Ordini non si discutono: gerarchi e tracotanti prefetti nell italia fascista
Tra campagne luminose e uffici governativi, emergono due episodi che mettono a fuoco obbedienza, ostinazione e coscienza in scenari lontani ma accomunati dallo scontro tra autorità e responsabilità. Da un lato, un racconto apocrifo porta alla luce la scena comica e insieme rivelatrice di un veicolo bloccato e di un gerarca in cerca di controllo; dall’altro, una lettera del 1944 racconta il confronto diretto tra un prefetto fascista e un pretore che rifiuta misure ritenute illegittime. In entrambi i casi, i fatti descritti costruiscono un quadro netto: l’ordine può imporre, ma la realtà spesso resiste, e la coscienza può rimanere l’ultimo argine.
racconto apocrifo di vasco pratolini: la lancia bloccata e l’ordine che non funziona
In un periodo di autarchia, un gerarca in divisa bianca conduce una giovane amica in automobile lungo i colli fiesolani. Tra Settignano e Castel di Poggio, la vettura, una Lancia superba, inizia a gorgogliare, soffiare e recalcitrare fino a impuntarsi in una carreggiata di fango, rifiutandosi di ripartire. Il gerarca scende corrucciato, apre il cofano e tenta di sistemare il meccanismo, mentre la signorina scende a sua volta.
La signorina nota un contadino che arava nel campo e lo chiama con insistenza, mentre il gerarca incalza in modo imperioso. Il contadino non si sposta subito: la signorina conclude che dev’essere sordo, e il gerarca arriva a definirlo idiota in modo esplicito. Alla fine, l’azione insistente di entrambi ottiene l’attenzione del contadino, che però non comprende immediatamente le richieste.
come avviene il recupero dei buoi: dal cofano al campo
Di fronte all’impasse, il gerarca decide di scendere egli stesso tra le zolle per farsi intendere nel modo necessario. L’idiota, lentamente, stacca i buoi dall’aratro e li avvia con un lungo giro verso la strada. Solo allora, davanti al cofano luccicante, si procede con accuratezza: il contadino dipana la fune arrotolata che tiene in mano e, con pazienza meticolosa, annoda l’attacco al parafango. Il gerarca lo assilla con richiami continui del tipo “presto”, ma il lavoro avanza secondo i tempi del contadino.
il corteo insolito: la lancia rimorchiata e l’ironia del dialogo
Una volta aggiogati i buoi, il bifolco emette un mugolio gutturale, le corde si tendono e la Lancia incagliata inizia a sussultare. Nella campagna primaverile prende forma un corteo insolito: i buoi stimolati dal bifolco, la figura “di casa” inserita nel paesaggio e, sullo sfondo, la macchina che obbedisce a balzelloni a ogni strappo di corda. Il gerarca risale al volante e guida la vettura a rimorchio; in coda la signorina saltella di sasso in sasso per non rovinare le scarpette nuove.
Durante la fase finale, il contadino si volta verso il gerarca e lo invita a riflettere su come riderebbe qualcuno se lo vedesse. Il dialogo chiarisce che la risata sarebbe provocata da Chamberlain. Il gerarca, nel tono con cui concede e riconosce l’operazione quando i buoi tirano, parla prima in modo altezzoso e poi lascia spazio alle parole del contadino.
lettera del 1944: il pretore de marco rifiuta la detenzione di innocenti
Dai diari apocrifi di Giovanni Spadolini emerge una vicenda legata alla giustizia nel periodo bellico. La narrazione richiama una lettera scritta nell’inverno del 1944 dal pretore di Massa Marittima, Donato Giuseppe De Marco, al prefetto fascista della provincia di Grosseto, Alceo Ercolani.
Il prefetto fascista aveva ordinato al pretore di far mettere in prigione i genitori dei giovani renitenti alla chiamata alle armi della Repubblica di Salò. Il pretore De Marco si rifiuta, richiamandosi al principio della personalità della pena. A quel punto, il prefetto risponde con minacce dirette, affermando che gli ordini non si discutono: sostiene di avere pieni poteri e qualifica il rifiuto come atto di sabotaggio, dichiarando che avrebbe preso provvedimenti anche contro lo stesso pretore se non avesse eseguito.
la risposta del pretore: legge, costume e coscienza
La replica del pretore è netta. De Marco dichiara di essere dolente di non poter dare l’assicurazione richiesta, spiegando che l’uso delle carceri giudiziarie per detenere innocenti costituisce un atto contrario alla legge e al costume italiano. Nel testo della risposta è presente anche l’elemento personale della coerenza: De Marco afferma di aver servito lo Stato nell’amministrazione della giustizia senza compiere nulla contro la propria coscienza.
riconoscimento dopo la guerra: calamaiandrei e l’esempio di libertà
A guerra finita, Piero Calamandrei viene indicato come figura che lodò il pretore De Marco, sottolineandolo come esempio di coscienza libera.
personaggi citati nelle due vicende
Gli episodi includono diverse figure, presentate direttamente nel racconto e nella documentazione richiamata:
- Vasco Pratolini
- Giovanni Spadolini
- gerarca
- signorina
- contadino (definito anche “idiota” nel dialogo)
- Chamberlain
- Donato Giuseppe De Marco
- Alceo Ercolani
- Piero Calamandrei
