Decreto caivano più minori in carcere ma criminalità in calo, cosa dice il provvedimento senza parlare di baby gang

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Decreto caivano più minori in carcere ma criminalità in calo, cosa dice il provvedimento senza parlare di baby gang

La questione delle “baby gang” è entrata stabilmente nel dibattito pubblico come se fosse un’unica emergenza, capace di giustificare risposte rapide e uniformi. Le informazioni disponibili, però, descrivono un quadro più complesso: i numeri sulla criminalità minorile non mostrano un peggioramento generale nel lungo periodo, mentre alcune forme di violenza risultano in ripresa. In parallelo emergono criticità di metodo: terminologia, lettura del fenomeno e tipo di risposta istituzionale sembrano non allinearsi ai dati.

decreto caivano e criminalità minorile: cosa dicono i dati

Quasi due anni fa il decreto Caivano veniva presentato come reazione dello Stato all’emergenza criminalità giovanile. Oggi, negli istituti penali minorili, si registrano i valori più alti di detenuti dell’ultimo decennio. Nello stesso tempo, sul piano descrittivo, vengono riportati elementi che indicano un andamento diverso: su vent’anni le segnalazioni di minori denunciati o arrestati risultano in calo di oltre un terzo, e l’Italia resta tra i paesi europei con tasso di criminalità minorile più basso.

Un punto distinto riguarda alcuni reati violenti, come rapine, risse e lesioni, che mostrerebbero una ripresa preoccupante negli ultimi anni. Il nodo evidenziato consiste nel passaggio dalla tendenza parziale a una presunta emergenza generalizzata: l’interpretazione proposta sottolinea che estendere la lettura oltre i dati disponibili porta a una ricostruzione non coerente del quadro complessivo.

baby gang: l’equivoco linguistico che orienta le decisioni

Un elemento centrale riguarda il linguaggio. La definizione “baby gang” viene indicata come termine non presente nella letteratura criminologica internazionale. Secondo la ricostruzione fornita, si tratterebbe di un neologismo italiano privo di un fondamento scientifico consolidato, capace di innescare due effetti comunicativi: da un lato infantilizza i protagonisti amplificando la dimensione morale dello scandalo; dall’altro evoca organizzazioni criminali strutturate che, nella maggioranza dei casi, non risulterebbero presenti.

In questa prospettiva viene richiamata una ricerca di Transcrime dell’Università Cattolica, basata su fonti istituzionali e giudiziarie nazionali. La ricerca, secondo quanto riportato, descrive aggregazioni giovanili italiane con una dimensione media inferiore a 10 membri, per lo più maschi tra 15 e 17 anni, e con prevalenza di reati come risse e percosse. La conclusione che emerge è che si tratti più di devianza espressiva che di crimine organizzato.

Il meccanismo attribuito alle scelte istituzionali è diretto: quando ogni gruppo di adolescenti coinvolto in episodi di violenza in contesti periferici viene etichettato come “gang organizzata”, la risposta tenderebbe a spostarsi verso più carcere e meno prevenzione, indipendentemente da quanto indicano i dati.

non esiste un’unica baby gang: le configurazioni del fenomeno

Un secondo equivoco indicato come “più profondo” è l’idea di un fenomeno unico. La sociologia, secondo quanto riportato, distingue almeno quattro configurazioni differenti. Le aggregazioni fluide e informali, tra le più diffuse, tendono a sciogliersi rapidamente con la stessa velocità con cui si formano. I gruppi imitativi del Mezzogiorno vengono descritti come capaci di assorbire simboli e codici della criminalità organizzata senza operare per suo conto. Le bande autonome emergenti al Nord risultano più strutturate, ma senza legami con la mafia. L’ultima categoria, segnalata come la più pericolosa, riguarda le gang di derivazione mafiosa, concentrate quasi esclusivamente nel Sud e numericamente residuali.

La critica principale ruota attorno alla risposta: trattare queste diverse configurazioni con un’unica soluzione viene indicato come un errore di impianto, perché equivale ad affrontare quattro problemi diversi attraverso lo stesso schema. La ricostruzione afferma che è ciò che sarebbe avvenuto con il decreto Caivano.

risultati della politica penale minorile: l’aumento dei detenuti

Il risultato viene descritto come visibile. A gennaio 2024 i ragazzi detenuti negli istituti penali minorili erano 496, presentati come picco degli ultimi dieci anni. L’osservazione collegata insiste sul fatto che non sarebbe presente un corrispondente aumento della criminalità nel suo complesso.

Nella stessa impostazione si afferma che norme pensate per combattere la camorra siano state importate in un sistema minorile che avrebbe una propria logica costituzionale, ribadita anche da una sentenza della Corte Costituzionale del 2000.

detenzione e prevenzione: perché la strada indicata non avrebbe funzionato

La ricostruzione richiama conoscenze criminologiche consolidate nel tempo. La detenzione, secondo quanto riportato, tenderebbe a rafforzare la coesione interna delle gang, cristallizzando identità devianti. Inoltre, il carcere esporrebbe i ragazzi a una socializzazione criminale legata all’ambiente detentivo. Il risultato attribuito a questa dinamica corrisponderebbe a effetti opposti rispetto all’obiettivo dichiarato.

Per la soluzione dei problemi descritti vengono indicati interventi non immediati ma strutturali: servizi territoriali, comunità educanti e educatori di strada. La linea argomentativa sottolinea investimenti pazienti e poco fotogenici, con l’implicazione che, proprio per la mancanza di effetti immediati, spesso non vengano realizzati con continuità.

povertà educativa e risorse: il divario tra costi e investimenti

Un ulteriore passaggio riguarda il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Viene indicato che nel 2021 il fondo avrebbe destinato circa 14,5 milioni di euro a progetti in tutta Italia. La cifra viene definita ridicola se confrontata con il costo, economico e umano, collegato al sovraffollamento carcerario minorile.

La conclusione riportata è che, finché lo spettro della “baby gang” risulterà più utile sul piano politico della prevenzione, il circolo vizioso non verrebbe spezzato.

Decreto Caivano, più minori in carcere ma tasso di criminalità in discesa: non si parli di ‘baby gang’

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