenute navi da guerra “perfette” per la scorta grazie alla cupola di difesa aerea integrata. L’impostazione descritta include anche la progressiva cessione della posizione agli alleati una volta stabilizzata la situazione.

guerra alle mine: il limite operativo che indebolisce la strategia

Il tallone d’Achille dell’intera operazione viene individuato nella guerra alle mine. In questo contesto viene riportata una criticità imbarazzante per il Pentagono: nel gennaio 2026, le ultime quattro Avenger (navi cacciamine dedicate) presenti nel Golfo sarebbero state caricate su una nave trasporto pesante diretta a Philadelphia per la demolizione.

Le sostituzioni previste erano tre Littoral Combat Ship (lcs) di classe Independence convertite per il ruolo anti-mine: USS Tulsa, USS Santa Barbara e USS Canberra. Al momento della crisi, le prime due sarebbero risultate già in Malesia, creando un vuoto operativo.

sostituzione anti-mine con ritardi: situazione critica senza cacciamine operative

Il sistema sostitutivo include un elicottero con rilevamento laser, un battello autonomo con sonar e un modulo di dragaggio. Il quadro descritto segnala un accumulo di oltre un decennio di ritardi legati a problemi di affidabilità. Il risultato, nel momento più critico, sarebbe la mancanza di cacciamine operative nella regione.

Una stima del Washington Institute del 2012 calcolava che per bonificare lo Stretto da una campagna massiccia di deposito di mine potrebbero essere necessarie fino a 16 navi dedicate. L’America, nella regione, viene indicata come dotata al massimo di una unità disponibile.

hormuz coalition e risposta degli alleati: disponibilità limitata e ostacoli politici

La strategia politica promossa da Trump invoca la creazione di una “Hormuz Coalition”, con richieste esplicite di partecipazione a Gran Bretagna, Francia, Giappone, Corea del Sud e Cina per inviare navi nella regione. La risposta degli alleati, secondo il quadro descritto, è stata finora tutt’altro che entusiasta.

rifiuti e posizioni diplomatiche: Germania, lussemburgo e gran bretagna

La Germania avrebbe rifiutato con decisione l’idea di una missione, con una dichiarazione del ministro della Difesa Boris Pistorius: “Questa non è la nostra guerra, non l'abbiamo cominciata noi”. Il Lussemburgo avrebbe parlato esplicitamente di “ricatto”.

La Gran Bretagna si sarebbe detta pronta a lavorare “con gli alleati su un piano collettivo”, mentre il premier Starmer avrebbe chiarito: “Non sarà una missione Nato, non è mai stato previsto che lo fosse”.

nato e coalizione: discussioni bilaterali senza impegni collettivi

Per Giappone e Australia si registrerebbe un atteggiamento di prudenza, almeno nella fase iniziale. La Nato, come istituzione, avrebbe confermato che singoli alleati discutono bilateralmente con Washington, senza però arrivare a impegni collettivi formali.

unione europea: proposta di ampliamento per eunavfor aspides

Un’apertura viene dall’Unione Europea, con la responsabile della politica estera Kaja Kallas che suggerisce di ampliare il mandato dell’operazione Eunavfor Aspides. L’operazione è già attiva dal 2024 nel Mar Rosso contro gli Houthi e, nel quadro proposto, dovrebbe estendersi allo Stretto.

Il mandato attuale di Aspides consentirebbe però solo la navigazione passiva nell’area, senza un ruolo attivo di scorta. Cambiare l’impostazione richiederebbe unanimità tra i 27 stati membri, indicata come un percorso lento e politicamente complesso.

francia e capacità anti-mine: tra rafforzamento aereo e limiti navali

La Francia avrebbe raddoppiato la presenza di Rafale in Giordania e negli Emirati, passando da 10 a 24 velivoli. Questi caccia avrebbero già intercettato decine di droni iraniani. Inviare navi anti-mine, nel quadro descritto, viene considerato un’altra questione.

La disponibilità di capacità anti-mine da mettere a disposizione risulta disomogenea tra i vari paesi:

  • royal navy britannica: scelta considerata rischiosa, con cessione della maggior parte delle cacciamine con equipaggio verso sistemi autonomi ancora in fase di sviluppo avanzato.
  • marine nationale francese: presenza di alcuni cacciamine di classe Éridan.
  • italia, belgio, paesi bassi: disponibilità di alcune unità della standing nato mine countermeasures group.
  • giappone e corea del sud: flotte anti-mine più consistenti, collegate alle tradizioni navali.

La questione viene presentata come anche politica: l’assenza di volontà di essere trascinati in un conflitto non formalmente sostenuto viene considerata un fattore determinante.

presenza cinese e ulteriori complessità nello scenario dello stretto

Nel quadro generale emerge un ulteriore elemento di complessità: la presenza cinese. A inizio marzo, la Marina cinese avrebbe partecipato alle esercitazioni “Maritime Security Belt 2026” nello Stretto di cui si fa riferimento come area dello St. L’indicazione fornita riporta la data del 16-05-2026.

figure citate: montgomery, pistorius e kallas

  • mark montgomery
  • boris pistorius
  • kaja kallas
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