Pnrr: se gli obiettivi non vengono centrati, la colpa non è dei medici
Le Case di Comunità, introdotte nell’ambito del Pnrr e pensate come snodo essenziale dell’assistenza territoriale, raccontano una storia fatta di risorse stanziate, strutture realizzate e risultati operativi ancora lontani dalle aspettative iniziali. Tra cantieri, servizi attivi e modelli organizzativi che mettono al centro il territorio, emergono criticità su personale, funzioni reali e impatto sulle liste d’attesa, fino a riaccendere il confronto sul futuro del medico di famiglia.
Case di Comunità Pnrr: risorse stanziate e stato di attivazione
Dei 15 miliardi previsti per la Missione 6 salute, 2 miliardi vengono destinati al restyling e alla costruzione delle 1038 Case di Comunità, successivamente aumentate a 1717 dal DM 77. La distribuzione interessa l’intero territorio nazionale.
Al 20 dicembre 2024, secondo i dati Agenas, solo 485 strutture risultavano attive con almeno un’attività funzionante. Di queste, soltanto 66 erano pienamente operative con tutti i servizi obbligatori.
A cosa servirebbero le Case di Comunità: obiettivi di assistenza integrata
La finalità delle Case di Comunità è quella di offrire una risposta integrata e multiprofessionale a persone con malattie croniche, disabilità, disagio mentale e condizioni di povertà. L’impostazione mira a creare strutture di secondo livello, collocate tra ospedale e territorio.
L’idea di funzionamento prevede l’invio di pazienti complessi, su segnalazione, che non richiedono ricovero ospedaliero, ma necessitano di valutazioni specialistiche e di presa in carico sociale o assistenziale. La logica è evitare che persone fragili vengano rimbalzate tra servizi diversi, con spostamenti e attese che rendono difficile ottenere prestazioni diagnostiche e specialistiche.
Autoaccesso e carenza di specialisti: cosa trova il cittadino
Nel progetto organizzativo è previsto l’autoaccesso. Il punto centrale evidenziato è che, nella pratica, nelle Case di Comunità non sarebbero presenti gli specialisti. La carenza avrebbe portato a considerare lo spostamento di specialisti dagli ospedali al territorio, con proteste dei sindacati di categoria, dato che gli organici ospedalieri risultano già sottodimensionati e sottoposti a carichi di lavoro improponibili.
Se mancano gli specialisti, resterebbero almeno le figure infermieristiche. Anche in questo caso, il personale non risulterebbe sufficiente: sarebbe mancante circa 22.000 infermieri.
Medici di famiglia nelle Case di Comunità: funzioni assegnate e limiti operativi
Di fronte all’assenza di specialisti e alla carenza infermieristica, l’impostazione indicata porta al coinvolgimento dei medici di famiglia. L’aspettativa sarebbe che, inseriti nelle Case di Comunità, possano svolgere compiti organizzativi utili a intercettare bisogni clinici urgenti e a coordinare l’assistenza.
Secondo la descrizione delle attività previste, i medici di famiglia dovrebbero garantire una guardia medica h24, oltre a svolgere certificazioni mediche per turnisti, prescrizioni farmaceutiche urgenti e invio in ospedale per situazioni di emergenza. Ne emerge un quadro in cui il contributo descritto non avrebbe, di fatto, l’effetto di abbattimento delle liste d’attesa né un ruolo decisivo nel contenimento dell’accesso ai pronto soccorso.
liste d’attesa e pronto soccorso: perché il filtro rischia di non funzionare
Il problema dell’affollamento dei pronto soccorso viene collegato a riduzione di posti letto e personale, oltre che a condizioni di lavoro complesse. Nell’impostazione riportata, l’idea di filtro attraverso i medici di famiglia non risulterebbe coerente con il tipo di funzioni assegnate e con i vincoli strutturali.
Sul tempo lavorativo, viene richiamata un’attività media in studio che supera la soglia indicata: dai dati personali del confronto riportato, con 1.500 pazienti, in un anno sarebbero registrati circa 16.000 accessi a studio, pari a circa 70 accessi giornalieri, includendo carico clinico e amministrativo, oltre ai contatti telefonici e alla messaggistica. Ne deriva il riferimento a circa 750 milioni di visite annue svolte dai medici di medicina generale, con l’argomento che, al contrario di quanto sostenuto da altri, l’attività dei MMG avrebbe già la capacità di evitare il collasso dei pronto soccorso.
doppio impiego e debito orario: effetti sulla sostenibilità della medicina generale
La richiesta formulata è di lavorare negli studi e, simultaneamente, nelle Case di Comunità, descritta come un duplice vincolo difficilmente sostenibile. Spostare il lavoro tra sedi non comporterebbe un aumento delle risorse disponibili, mentre il carico verrebbe redistribuito.
Viene anche sottolineata la criticità politica e organizzativa del riconoscimento degli obiettivi non raggiunti: l’impatto sui risultati si collegherebbe all’affermazione secondo cui i fondi sarebbero stati concentrati soprattutto sull’edilizia sanitaria, con minore investimento sulla valorizzazione del personale. In tale contesto, gli stipendi sarebbero rimasti fermi da lungo tempo e i carichi sarebbero invece aumentati.
Il punto diventa quindi la responsabilità complessiva, con l’argomento che il carico imposto ai medici non sarebbe compensato da adeguate tutele e da una reale valorizzazione delle attività di back office considerate poco visibili.
Status giuridico del medico di famiglia e ruolo unico: conseguenze su conciliazione e reclutamento
La riorganizzazione dell’assistenza territoriale viene collegata al dibattito sullo status giuridico del medico di famiglia: libero professionista, ma soggetto a una subordinazione progressiva senza adeguate tutele. Tra i temi richiamati compaiono maternità, ferie, malattia, infortunio e la possibilità di part-time, considerati determinanti per la conciliazione vita-lavoro, soprattutto in un settore in cui la professione sarebbe in forte trasformazione verso la componente femminile.
Viene citata l’introduzione del ruolo unico per i giovani medici, con l’indicazione di obbligo di lavorare 38 ore nelle strutture e di dover aprire studi per ricevere i pazienti. L’effetto descritto è la desertificazione della medicina generale. Come esempio viene richiamato un dato: a Bergamo e provincia, su 511 zone carenti messe a bando, avrebbero risposto in 13 e in 8 quelli che avrebbero accettato l’incarico, portando a un riscontro simile anche altrove.
Se venisse introdotto l’obbligo del doppio lavoro anche per i medici già in servizio, viene indicata la prospettiva di un pensionamento di massa e di un ulteriore aggravamento della situazione. Viene richiamato un rischio: sarebbero oltre 6 milioni gli italiani senza medico.
Riforma e valorizzazione delle cure primarie: proposte di cambiamento organizzativo
Una riforma coerente, secondo l’impianto esposto, dovrebbe valorizzare le cure primarie territoriali tramite l’istituzione di una scuola di specializzazione in medicina generale. Il modello prefigurato include l’assunzione dei medici come dipendenti oppure in forma di specialisti a convenzione all’interno delle Case di Comunità, con l’aspettativa che i giovani possano rispondere in modo più favorevole.
La riforma viene presentata come non realizzabile a isorisorse. Viene ribadito inoltre che chi ha lavorato con un’organizzazione autonoma, capace nel tempo di produrre risultati positivi tramite capillarità e accessibilità, dovrebbe essere lasciato libero di operare nel proprio studio. Se il Paese risulta tra i più longevi, il legame viene ricondotto all’impatto del lavoro svolto sul territorio dalle generazioni di medici nel corso dei decenni.
ENPAM e limbo professionale: il nodo delle tutele e della responsabilità collettiva
La riforma sarebbe stata frenata per la convenienza di mantenere i medici di medicina generale in un limbo: liberi professionisti senza tutele, dipendenti di fatto senza diritti, con la necessità di sostenere la cassa previdenziale indicata come ENPAM. Viene descritta come ente giuridico privato con finalità pubblica e come punto centrale del sistema, citando anche una previsione di sostegno nazionale legata a investimenti quantificati in una quota del patrimonio previdenziale.
Il rischio ricade sui professionisti e sui cittadini: la sostenibilità del modello viene letta come subordinata a costi che non sarebbero adeguatamente compensati.
personalità citate
Personaggi, ospiti o membri del cast citati:
- Mandrake
