Schiavismo al cantiere del consolato usa: operai indiani a 4 euro l’ora
Dietro i riflettori di una Milano in accelerazione, un cantiere in pieno centro diventa il luogo di un sistema di sfruttamento costruito su ricatti, debiti e controllo. Oltre mille lavoratori indiani vengono impiegati per lunghi turni, con retribuzioni indicate come tra le più basse, mentre sullo sfondo si collocano procedure giudiziarie e un’indagine che ricostruisce l’intera filiera: dal reclutamento all’arrivo in Italia, fino alle condizioni di vita e lavoro.
para-schiavismo a milano: cantiere per il consolato usa e controllo giudiziario
Nei pressi delle luci di City Life, nell’area di Piazzale Accursio, dove in passato sorgevano le palazzine del Tiro a Segno, i lavori riguardano la costruzione della nuova sede del Consolato Usa a Milano. La presenza dei lavoratori viene descritta come sistematica e protratta: circa dodici ore di lavoro e partenza all’alba dal residence Ripamonti o dal residence Le Groane di Garbagnate.
Secondo quanto emerge, si parla di un’operazione definita “rigenerazione urbana”, ma descritta come “para-schiavismo” nelle ricostruzioni. L’impianto accusatorio risulta legato a un provvedimento di controllo giudiziario urgente disposto dal pm Paolo Storari, articolato in oltre cento pagine. Nel mirino rientra una ditta americana, la Caddell Construction Co Llc, con sede a Montgomery in Alabama, oltre a un distaccamento milanese con riferimento al turco Ulas Demir, indagato per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
Nel quadro degli accertamenti compare anche l’azienda edilizia americana sotto il profilo della legge 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti. Il costo complessivo indicato per i lavori supera 200 milioni di dollari, con la precisazione che il prezzo complessivo includerebbe anche lo sfruttamento.
indagini e responsabilità aziendali legate al lavoro forzato
La ricostruzione si concentra sulla presenza di una filiera organizzata e su ruoli specifici. Le contestazioni riguardano la condotta di intermediazione e la gestione di un meccanismo che impone ai lavoratori obblighi economici e condizioni lavorative degradanti. A livello societario, il riferimento alla legge 231 amplia il perimetro della responsabilità, collegando la vicenda ai soggetti coinvolti nella gestione delle attività.
reclutamento in india: pagamenti per il visto e debito come leva
Il percorso individuato nei documenti fa risalire l’origine dello sfruttamento già in India, nel momento del reclutamento. Il coinvolgimento della società Dynamic House, con sede a New Delhi, viene indicato come parte di un sistema in cui il reclutamento avviene a pagamento, configurando quanto descritto come una forma di pizzo o mazzetta.
Secondo i pm, i lavoratori sarebbero stati costretti a versare una somma per ottenere il visto. La cifra indicata è di 5.000 rupie, corrispondenti a 5.000 euro in termini di equivalenza riportati nelle carte. Il passaggio chiave è rappresentato dalla richiesta di pagamenti per partire e per ottenere visto per soggiorno da lavoro e garanzia del lavoro.
pagamenti iniziali, promesse false e trattenute sul salario
Nel decreto viene riportato che ai lavoratori sarebbe stato chiesto il pagamento di un corrispettivo di circa 5.000 euro (pari a 500 mila rupie) per ottenere il visto e la garanzia di impiego. Si afferma inoltre che spesso il pagamento avrebbe portato lavoratori e famiglie a indebitarsi pesantemente.
Al momento dell’arrivo in Italia, i lavoratori scoprono che le promesse sarebbero state false, e il debito diventerebbe una catena. Nella ricostruzione compare l’azione del caporale di cantiere, descritto come soggetto che trattiene gran parte del salario con motivazioni collegate ad alloggio e vitto, accompagnate da minacce di licenziamento.
lavoro massacrante e retribuzioni decurtate: turni, ricatti e controlli
Le condizioni di lavoro vengono descritte come dure e senza adeguate tutele. Gli operai sarebbero costretti a lavorare con turni massacranti, in un contesto privo di sicurezza e sotto la minaccia costante di licenziamento. In assenza di adesione alle richieste, viene richiamata l’ipotesi del rientro nel paese d’origine, con conseguenze collegate a condizioni indicate come degradanti e sottopagate.
retribuzione promessa e retribuzione effettiva: differenze operative
Un elemento centrale è la mancata firma di un contratto reale. Nella maggior parte dei casi, la documentazione sottoscritta in Italia sarebbe avvenuta con la presenza di un lavoratore di etnia indiana dipendente della stessa società, indicato come “Aji”. Le carte descrivono che questo soggetto avrebbe costretto i lavoratori a firmare documenti senza fornire spiegazioni e senza traduzioni in una lingua comprensibile.
Nei documenti viene richiamato che, in base alle promesse, la retribuzione media oraria sarebbe stata di circa 1,50 euro l’ora, con una retribuzione mensile indicata tra 1.400 e 1.500 euro. A ciò si affiancava una mansione specifica (esempio: idraulico o elettricista) e la garanzia di vitto e alloggio gratuito.
Le verifiche dei carabinieri riportano invece una serie di trattenute sul totale. Sarebbero previsti 500 euro come quota per hotel o residence privati, oltre a circa 350/370 euro in contanti da versare ad Aji per i pasti forniti durante la pausa pranzo. La trattenuta viene descritta come obbligatoria anche quando il cibo non venisse effettivamente usufruito, con minacce di ritorsioni o licenziamenti in caso di mancati pagamenti.
Alle trattenute già menzionate, dalle testimonianze sarebbero da aggiungere altri 350 euro. In conclusione, ogni operaio si ritroverebbe a vivere con circa 150 euro, nonostante trascorresse la maggior parte della settimana in cantiere. La Procura descrive l’esigenza di gestire il denaro residuo per cena e giorno libero, con l’obiettivo di evitare spese impreviste.
riposo ridotto e priorità al completamento dei lavori
La descrizione della vita quotidiana in cantiere collega l’organizzazione del lavoro a una logica di pressione continua. Durante il lavoro non sarebbe stata prevista alcuna possibilità di assentarsi per necessità personali o per motivi di salute. In caso di malattia o infortuni lievi, viene indicato un medico in loco con compiti legati alla somministrazione di medicinali o a un primo soccorso, con la condizione di rientrare a lavoro. In caso di assenza, sarebbe prevista una decurtazione della retribuzione delle giornate.
Il pm riporta che le giornate lavorative sarebbero state lunghe ed estenuanti, con la possibilità di riposare solo per poche ore al giorno. La priorità assoluta indicata sarebbe stata mantenere un ritmo elevato per completare le lavorazioni il prima possibile, con capi squadra descritti come ostili e perentori, anche tramite minacce. La pressione avrebbe portato a far svolgere mansioni non previste da contratto pur di raggiungere l’obiettivo di produzione.
vincoli alla libertà personale: licenziamento, alloggio e ritorno forzato
Le condizioni descritte mostrano una catena di vincoli economici e burocratici. Perdere il lavoro significherebbe perdere la sistemazione alloggiativa, anche se risultante come pagata dagli stessi operai. Verrebbero meno anche le garanzie del titolo di soggiorno e la permanenza sul territorio italiano, con l’ulteriore conseguenza di dover rientrare in India.
Nel rientro in India verrebbero indicati obblighi ulteriori legati al debito contratto per ottenere il visto d’ingresso, trasformando il lavoro in un meccanismo di coercizione anche dopo la conclusione del turno e dell’occupazione.
soggetti citati nella ricostruzione
Nel quadro descritto compaiono diversi nominativi riconducibili ai provvedimenti, alle aziende e alle figure coinvolte nella gestione del processo di reclutamento e controllo:
- Paolo Storari
- Ulas Demir
- Dynamic House
- Aji
- Caddell Construction Co Llc
