Rigore di Cristian Mungiu vince a Cannes, bocciati Refn e Harari
La scena cinematografica a Cannes riaccende i riflettori su autori capaci di trasformare la visione in un’esperienza quasi fisica. Tra proiezioni fuori concorso e opere capaci di interrogare identità, relazioni e sistemi sociali, emergono film che puntano con forza su linguaggio, atmosfera e struttura narrativa. Al centro restano scelte stilistiche nette, tempi e atmosfere dense, con risultati che vanno dall’ipnosi alla frustrazione, fino alla solidità di un cinema costruito sul conflitto tra culture.
nicolas winding refn a cannes: her private hell tra ipnosi e mistero non chiarito
Nicolas Winding Refn torna a Cannes con Her Private Hell, presentato fuori concorso. Il film non punta a convincere secondo criteri classici di coinvolgimento o chiarezza, ma punta invece su un effetto che prende forma nello spettatore, ipnotizzando fino al sonno, soprattutto se la visione avviene al mattino presto.
un viaggio ossessivo e una trama poco rivelante
Il lavoro nasce da un’esperienza personale legata a una “inspiegabile morte per mezz’ora” e prosegue nel solco del cinema del regista, noto per opere come Drive (2011). La storia racconta il viaggio ossessivo di una ragazza alla ricerca del padre all’interno di una città futuristica immersa in una nebbia misteriosa.
Pur partendo da una trama riconoscibile, il racconto risulta poco rivelante. L’attenzione sembra spostarsi dall’intreccio a ciò che il film produce: interessa soprattutto l’effetto generato sullo spettatore.
estetica neon, psichedelia e caos metafisico
Lo stile viene descritto attraverso elementi ricorrenti nella poetica di Refn: una palette fucsia associata a The Neon Demon (2016), una texture rilucente e un mezzo illuminante identificato nel neon. Il film viene accostato a forme di psichedelia e a un’imitazione superficiale di Lynch, con un caos metafisico che sostiene l’atmosfera più della costruzione drammatica.
Quando Refn si allontana dai territori in cui tende a risultare più efficace, come la strada, la violenza e un certo tipo di mistero, emergono prodotti più votati all’effetto che alla sostanza.
arthur harari e l’inconnue: fantascienza dell’identità tra scambio di corpi e scelte discutibili
Sullo stesso piano, anche se con estetiche differenti, si colloca L’inconnue, il secondo lungometraggio di Arthur Harari. Il film viene ricordato anche per la traiettoria di Harari, co-sceneggiatore premiato con l’Oscar per Anatomia di una caduta, regista che ha ottenuto la Palma d’oro nel 2023 con quel titolo.
fantascienza concettuale e scambio di corpo dopo un rapporto sessuale
La storia esplora la fantascienza concettuale e mette al centro uno scambio di corpo tra due personaggi che avviene dopo un rapporto sessuale. Lui è un fotografo e lei una cameriera arrivata dalla Germania. Il riconoscimento nasce a una festa: dopo il sesso, al risveglio lui scopre di vivere nel corpo di lei.
Il tema si concentra sull’identità persa, ricercata e ricostruita. Il film, inoltre, lascia volutamente domande irrisolte: non spiega, ma fa “vivere” i protagonisti dentro un delirio legato alla metempsicosi, che di fatto finisce per imprigionarli.
colonna sonora onnipresente e recitazione non sufficiente
Nonostante la struttura concettuale, a non soddisfare sono le scelte estetico-narrative di L’inconnue. Il film viene descritto come girato con poca grazia e con una colonna sonora onnipresente e fastidiosa.
Dal punto di vista della recitazione, Léa Seydoux e Nils Schneider svolgono il proprio compito, ma non riescono a salvare un’opera giudicata di mediocre fattura.
cristian mungiu fjord: conflitto tra sistemi culturali, rigore formale e amicizia come terza via
Fjord è presentato come un titolo in grado di emergere con decisione. Il sesto lungometraggio di Cristian Mungiu viene definito davvero notevole, con un riferimento anche alla sua storia al Festival di Cannes: Mungiu fu “scoperto” nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, e ha continuato a presentare i propri lavori.
insediamento familiare in norvegia e accusa del governo
Fjord mette in scena l’insediamento di una famiglia composta dal padre romeno, la madre norvegese e cinque figli in una cittadina della Norvegia. La famiglia, cattolica e devota, i Gheorghiu, si ritrova al centro di un’accusa da parte del governo norvegese che porta ad affrontare l’allontanamento forzato dei figli e un processo.
due sistemi a confronto: istituzioni norvegesi e patriarcato romeno
Il racconto diventa occasione per Mungiu per mettere in conflitto due sistemi sociali e culturali distanti. Da una parte emerge quello norvegese, basato sulla tutela della cittadinanza da parte delle istituzioni, con controllo politico e amministrativo. Dall’altra si colloca la società romena, attraversata dal patriarcato e da un’idea di famiglia tradizionale, oltre a un contesto in cui l’individuo deve arrangiarsi tra le pieghe della corruzione e della burocrazia, elementi che lo consumano.
esposizione senza giudizio e possibilità di una terza via
Il film non viene descritto come giudicante: piuttosto espone le aberrazioni di sistemi presentati come non conciliabili. L’unico spiraglio narrativo riguarda l’amicizia spontanea tra la figlia adolescente dei Gheorghiu e la figlia del preside, vicino di casa. Questa relazione segnala la possibilità di una terza via, fondata sui giovani, capaci di uscire dalle logiche estreme delle culture d’origine.
regia rigorosa, dialoghi asciutti e interpretazioni
La regia viene indicata con precisione: dialoghi asciutti, rigore nella messa in scena e nell’uso dello spazio, lunghe riprese e una grande capacità di dirigere gli attimi degli attori. Il film rappresenta anche un continuum con lo sguardo estetico e politico di Mungiu.
Per la performance, vengono citati Sebastian Stan e Renate Reinsve: entrambi descritti come in una resa non riconoscibile, con Renate Reinsve indicata come attrice norvegese tra quelle più note, citata per Sentimental Value.
personaggi e interpreti menzionati nei film
- Nicolas Winding Refn
- Arthur Harari
- Léa Seydoux
- Nils Schneider
- Cristian Mungiu
- Sebastian Stan
- Renate Reinsve
- Gheorghiu


