Brexit giorno dello choc: farage festeggia mentre l europa si risveglia cambiata
Attorno alle 4 del mattino del 24 giugno 2016, il voto sul futuro del Regno Unito imprime una svolta definitiva: i segnali che arrivano da tutto il Paese indicano un vantaggio decisivo per il Leave. La Brexit risulta vincente e, con quel risultato, il Regno Unito decide di lasciare l’Unione Europea. A Londra si alza il tono della celebrazione di Nigel Farage, mentre a Bruxelles le reazioni dei portavoce della Commissione guidata da Jean-Claude Juncker sono immediate: l’uscita del Regno Unito cambia i numeri e ridisegna l’assetto dell’Unione.
brexit vince al referendum: 51,9% per il leave
Il 23 giugno 2016, il referendum registra un esito netto: il Leave prevale con 51,9%, contro il 48,1% attribuito ai sostenitori del Bremain. La scelta del primo ministro David Cameron di indire il referendum nasce anche con l’obiettivo di neutralizzare l’ala euroscettica dei Tories, ma la strategia si traduce in un risultato contrario alle intenzioni.
Il 24 giugno stesso, Cameron annuncia le proprie dimissioni, con decorrenza fissata al 13 luglio 2016. Sullo scenario economico si riflette rapidamente la decisione: la sterlina crolla nel cambio con il dollaro raggiungendo livelli non osservati dal 1985. In parallelo, le Borse europee scendono con forza: a Milano piazza Affari registra una perdita superiore al 12%, tra i crolli più gravi nella sua storia.
l’unione europea: andremo avanti in 27
La reazione delle istituzioni europee si concentra su una linea di continuità. Lo statuto speciale rivendicato da Cameron prima del voto, strappato nell’antecedente politico a Donald Tusk e Jean-Claude Juncker, non riesce a incidere sull’esito. Dopo il referendum, i vertici europei convocano una riunione d’emergenza: partecipano Jean-Claude Juncker (Commissione europea), Donald Tusk (Consiglio europeo), Martin Schulz (Parlamento europeo) e Mark Rutte (Consiglio Ue).
Dalla riunione emerge una dichiarazione centrata sull’avanzamento dell’Unione con i restanti Stati membri: l’Unione dei 27 Stati membri prosegue il percorso, con la collaborazione costruita su storia, geografia e interessi comuni. L’obiettivo indicato riguarda la generazione di crescita, il rafforzamento della prosperità e la tutela di un ambiente sicuro per i cittadini, attribuendo alle istituzioni un ruolo pieno e operativo.
Nel testo diffuso, viene anche sottolineato che la situazione è senza precedenti, ma la risposta resta orientata all’unità. I leader indicano la determinazione a sostenere valori chiave, la difesa della pace e del benessere dei popoli dell’Unione. In aggiunta, Juncker chiarisce di attendere segnali da Francia e Germania riguardo al futuro dell’Unione, considerato che il Regno Unito lascia un’economia tra le più grandi e una delle due potenze nucleari del continente.
brexit e irlanda del nord: nodo risolto solo nel tempo
La realizzazione compiuta della Brexit richiede anni: il passaggio decisivo coincide con la gestione definitiva della questione dell’Irlanda del Nord nel 2023, presentata come il punto più complesso. L’Ulster era stato pacificato dopo decenni di guerra civile grazie agli Accordi del Venerdì Santo del 1998, in un quadro che elimina l’esistenza di un confine rigido tra le due Irlande, rendendo effettivamente integrate le aree coinvolte tramite la libera circolazione di merci e persone garantita dall’appartenenza all’Unione del territorio e dal rapporto con il Regno Unito.
Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione, la prospettiva rimette in discussione l’assetto precedente: cresce il timore di un ritorno della guerra civile nell’Ulster. La soluzione richiede anni di negoziati e il ricorso a due accordi successivi: il protocollo del 2020 e il quadro di Windsor del 2023.
evitare il border: conseguenze per gli accordi del venerdì santo
Il capo negoziatore dell’Ue, Michel Barnier, mira a evitare il risorgere del confine tra l’Ulster e la Repubblica d’Irlanda, indicato come elemento potenzialmente capace di compromettere gli Accordi del Venerdì Santo e, quindi, la pacificazione raggiunta dopo negoziazioni prolungate.
protocollo del 2020 e quadro di windsor 2023
La strategia si sviluppa in due tappe. Con il protocollo del 2020, la frontiera doganale tra Ue e Regno Unito viene, in sostanza, spostata sul Mare d’Irlanda. Ne deriva una separazione di fatto dell’Ulster dal resto del Regno almeno per il traffico merci, descritta come una soluzione tampone. Questo assetto genera molte difficoltà pratiche e apre la necessità di un intervento più stabile.
Per arrivare a una soluzione duratura si giunge al 2023, con il Quadro di Windsor, negoziato dal conservatore Rishi Sunak. La soluzione proposta ruota attorno a corridoi per le merci indicate come verdi e rossi, con applicazione prevista dal 2024, così da rendere la gestione più organizzata nel tempo.
accordi negoziati da michel barnier: recesso e relazioni commerciali
Per trasformare la Brexit in realtà, Barnier deve gestire due accordi quadro con il Regno Unito. Il primo è l’accordo di recesso, che definisce i termini del “divorzio” tra Ue e Gran Bretagna. I negoziati durano oltre due anni e il testo viene firmato nell’ottobre 2019, consentendo l’uscita del Regno il 31 gennaio 2020.
Successivamente, viene negoziato un secondo accordo, relativo alle relazioni commerciali tra Regno Unito e Ue. Questo secondo passaggio si conclude in extremis alla vigilia di Natale del 2020, in piena pandemia di Covid e a pochi giorni dalla scadenza del periodo di transizione.
questione pesca: negoziazione tra interessi e accesso alle acque
Tra i temi più difficili compare la pesca e l’accesso alle acque britanniche. La questione è indicata come particolarmente rilevante per la Francia, elemento che contribuisce a rendere complesso il lavoro negoziale.
brexit come evento lose-lose: instabilità politica ed effetti economici
Nel racconto descritto, la Brexit viene valutata come un evento lose-lose, in cui tutte le parti risultano penalizzate. Nel Regno Unito, dopo il referendum, inizia un’era di instabilità politica non vista prima nel contesto del bipartitismo: tra il 2016 e il periodo indicato, il Paese cambia cinque primi ministri. A Theresa May (2016-2019), che non riesce a far approvare l’accordo con l’Ue alla Camera dei Comuni, segue Boris Johnson (2019-2022). Successivamente compare Liz Truss (2022), che si dimette dopo una crisi dei Gilt, i Buoni del Tesoro britannici. Dopo Truss arriva Rishi Sunak (2022-2024), seguito dal laburista Keir Starmer (2024-oggi), la cui posizione appare incerta nonostante la vittoria netta alle politiche di due anni prima.
Sul piano economico, la partenza dall’Ue non viene rappresentata come un buon affare. Uno studio del National Bureau of Economic Research di Cambridge, Massachusetts, indica che la Brexit riduce il Pil britannico nel decennio fino al 2025 nella misura del 6-8%. Nello stesso quadro vengono evidenziati investimenti inferiori del 12%, occupazione più bassa del 3-4% e una contrazione della produttività in misura paragonabile. La spiegazione individuata riguarda soprattutto l’incertezza generata dalla decisione di lasciare l’Unione.
Nei documenti presi in considerazione, anche l’Ue appare colpita. Le aspettative del 2016, con l’idea che senza i britannici si sarebbe accelerato verso una “ever closer Union”, vengono descritte come speranze non realizzate. Anche la prospettiva di sottrarre alla City di Londra il ruolo di seconda piazza finanziaria mondiale a vantaggio dei mercati continentali si rivela deludente: vengono ricordate le difficoltà di Unione bancaria e Unione dei mercati dei capitali, ricollegate ai disaccordi tra Stati membri e alla conseguente stagnazione.
Si osserva inoltre che le Borse europee restano piccole, separate e poco rilevanti, mentre Londra viene mantenuta come un centro finanziario globale di primo piano.
promessa sull’immigrazione e risultato effettivo
Secondo la ricostruzione fornita, la Brexit fallisce la promessa considerata centrale nei confronti dei cittadini britannici: ridurre l’immigrazione. L’immigrazione dall’Ue viene indicata come effettivamente diminuita, con un riferimento al periodo immediatamente precedente al referendum del 2016: poco prima del voto, i cittadini dell’Unione rappresentavano la maggioranza del saldo migratorio netto verso il Regno Unito, esclusi i cittadini britannici.
Principali figure citate:
- Nigel Farage
- Jean-Claude Juncker
- David Cameron
- Donald Tusk
- Martin Schulz
- Mark Rutte
- Michel Barnier
- Rishi Sunak
- Theresa May
- Boris Johnson
- Liz Truss
- Keir Starmer