Storie delle ragazze dimenticate non solo maranzine

• Pubblicato il • 5 min
Storie delle ragazze dimenticate non solo maranzine

La violenza, quando diventa quotidianità, non riguarda soltanto luoghi lontani o storie marginali: prende forma in relazioni spezzate, scelte forzate, sguardi che cercano una via d’uscita. Gabriella Simoni, giornalista abituata a osservare la sofferenza umana nei punti più duri, costruisce in Non solo maranzine (Il Margine) una raccolta di ritratti di undici ragazze e ragazzine ospitate e, per quanto possibile, riavviate verso un recupero in una comunità italiana. Il testo restituisce una materia viva, densa e ravvicinata, fatta di strade, ferite e tentativi di ricostruzione che restano ostinati.

non solo maranzine: ritratti di violenza e recupero femminile

Il percorso delineato da Simoni non gira intorno al dolore: lo attraversa. Tra le figure descritte emergono storie segnate da scippi, risse e ribellione, ma anche da traumi più radicati, come episodi di violenza familiare capaci di lasciare tracce profonde. Una ragazza di quindici anni viene mostrata mentre racconta l’intenzione di andare ai rave per “spaccarsi a merda”. Accanto a questo, Simoni mette a fuoco ragazzine di origine peruviana e cinese colpite in modo brutale dai genitori, e una figlia tatuata legata a un boss ucciso da un tossico, che esplode di rabbia lanciando bottigliate in testa a un nemico.

Il filo comune è la durezza di un vissuto che frantuma l’identità: la violenza appare come qualcosa che “spacca in due” vite già spezzate. Simoni, sempre secondo le indicazioni presenti nel testo, rifiuta una narrazione che trasformi il male in una semplice etichetta utile a generare consenso o indignazione.

l’urgenza di essere viste nelle difficoltà

Nei passaggi iniziali del libro, l’autrice chiarisce una linea precisa: le ragazze raccontate non cercano assoluzione e non vengono idealizzate. La richiesta, invece, riguarda un riconoscimento più complesso: essere viste nelle proprie difficoltà e nella propria unicità. Ogni storia viene presentata come un frammento di ricostruzione, dove la scrittura adotta un ritmo simile a quello di colloqui guidati da separazioni fisiche e, allo stesso tempo, da una vicinanza emotiva capace di colpire.

cause multiple e assenza di motivazioni univoche

Uno dei punti centrali del contenuto è l’impossibilità di ridurre queste storie a una sola spiegazione. La narrazione evidenzia una complessità causale che impedisce di delineare un motivo unico per la non omologazione. Nelle vicende descritte compaiono con frequenza strada, droga e furti, insieme a ribellioni che non seguono una logica lineare.

Simoni descrive l’idea di un intreccio senza soluzione semplice: una separazione disastrosa, un incidente mortale che priva di un affetto necessario, famiglie considerate “perfette” ma incapaci di accettare l’imperfezione dei figli, padri deboli o padroni, madri devastate, ma anche genitori disposti a tutto pur di salvare figlie perdute. Nel quadro rientrano anche scenari in cui i membri della famiglia sono uniti o in guerra, e desideri orientati sia alla ricchezza sia alla vita di strada. Il risultato è un mosaico in cui non c’è una spiegazione, ma mille; non c’è una reazione, ma centomila.

dal contesto all’esempio: Nicole e Marilena

La difficoltà di selezionare i casi più emblematici emerge nel testo attraverso esempi diversi. Da un lato c’è una ragazza descritta come un’autentica “maranzina” che vuole vivere in carcere e che, come forma di punizione da dura, cerca spesso la fuga dall’istituto di recupero. Dall’altro lato viene richiamata la simbiosi amicale tra due ragazzine, una di origine peruviana e l’altra cinese, che subiscono botte senza limiti da violenze paterne e, in modo ancora più sorprendente, anche materne, collocate persino in luoghi quotidiani come quelli di un ristorante cinese.

All’interno di queste storie, il testo si concentra poi su un caso apparentemente meno “vistoso” ma decisivo: quello di due compagne di stanza di un centro di recupero, Nicole e Marilena (nomi di fantasia).

tossicodipendenza, depressione e suicidi

Nel racconto su Nicole e Marilena non compare l’immagine dell’“innesto straniero” costruito come modello di immigrazione di seconda generazione. Al centro c’è invece il disfacimento della figura paterna e del nucleo familiare, presentati come profondamente italiani. Vengono richiamati tossicodipendenza, depressione e suicidi. Accanto a questi elementi compaiono alcol, nuove botte e famiglie in frantumi, all’interno di una cornice in cui i padri risultano assenti o malamente presenti.

La conseguenza descritta è netta: le ragazze diventano vittime di genitori incapaci di essere genitori. I loro racconti non rimandano alla fragile spavalderia di chi compie scippi o furti per fuggire da soprusi e violenza, ma a un apprendimento precoce della difesa e della necessità di nascondersi, persino sotto un tavolo. In questo scenario, il testo richiama il caos degli affetti, il tira e molla degli assistenti sociali e la rottura di una stabilità che dovrebbe reggere nel tempo.

dentro la normalità: la prossimità del dolore

Nicole e Marilena vengono presentate come un anello di una catena che porta verso confini molto vicini a ciò che viene comunemente percepito come normalità. La forza emotiva del contenuto sta proprio nel contrasto tra l’idea dello stupore dell’abisso e la realtà del dolore vissuto a distanza ravvicinata. L’obiettivo delineato, secondo i fatti riportati nel testo, è permettere che queste vite raccontate possano ricominciare da capo, superando la sola componente voyeuristica associata a letture superficiali e impiccione.

Personaggi e figure citate esplicitamente

  • Gabriella Simoni
  • Nicole (nome di fantasia)
  • Marilena (nome di fantasia)
“Non chiedono di essere assolte o idealizzate, ma viste”: undici ritratti di ragazze oltre l’etichetta di “maranzine”
Categorie: Cronaca

Per te