Città di pianura il film italiano più bello dell’anno e perché vale la pena vederlo
Un film capace di imporsi nel tempo senza chiedere permessi nasce raramente, e quando succede merita di essere riconosciuto con lucidità. Le città di pianura torna nelle sale italiane con una gestazione lunga e un percorso che ha attraversato momenti diversi, dalla presenza in programmazione fino al consolidamento del suo rilievo durante la stagione dei premi. Al centro c’è un’idea di cinema che non si limita a “raccontare”, ma lavora sulla percezione, sull’attesa e sulla dilatazione del tempo, trasformando la pianura in un luogo mentale prima ancora che geografico.
le città di pianura: ritrovamento tardivo, impatto immediato
Il film Le città di pianura è uscito nelle sale a ottobre 2025, quando avrebbe meritato attenzione critica e visibilità prolungata. In seguito ha continuato a consolidarsi anche a novembre 2025, segnando un record regionale di permanenza nelle sale. Ancora più avanti, a fine marzo 2026, la candidatura a 16 David di Donatello ha rappresentato un ulteriore salto di riconoscimento, seguita a inizio maggio 2026 dalla conquista di 8 premi.
A stagione italiana quasi conclusa, il recupero in sala avviene senza l’agitazione delle anteprime e dei grandi eventi, in un contesto più essenziale. Il risultato è un’esperienza che mette al centro il film e il suo ritmo: l’attesa, lo smarrimento temporale, la continuità di uno sguardo che non cerca l’effetto e non costruisce scorci risolutivi. Il film diventa così un evento da vedere “con calma”, restituendo una qualità di visione che emerge proprio quando l’attenzione non è dispersa da dinamiche rumorose.
le città di pianura: spazio veneto e dimensione universale
La “pianura” del titolo viene associata al Veneto per ragioni anagrafiche e autoriali. Il film, però, non resta chiuso in una delimitazione localistica: la pianura si configura come uno spazio filosoficamente astratto, uno sfondo capace di accogliere figure che abitano quel margine postindustriale con un’occupazione lenta, etilica, esistenziale.
Le atmosfere e le presenze in scena delineano un mondo che non punta a una lettura immediata e univoca, ma lascia spazio a una dimensione di continuità: il paesaggio sembra generare lo stesso movimento del racconto, trasformando ciò che è marginale in materia narrativa. Il risultato è una cornice che rende possibile lo smarrimento e la dispersione, rendendo “pianura” qualcosa che va oltre la geografia.
il tempo dell’attesa in le città di pianura
Il senso del film si costruisce soprattutto su un principio: l’immagine come modo di mostrare ciò che viene visto. La dinamica non ruota attorno a una sequenza tradizionale di eventi, quanto su la dilatazione e lo smarrimento temporale dell’attesa. Anche quando la trama include l’idea di un incontro e di un proseguimento legato a un arrivo, ciò che conta è come il tempo si distende, come l’attesa si riforma e diventa parte integrante del respiro della storia.
sequenze e sguardo: auto, ostacoli, frammenti
Un tratto stilistico ricorrente riguarda la percezione “dall’auto”. Per una parte significativa del film, i tre protagonisti sembrano osservare file di elementi paesaggistici — villette, muretti, siepi, steccati e reticolati — senza riuscire a vedere oltre. Lo sguardo resta intrappolato in una prossimità che non apre prospettive definitive: si cerca una ripartenza, si rilancia, si insiste con parole di breve durata, come nella sequenza del gelato, mentre l’inseguimento di un treno in corsa si lega a una trasformazione di atmosfera che conferisce al momento una dimensione quasi mitica.
In parallelo, la costruzione visiva include anche un momento più ricercato legato alla Tomba Brion. In una sequenza emblematica, Doriano prova a guardare oltre una parete dell’opera di Carlo Scarpa, mettendosi in punta di piedi: lo spazio oltre la superficie non si rivela, ma il filmare prosegue con energia, necessità e continuità.
le città di pianura e il confronto con un cinema riconoscibile
Il film viene descritto come fortemente legato a una sensibilità registica che trova affinità con Paris, Texas e Perfect Days. L’impostazione non mira a rappresentare in modo esplicito generazioni, culture o scontri di classe, lasciandosi invece trascinare nello sbriciolamento e nella dispersione della materia dell’esistenza.
La struttura narrativa risulta priva di grandi apici, con mancanza di turning point spettacolari e di dichiarazioni focali su amicizia o amore. Il film staziona, senza formalismi e senza costruire semplificazioni: l’essere si fa significato attraverso la permanenza, con un tocco ironico e una componente di surrealismo folk. In particolare, il brano Va Pian viene indicato come elemento capace di ipnotizzare e consolidare l’atmosfera.
le città di pianura e i David di Donatello: scelte e premi
Il percorso del film ai David di Donatello è centrale nel suo riconoscimento: la candidatura a 16 premi a fine marzo 2026 e la vittoria di 8 premi a inizio maggio 2026. All’interno di questo contesto emergono anche due aspetti collegati alla competizione attoriale e alle scelte dell’Academy.
interpretazioni in evidenza: Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla
La riflessione sul premio mette al centro l’assenza di un ex aequo tra Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla. Il film viene presentato come opera in cui l’equilibrio attoriale risulta essenziale: Romano e Capovilla concorrono insieme a definire lo spirito del racconto, legato a una pianura che non apre mai uno scorcio risolutivo e in cui tornano gli stessi manufatti industriali del tempo, scrostati e cementificati.
personaggi e cast citati
Nel contesto delle figure principali e delle interpretazioni richiamate risultano:
- Sergio Romano
- Pierpaolo Capovilla
- Doriano
- Carlobianchi
attese estive e ritorno nelle arene
Il recupero del film si lega anche a un ciclo di visione fuori dai grandi circuiti: le arene estive vengono indicate come lo scenario in cui il film può essere ripreso con maggiore continuità. Il percorso che va dalle sale iniziali fino alle candidature e alle vittorie ai premi costruisce un’attenzione progressiva, mentre l’esperienza in sala restituisce una struttura fatta di attesa, stazionamento e sguardo persistente sulla pianura.


