Aderenza non ottimale alla terapia anti hiv: 4 pazienti su 10 tra i casi moschese sacco

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Aderenza non ottimale alla terapia anti hiv: 4 pazienti su 10 tra i casi moschese sacco

La gestione dell’Hiv oggi non si esaurisce nel controllo dei valori virali: serve una lettura completa dell’esperienza terapeutica, centrata sull’aderenza nel tempo. A Catania, nel corso della 18esima edizione di Icar dedicata ad Aids e ricerca antivirale, l’analisi condotta su popolazione italiana mette a fuoco un disallineamento rilevante tra soppressione virologica e continuità di assunzione.

Positive Perspective 3 e popolazione italiana: messaggi chiave sullo stato dell’aderenza

Davide Moschese, infettivologo dell’ospedale Luigi Sacco e ricercatore dell’Università degli Studi di Milano, presenta l’elaborazione dedicata alla sola popolazione italiana dello studio Positive Perspective 3. L’indagine internazionale, globale e trasversale, è realizzata in 29 Paesi con un supporto non condizionante di ViiV Healthcare e raccoglie esperienze, bisogni e sfide delle persone con Hiv.

Dai dati emerge un quadro articolato: il 93% dei partecipanti riferisce di avere la carica virale soppressa. Nello stesso gruppo, circa il 42% segnala un’aderenza non ottimale, indicando una distanza tra esito virologico dichiarato e regolarità della terapia.

disallineamento tra soppressione virologica e aderenza: le ragioni più frequenti

Il punto centrale sollevato da Moschese riguarda il fatto che il controllo virologico non rappresenta, da solo, una fotografia completa del percorso terapeutico. L’attenzione si sposta su ciò che incide davvero sulla continuità, con cause specifiche riportate dai partecipanti.

cause dell’aderenza non ottimale nella popolazione analizzata

Tra le motivazioni indicate, le più ricorrenti includono:

  • salto intenzionale delle dosi (nel 32% dei casi)
  • dimenticanza e mancato rispetto delle modalità di assunzione, ciascuna in circa un terzo dei casi

Questi elementi descrivono una combinazione di fattori comportamentali e organizzativi che si riflettono sull’aderenza, anche quando la soppressione virologica risulta riferita come raggiunta.

stanchezza di lungo periodo e bisogno di continuità: perché le long acting contano

Nel ragionamento dell’infettivologo, l’aderenza a una terapia cronica non è spiegabile esclusivamente con la dimenticanza. L’esperienza viene descritta come un insieme in cui pesa anche una stanchezza di lungo periodo e un carico quotidiano che accompagna la necessità di assumere una terapia tutti i giorni della vita.

long acting con iniezioni a cadenza più lunga come possibile supporto

In questo contesto, Moschese sottolinea che le terapie long acting, basate su iniezioni a cadenza più lunga (ad esempio ogni 2 mesi), possono contribuire a migliorare la continuità terapeutica. L’idea non riguarda soltanto la memoria, ma l’attenuazione della pressione quotidiana legata all’assunzione giornaliera.

focus sul relatore e sull’inquadramento della ricerca

Il messaggio presentato all’evento consolida la necessità di considerare l’intera esperienza clinica e di aderenza: non solo il risultato virologico, ma anche la capacità di mantenere nel tempo le terapie previste.

  • Davide Moschese
Categorie: Salute

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