Ad aguzzini analisi psicologica del caso israele

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Ad aguzzini analisi psicologica del caso israele

La coazione a ripetere descrive una dinamica profonda e spesso automatica: l’individuo tende a ri-sperimentare situazioni, eventi e condizioni emotive, anche quando ripeterle produce sofferenza. In ambito psicoanalitico questo meccanismo viene considerato come una spinta che riporta in scena traumi non pienamente elaborati, trasformando ciò che sarebbe stato desiderabile lasciare alle spalle in un copione difficile da interrompere. Il paradosso appare evidente: chi ha subito violenza può finire per riprodurre violenza in seguito, entrando nei panni di chi ferisce, senza che la responsabilità venga percepita come immediata o colpevole. Il mistero psicologico, proprio perché risulta comune a molte storie individuali, rimane centrale e interroga la comprensione dei comportamenti umani.

coazione a ripetere: quando il trauma torna come comportamento

Secondo la lettura psicoanalitica, la coazione a ripetere si manifesta come tendenza a riproporre ripetutamente una situazione legata a un evento traumatico. Anche quando il ripetersi dell’evento comporta dolore, la persona continua a riattivare lo schema. Per chi lavora in psicoterapia, risulta drammatico osservare come, ad esempio, chi ha subìto violenza nell’infanzia possa poi esercitare episodi violenti verso i bambini. Il livello razionale spesso interpreta tale sviluppo come assurdo: sembra non essere entrata, nella struttura psichica, una piena consapevolezza della drammaticità e della sofferenza che il comportamento genera.

Un nodo cruciale riguarda il passaggio di ruolo. Chi ha attraversato l’esperienza della vittima tende a entrare, con modalità apparentemente senza colpa, nel ruolo dell’aggressore. Per fortuna solo una parte, relativamente piccola, delle vittime diviene carnefice, eppure il meccanismo che sostiene questa traiettoria conserva la propria complessità. L’idea di fondo rimane che l’innesco sia profondo, spesso inconscio, e che il significato emotivo dell’esperienza non venga riconosciuto pienamente nel momento in cui si produce l’azione dannosa.

tra vittima e persecutore: meccanismi psicologici e destino comune

Le evidenze cliniche richiamano un paragone con la violenza esercitata in un contesto di conflitto. L’attenzione si concentra sull’osservazione che una società che si fonda psicologicamente sull’esperienza del tentato genocidio nazista possa in seguito praticare una violenza altrettanto efferata verso un altro popolo. Nel testo non è considerata determinante la qualificazione giuridico-storica dell’attuale situazione in Palestina: la valutazione psicologica dell’ampiezza dell’evento resta comunque centrale.

Il passaggio che emerge è quello da vittime a persecutori, descritto come conseguenza di una coazione a ripetere con modalità analoghe. L’idea sviluppata collega così il livello individuale al livello collettivo: se il trauma non elaborato può attraversare le persone e ripresentarsi sotto forma di comportamento, lo stesso modello può finire per coinvolgere intere comunità, ripercorrendo errori già tragicamente conosciuti.

caso clinico: il passaggio dall’abuso subito alla violenza agita

Negli anni precedenti viene riportato un caso seguito in psicoterapia. L’uomo aveva subito, nell’infanzia, percosse dal padre alcolista. Il racconto evidenzia un clima di terrore legato ai rientri serali: era possibile che il padre si sdraiasse e dormisse, ma a volte bastava un dettaglio per attivare la rabbia. L’escalation sfociava nello sfogo prima sulla madre e poi sul figlio, che era l’unico figlio maschile. Il ragazzo, appena quattordicenne, si era allontanato da casa e si era costruito una stabilità sociale ed economica.

La ricostruzione personale passa attraverso impegni concreti: frequentazione delle scuole serali mentre lavorava, con grandi sacrifici, fino a diventare un imprenditore affermato. Una volta sposato e padre di due figli, la vita poteva apparire più serena. Eppure, durante le serate con amici, emergeva un comportamento specifico: un eccesso di bere che favoriva il ritorno della collera.

In seguito, dopo episodi in cui aveva dato delle sberle ai figli, l’uomo si rivolse alla psicoterapia spinto dal terrore di constatare la propria somiglianza con il padre. La formulazione espressa nel racconto sintetizza la paura di diventare “come suo padre”. Nel corso di un anno di terapia, riuscì a riconoscere i meccanismi inconsci che lo assalivano e a confrontarli.

freud e i conflitti non elaborati: la ripetizione come tentativo di controllo

Il caso viene inserito in una cornice teorica attribuita a Freud. La prospettiva richiamata sostiene che i conflitti non elaborati vengano riproposti senza un chiaro riconoscimento cosciente, sostenuti da una speranza inconscia: poter padroneggiare ciò che altrimenti resterebbe travolgente. In questa logica, assumere il ruolo del carnefice per chi è stato vittima diventa un modo inconscio per affermare a se stessi: “non mi capiterà più di essere debole e subire”. Il controllo del terrore e delle angosce viene così collegato al passaggio di ruolo.

identificazione e emozioni ambivalenti: affetto e odio nello stesso legame

Nel testo si propone anche un’ipotesi: il bambino maltrattato potrebbe soffrire psicologicamente meno “proiettando se stesso nel padre”, attraverso un processo di identificazione. Il punto centrale riguarda l’ambivalenza emotiva verso la figura genitoriale: affetto e odio possono coesistere, generando emozioni altrettanto contrastanti, come sofferenza nel ruolo di vittima e, al tempo stesso, soddisfazione nel poter impartire una lezione.

kapò nei campi nazisti: potere, abuso e sconcertante continuità

Il testo richiama la figura dei Kapò nei campi di concentramento nazisti. Si trattava di prigionieri scelti per controllare gli altri. L’argomento viene presentato come controverso poiché alcuni Kapò abusavano del potere, risultando, secondo altri prigionieri, persino peggio delle guardie naziste. L’espressione “banalità del male” viene evocata come possibile spiegazione: per quanto l’idea venga citata, il testo non si limita a chiuderla lì.

La riflessione collega l’esperienza clinica della tendenza a ripercorrere strade di sofferenza a un’ipotesi più ampia: anche i popoli possono imboccare errori analoghi. La rappresentazione di un popolo che svolga il ruolo di aguzzino, perpetrando crimini che richiamano i nazisti, lascia attoniti e inquieti.

autoriflessione collettiva: oltre le contrapposizioni

Il contenuto non intende lanciare accuse legate a contrapposizioni tra opposti schieramenti. L’obiettivo dichiarato resta quello di sollecitare un’autoriflessione rivolta a tutti. L’attenzione cade sulla necessità di riconoscere come dinamiche di ripetizione e passaggi di ruolo possano attraversare persone e comunità, trasformando la sofferenza in una condotta che replica il dolore.

figure citate

  • Freud
  • Kapò
  • Kapò nei campi di concentramento nazisti
  • Israele
  • Palestinesi
  • nazisti
Da vittime ad aguzzini: un’analisi psicologica del caso Israele
Categorie: Salute

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