Uova contaminate a vicenza: 10 volte oltre i limiti
Luna, Fiamma e Coca erano tre galline allevate in un piccolo podere con orto alla periferia di Vicenza, insieme a un gallo chiamato Cenere. La loro storia, raccontata al tempo passato, ruota attorno a un episodio che riguarda la salute, la contaminazione ambientale e la difficoltà di ottenere informazioni pubbliche: gli animali sono morti dopo essere stati uccisi da una volpe in una casa colonica della Pedemontana veneta, dove erano stati trasferiti dopo la rinuncia di una famiglia a occuparsi di loro e delle uova. A motivare la rinuncia è stato un eccesso di Pfas. La vicenda si inserisce nel più ampio fenomeno di adulterazione di acque e terreni avvenuto in Italia negli ultimi anni, legato a sversamenti di sostanze perfluoroalchiliche nella falda che attraversa il sottosuolo del Veneto.
Al centro dello scenario si trova Elisabetta Donadello, 51 anni, nella zona di Carpaneda. Nel 2024, nel corso di verifiche che hanno portato a una segnalazione formale, è emersa una presenza di Pfas nelle uova significativamente superiore ai limiti di riferimento.
galline, uova e Pfas: la scoperta da 13.600 nanogrammi
La conferma del problema è arrivata attraverso un’analisi su uova con risultati che hanno evidenziato 13.600 nanogrammi per chilo, a fronte di un limite indicato come 1.700 nanogrammi. Il dato, sebbene acquisito nel 2024, è diventato elemento centrale della situazione perché, secondo quanto riportato, le autorità regionali non diffondono da due anni i risultati delle analisi sugli alimenti contaminati.
La prova è stata formalmente collocata in un contesto di denuncia amministrativa: i risultati sono stati inclusi in una segnalazione ai carabinieri del Noe, all’Arpav e alla Regione del Veneto. La vicenda richiama anche un’accusa rivolta alle istituzioni per la mancata informazione sufficiente alla popolazione.
come è avvenuta la verifica: dubbi, laboratorio e pagamenti
Il percorso di accertamento nasce da elementi già noti e da una scelta consapevole di controllare direttamente ciò che veniva prodotto nel proprio contesto. Donadello descrive l’esistenza di dubbi sulle verdure dell’orto e richiama un monitoraggio interno al gruppo di associazioni, con l’indicazione di un quadro informativo ottenuto dalla Regione nel 2021, a seguito di un ricorso al Tar.
La persona coinvolta afferma che, nel ragionamento maturato nel tempo, il pesce e le uova risulterebbero più esposti ai Pfas in quanto le sostanze perfluoroalchiliche si legano facilmente alle proteine. A questa impostazione si aggiunge la gestione della risorsa idrica: dal 2015 non veniva impiegata acqua di falda nel terreno e veniva mantenuta attenzione negli scarti del cibo destinato alle galline.
analisi e costi: il laboratorio di Conselve
Per l’analisi è stato utilizzato un laboratorio di Conselve (Padova). Donadello dichiara un coinvolgimento diretto nelle spese, indicando un costo di 200 euro di tasca propria.
Secondo la ricostruzione fornita, l’esito complessivo avrebbe riguardato la somma di quattro Pfas.
reazione e prove sanitarie: esami del sangue e fiducia nelle uova
La scoperta avrebbe avuto un impatto emotivo immediato: durante la comunicazione dei risultati, sarebbe stata posta una domanda diretta, con l’espressione “ma lei le sta mangiando quelle uova?”. La descrizione delle uova sottolinea anche un elemento pratico: le galline producevano uova con caratteristiche “di un tempo”, legate al fatto che razzolasero quotidianamente nel terreno e non fossero in allevamento.
Donadello afferma di essere già a conoscenza della presenza di Pfas nel sangue dei figli, ma di non aver avuto, in passato, l’accesso agli esami richiesti nel contesto locale. Per acquisire la prova sanitaria viene citato l’utilizzo di un laboratorio tedesco, collegato a quanto avrebbero consentito le autorità sanitarie venete “fino ad alcuni anni fa”. In seguito, sarebbe stato possibile effettuare esami anche in Italia, ma con il pagamento di un ticket di 92 euro.
scelta di sospendere l’uso delle uova e gestione degli animali
Con la mancanza di fiducia nelle uova prodotte nell’area, la gestione è cambiata: le galline sarebbero state affidate a una fattoria lontano da Vicenza, pensata per evitare l’impiego delle uova per la produzione alimentare e limitarne l’uso al razzolamento. Per mantenere gli animali sul posto sarebbe stata necessaria una misura strutturale descritta come una “gettata di cemento”.
perché i Pfas arrivano alle galline: falda a 1,5 metri e terreno contaminato
Alla domanda su come potesse emergere un alto tasso di Pfas nonostante l’assenza di uso di acqua di falda, la spiegazione proposta si fonda sul ciclo dell’alimentazione legato all’ambiente. Il pollame vive nel terreno e, nel contesto descritto, mangia lombrichi.
Donadello indica che la falda scorre ad una profondità di circa un metro e mezzo sotto la proprietà. Secondo quanto riferito, il terreno sarebbe ormai “imbibito” da sostanze contaminanti. A supporto di questa impostazione vengono citati studi condotti da facoltà di Agraria e Chimica dell’Università di Padova, con il coinvolgimento di professori Antonio Masi e Giancarlo Renella. A questi percorsi sperimentali sarebbe stato concesso un orto, orientato a verificare aspetti legati alla produzione di ortaggi.
zone rosse e arancione: utilizzo dei pozzi e presenza di pollai domestici
Nella ricostruzione fornita, viene richiamato che nelle aree classificate come rosse, arancione e gialla moltissime persone avrebbero pollai domestici e utilizzerebbero pozzi di falda. In coerenza con questa variabile ambientale, la scelta dichiarata è l’acquisto di uova lontano da questa zona.
ortaggi e Pfas: radici, foglie e frutti
Riguardo agli ortaggi, il quadro descritto indica che alcuni studi pubblicati dell’Università di Padova avrebbero mostrato la presenza di Pfas in diverse parti vegetali: radici, fusto, foglie e anche frutto. Nel racconto, il pomodoro risulterebbe interessato fino al frutto, mentre per i piselli sarebbero state registrate tracce nelle strutture della pianta radici, fusto e baccello, con l’indicazione che i piselli non mostrerebbero la stessa presenza.
gestione dell’acqua e caratteristiche del terreno
In seguito alle evidenze citate, viene indicato che per le verdure viene utilizzata solo acqua piovana. La motivazione è collegata anche alla natura del terreno: trattandosi di terreno argilloso, quando piove non scivolerebbe via con facilità.
rete zero pfas e richiesta di dati: monitoraggio alimentare
Donadello dichiara un’adesione alla Rete Zero Pfas e definisce come sfida principale l’ottenimento dalla Regione dei dati sul monitoraggio degli alimenti. L’obiettivo è conoscere quante sostanze perfluoroalchiliche siano presenti nel cibo e individuare anche dove le sostanze vengono prodotte o originate, secondo la finalità indicata.
Nel contesto delle iniziative, sarebbero stati diffusi i dati relativi alle uova, ritenuti utili a sottolineare l’importanza di accedere alle analisi effettuate a livello regionale.
interrogazione regionale e assenza di pubblicazioni ufficiali
Sul tema viene riportata la presentazione di un’interrogazione alla giunta regionale del Veneto da parte di Chiara Luisetto, esponente del Pd. Nella ricostruzione, il Piano di sorveglianza destinato a fornire alle popolazioni e alle aziende agricole della Zona Rossa e della Zona Arancione un quadro aggiornato sulla contaminazione da Pfas sui prodotti vegetali risalirebbe alla fine del 2023.
A quasi due anni e mezzo di distanza, dopo il lavoro di enti e strutture citate, non risulterebbe alcuna pubblicazione ufficiale degli esiti. Tra i soggetti menzionati compaiono l’Istituto Superiore di Sanità, l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie e il Dipartimento DAFNAE dell’Università di Padova. L’indicazione finale è che cittadini e agricoltori avrebbero diritto a conoscere i dati.
Figure e riferimenti presenti nella vicenda:
- Elisabetta Donadello
- Luna
- Fiamma
- Coca
- Cenere
- Antonio Masi
- Giancarlo Renella
- Chiara Luisetto
