Greenpeace ricorre contro la multa milioni per la protesta al access

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Greenpeace ricorre contro la multa  milioni per la protesta al  access

Greenpeace International e Greenpeace negli Stati Uniti hanno presentato ricorso chiedendo un nuovo processo davanti al Tribunale distrettuale del North Dakota. La richiesta arriva dopo una condanna che aveva imposto all’organizzazione di pagare 345 milioni di dollari al gruppo petrolifero Energy Transfer. Al centro della vicenda figura il gestore dell’oleodotto contestato in North Dakota, che risulta anche tra i principali donatori di Donald Trump.

greenpeace ricorre per un nuovo processo nel north dakota

Il ricorso è collegato a una decisione del giudice James Gion, che ha pronunciato la sentenza il 27 febbraio. La pronuncia si inserisce in un contesto già segnato da un precedente intervento della giustizia: in ottobre 2025 era stato tagliato di quasi la metà il risarcimento inizialmente assegnato, pari a circa 667 milioni di dollari, nell’anno precedente.

Secondo quanto contestato da Energy Transfer, Greenpeace avrebbe contribuito a provocare centinaia di milioni di dollari di danni attraverso una campagna definita dalla compagnia come “violenza e diffamazione” contro la realizzazione del Dakota Access. Si tratta dell’oleodotto completato nel 2017.

richiesta di tutela costituzionale e contestazione dell’errore giudiziario

Greenpeace sostiene che l’istanza di rinnovare il giudizio debba essere accolta per prevenire quello che viene definito uno dei più grandi errori giudiziari nella storia del North Dakota. Kristin Casper, responsabile dell’ufficio legale di Greenpeace International, ha dichiarato che la corte dovrebbe porre rimedio ai torti e garantire la tutela dei diritti e delle libertà promessi dalla Costituzione degli Stati Uniti.

Dal punto di vista dell’organizzazione, l’azione legale della controparte configura esempi di Slapp (Strategic lawsuit against public participation): cause considerate temerarie, presentate per bloccare attivisti e organizzazioni non profit con il ricorso a ingenti spese legali, con l’obiettivo di spingere al fallimento economico e, in ultima analisi, spegnere il dissenso.

protesta sioux e contesto storico del dakota access

Nel racconto di Greenpeace, il conflitto attorno al progetto si collega alla storica mobilitazione dei Sioux vicino alla Standing Rock Indian Reservation. La protesta, descritta come una delle più grandi manifestazioni anti-combustibili fossili della storia statunitense, sarebbe nata come evento a livello locale per poi trasformarsi in un simbolo di resistenza anche al di fuori degli Stati Uniti.

La vicenda viene inoltre associata a un confronto politico tra l’ex presidente Obama e Trump, indicato come favorevole alla realizzazione di 1.900 chilometri di oleodotto strategici per trasportare petrolio dai giacimenti di Bakken fino all’Iowa.

decisioni politiche e sviluppi giudiziari tra 2017 e 2020

A gennaio 2017, Trump avrebbe firmato un decreto per la ripresa dei lavori del Dakota Access, determinando la resa della tribù Sioux. Successivamente, a luglio 2020, un giudice federale, James Boasberg, della corte distrettuale del District of Columbia, avrebbe ordinato la chiusura temporanea del cantiere per il maxi oleodotto di quasi duemila chilometri.

Nel 2020, la Corte Suprema avrebbe respinto un ricorso della compagnia, affermando la necessità di una nuova valutazione d’impatto ambientale. Nel frattempo, l’oleodotto avrebbe continuato a trasportare petrolio.

greenpeace: “processo equo negato” e contestazione delle decisioni

Greenpeace descrive la sentenza come viziata e riconducibile a una causa ritenuta intimidatoria avviata dall’azienda statunitense. L’obiettivo indicato sarebbe quello di scoraggiare le proteste, mettere a tacere la libertà di espressione e cancellare la leadership indigena del movimento legato a Standing Rock, oltre a punire la solidarietà verso la resistenza pacifica al Dakota Access Pipeline.

Secondo l’organizzazione, la mancata correttezza del procedimento si riflette in una serie di criticità. Kasper sostiene che a Greenpeace sia stato negato un processo equo e, nella richiesta di un nuovo giudizio, vengono richiamate numerose e gravi irregolarità.

irregolarità contestate: giuria, legami e ripartizione dei danni

Le contestazioni includono la mancanza di un processo equo e imparziale nella contea di Morton, oltre a preesistenti pregiudizi nei confronti degli imputati di Greenpeace. Viene inoltre indicato che ci sarebbero legami con l’industria dei combustibili fossili, esperienze maturate con proteste di Standing Rock e opinioni negative in sette giurati su nove.

Un ulteriore punto riguarda la ripartizione del risarcimento. Greenpeace ritiene infatti che il riconoscimento dei danni, assegnati in modo esclusivo alla sola Greenpeace per proteste a cui avrebbero preso parte migliaia di individui e centinaia di organizzazioni, contrasti con quanto previsto dalla legge del North Dakota, che avrebbe stabilito chiaramente la necessità di ripartire i danni tra tutti i soggetti che avevano contribuito ai presunti danni.

persone coinvolte nella vicenda citate nel ricorso

  • James Gion
  • Kristin Casper
  • James Boasberg
  • Donald Trump
  • Barack Obama
Storica protesta contro l’oleodotto caro a Trump. Dopo la condanna record, Greenpeace chiede un nuovo processo

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