Sindrome dell’impostore: 5 strategie per sentirsi adeguati al ruolo

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Sindrome dell’impostore: 5 strategie per sentirsi adeguati al ruolo

Un successo ottenuto, un incarico conquistato, una competenza riconosciuta: eppure, dentro, può restare la sensazione di non meritare davvero. La sindrome dell’impostore descrive proprio questo scarto tra risultati e percezione personale, trasformando l’autovalutazione in un ciclo di dubbio continuo. Secondo una rilevazione condotta da Hays in collaborazione con Serenis, 7 italiani su 10 dichiarano di averla provata almeno una volta e oltre il 30% riferisce di sperimentarla spesso.

sindrome dell’impostore: cosa la innesca nel lavoro

Le circostanze che tendono a far emergere con maggiore intensità questa sensazione sono legate soprattutto alle transizioni e al confronto professionale. Tra i fattori più citati emerge l’inizio di un nuovo ruolo, segnalato da quasi 4 italiani su 10. In parallelo, il confronto con i colleghi risulta un acceleratore del dubbio: lo indica circa 3 italiani su 10.

Un’altra fase delicata è rappresentata dal processo di selezione per una nuova posizione, riportato dal 18% dei rispondenti. Nel quadro descritto dalla rilevazione, soltanto l’11% dichiara di non conoscere il fenomeno.

sindrome dell’impostore: perché non è una mancanza reale di competenze

Secondo Alessio Campi, people & culture director di Hays Italia, il punto centrale non riguarda necessariamente una carenza di capacità. La sindrome viene interpretata come una percezione distorta del valore professionale: ciò che manca non sarebbe la competenza, ma la capacità di riconoscere e internalizzare correttamente i risultati ottenuti.

Le aziende, nella lettura proposta, hanno un ruolo decisivo nel riconoscere i segnali e nel creare contesti in grado di sostenere le persone. Un dialogo continuo tra manager e risorse, affiancato da feedback costanti e costruttivi, permetterebbe di intercettare i momenti di difficoltà e di ricondurli alla loro reale dimensione, limitando l’impatto di insicurezza e autocritica sulla crescita.

lato psicologico: ciclo cognitivo e locus of control esterno

Dal punto di vista clinico, per Martina Migliore, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e head of business learning & culture di Serenis, la sindrome dell’impostore non viene considerata una patologia, bensì un’esperienza psicologica. Il tratto distintivo è l’incapacità di internalizzare i successi.

Si osserva un ciclo cognitivo disfunzionale: pur esistendo prove oggettive di competenza, i risultati vengono attribuiti a fattori esterni, come fortuna o errore altrui. Questo schema è collegato a un locus of control esterno, sintetizzato nell’idea che il successo sia merito della sorte o del lavoro di altri, mentre il fallimento sia esclusivamente colpa personale.

Ne deriva un sovraccarico emotivo legato alla paura dello smascheramento, che può portare a strategie di coping disadattive. Tra queste compaiono over-working (iper-preparazione) e procrastinare per evitare il giudizio. Il risultato è un incremento di stress e ansia da prestazione, con ricadute negative su produttività e sviluppo professionale.

identikit della sindrome dell’impostore: chi ne è più esposto

La sindrome interessa persone con esperienze differenti, con un andamento trasversale. In base ai dati riportati, risulta però prevalente nei profili high-achiever e in chi affronta transizioni di carriera, raggiungendo il 39% dei dati Hays.

Viene descritta anche una maggiore diffusione tra donne e minoranze, associata a bias sistemici che rendono più complesso riconoscere la propria autorevolezza. Anche giovani talenti e chi opera in ambienti ad alta competitività risulta vulnerabile, perché tende a misurare il valore personale con standard di perfezionismo irrealistici.

bias e contesto: il confronto che distorce l’equità

Nei contesti competitivi, il confronto con altri colleghi può diventare stringente, facendo perdere di vista equità e differenze individuali e di vita. L’esempio proposto evidenzia come un collega molto giovane, non genitore e con una partenza socioeconomica favorevole possa partire da condizioni meno gravose rispetto a una donna di mezza età, caregiver separata con tre figli. Il punto resta centrale: il contesto difficile non implica automaticamente un valore inferiore, anzi può generare capacità extra capaci di emergere nella prestazione.

5 strategie per superare la sindrome dell’impostore

Per affrontare l’esperienza descritta, vengono indicate cinque strategie elaborate in base a quanto riportato da Martina Migliore, con un’attenzione sia alla componente lavorativa sia a quella psicologica.

1) Validazione oggettiva: archiviare feedback e risultati per contrastare il bias di svalutazione interna.

2) Riformulazione cognitiva: trasformare il pensiero “non sono capace” in “sto imparando una nuova competenza”.

3) Decostruzione del perfezionismo: accettare l’errore come parte fisiologica del processo lavorativo, evitando di trattarlo come fallimento identitario.

4) Condivisione protetta: aprirsi con mentor o colleghi fidati per rendere il vissuto più condiviso e ridurne il peso.

5) Lavoro terapeutico: esplorare le radici del senso di inadeguatezza per integrare in modo stabile i successi nell’immagine di sé.

figure citate nella rilevazione

Nel quadro informativo riportato compaiono i seguenti nominativi:

  • Alessio Campi, people & culture director di Hays Italia
  • Martina Migliore, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e head of business learning & culture di Serenis
Categorie: Salute

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