Si può odiare il teatro e cambiarlo: la storia di perla peragallo
Si può odiare il teatro e, allo stesso tempo, contribuire a trasformarlo? È possibile provare insofferenza per la scena, per la recitazione e per l’esigenza di reinventare ogni volta la presenza attoriale. Guardando all’evoluzione del Novecento, la risposta risulta chiara: non solo si può, ma diventa anche un passaggio necessario. L’ostilità verso il teatro, così come la spinta a metterlo radicalmente in discussione, appare infatti come una precondizione ricorrente per immaginare un altro teatro e dare vita a un altro attore, distante dai modelli precedenti.
rifiuto del teatro e nascita delle rivoluzioni novecentesche
Dalle avanguardie storiche fino alla nascita della regia, emerge un filo conduttore: l’idea che il teatro, per essere ripensato, debba essere sottoposto a un rifiuto profondo. L’invettiva attribuita a Eleonora Duse, rilanciata da molti tra cui Gordon Craig, sintetizza una postura estrema: per “salvare il teatro” bisognerebbe distruggere il teatro, arrivando perfino alla necessità che attori e attrici “moriscano di peste”. Accanto a Craig si affiancano altre figure della riforma teatrale, fino a delineare un arco vasto e coerente.
Tra i riferimenti richiamati compaiono Adolphe Appia, Antonin Artaud, con il suo dichiararsi “nemico del teatro”, e ancora Tadeusz Kantor, Jerzy Grotowski, Peter Brook e Eugenio Barba. In una prospettiva ampia, questa costellazione di riformatori rende plausibile l’idea che detestare il teatro alimenti la ricerca di forme alternative, anche attraverso rotture radicali con l’esistente.
carmelo bene, carlo cecchi e la coppia leo&perla tra anni sessanta e settanta
Gli esempi in area italiana sono numerosi e vengono riassunti in alcuni nomi di rilievo. Tra le figure citate compaiono Carmelo Bene e Carlo Cecchi, con un riferimento diretto all’aspetto della sofferenza legata allo stare in scena, definita come talvolta insopportabile. Si collocano poi Leo de Berardinis e Perla Peragallo, presentati come una coppia fondamentale delle cosiddette “cantine romane” tra anni Sessanta e anni Settanta.
Il loro sodalizio artistico e sentimentale conosce un momento di rottura nel 1981. L’orizzonte di lavoro della coppia attraversa un percorso che va dal debutto con La faticosa messinscena dell’Amleto di William Shakespeare nel ’67, fino a Annabel Lee, tratta da Poe, opera che nell’’81 segna il congedo definitivo dalle scene di Perla. Nel racconto viene richiamata anche una citazione legata a quel passaggio: “Il teatro che moriva dentro di me”.
matteo tamborrino e il saggio sulle “tre morti” di perla peragallo
Un ruolo centrale è assegnato a un libro recente a firma di Matteo Tamborrino, presentato come occasione per tornare a un motivo novecentesco: il rifiuto del teatro spinto fino al punto del “morire”, ossia fino all’abbandono della scena. L’attenzione del volume si concentra su ulteriori ragioni di questo rifiuto, costruite attraverso un impianto documentale.
tre età e tre débâcle: formazione, addio e esaurirsi dell’esperienza
Secondo la sintesi introduttiva dell’autore, il saggio esplora tre età e tre crisi. La prima riguarda la formazione, che porta presto Peragallo a rifiutare i circuiti istituzionali. La seconda è l’addio al teatro, definito come un processo graduale di auto-combustione che matura in modo irreversibile tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. La terza, infine, riguarda l’avvio e il successivo esaurirsi dell’esperienza maieutica al Mulino di Fiora.
tre morti al posto delle tre vite
Ulteriore elemento di originalità viene individuato nell’approccio documentatissimo, che nella seconda parte del volume raccoglie anche materiali inediti, compresi i diari di Perla. Tamborrino dichiara di “rivoltare il pattern” delle “tre vite” ideato da Meldolesi per Leo, scegliendo invece di percorrere “tre morti”, diverse per tempo di agonia. La “morte” risulta così una parola ricorrente negli appunti privati di Perla oltre che nei testi pubblici scritti assieme a Leo.
Nel materiale richiamato, la parola “morte” convive con l’idea, già espressa all’inizio degli anni Settanta, dell’eliminazione del teatro tramite un percorso di distruzione sistematica. Tale eliminazione viene descritta come inevitabilmente anche autodistruttiva.
distruzione del teatro, ragioni extra-artistiche e senso della fine della rappresentazione
La postura di Leo&Perla viene presentata con una componente romantica e melodrammatica negli eccessi artistici ed esistenziali. Al di là della superficie “maudite”, l’aspetto ritenuto più significativo riguarda il modo in cui il motivo della distruzione del teatro viene ricondotto a ragioni extra-artistiche. La distruzione, per la coppia, non sarebbe finalizzata alla costruzione di un nuovo teatro: l’obiettivo sarebbe eliminare il teatro in quanto tale, trascenderlo definitivamente, perché non più necessario alla piena realizzazione dell’uomo.
Il teatro, secondo questa prospettiva, avrebbe la funzione di risarcire le persone dalle carenze della vita reale. Una volta rimediate quelle carenze, fare teatro perderebbe senso: a quel punto non si farebbe più teatro, ma si sarebbe “attori” soltanto, senza necessità della rappresentazione. Viene riportata anche una frase attribuita a Leo: “Faccio teatro per non averne più bisogno. Cerco di essere un attore totale per non essere più attore, dopo”.
non rappresentare, ma essere: perla come figura dell’uomo totale
In chiusura, Tamborrino sottolinea che lo stadio compiuto della condizione di colei che “non rappresenta ma è” sarebbe appartenuto soltanto a Perla. La trasformazione la rende Prospero, emblema dell’uomo totale che, armonizzate le funzioni vitali e gli stati di coscienza, non ha più bisogno del teatro e può avanzare lungo il sentiero della crescita esistenziale. Gli stati di coscienza vengono associati al modo in cui la coppia indicava il “personaggio”.
figure e protagonisti citati nella narrazione
Matteo Tamborrino, Perla Peragallo, Leo de Berardinis, Eleonora Duse, Gordon Craig, Appia, Antonin Artaud, Kantor, Beck-Malina, Grotowski, Brook, Barba, Carmelo Bene, Carlo Cecchi, William Shakespeare, Poe, Meldolesi, Prospero.

