Pm che chiese la condanna di Enzo Tortora: cosa mi confidò Diego Marmo nei nostri incontri
Un incontro inaspettatamente quotidiano diventa il punto di partenza per ricostruire una vicenda giudiziaria complessa, attraversata da tempi lunghi e da passaggi ancora oggi difficili da mettere a fuoco con chiarezza. L’aria di primavera, il ritmo scandito da racconti a frammenti e appunti scrupolosi riportano sul presente un passato che continua a pesare: l’urgenza di comprendere, la necessità di ordinare i fatti, la volontà di sottrarre la memoria alla distorsione. Da quell’esigenza nasce la decisione di lavorare a un libro, con l’obiettivo di collocare avvenimenti, contesti e alchimie nascoste, senza trasformare la narrazione in una controinchiesta o in una riscrittura finalizzata a sostenere tesi alternative.
ricostruzione del racconto sulla vicenda giudiziaria
La conversazione si apre con un preambolo breve, dedicato al commento della partita del napoli, prima di entrare nel merito di ciò che viene narrato. All’inizio, le parole risultano pesate e segnate da un atteggiamento guardingo: il resoconto appare simile a un verbale, fatto di termini accurati, dettagli e riferimenti normativi. Il passaggio viene accompagnato da un metodo preciso: ascolto, appunti, registrazione e domande di chiarimento quando necessario.
Nel tempo, l’idea centrale è quella di un puzzle complesso composto da elementi dispersi, con la possibilità, a distanza di oltre 40 anni, di ricomporne i contorni. L’intento non è il revisionismo: emerge piuttosto la necessità di smontare l’insieme delle connotazioni negative sedimentate nel corso dei decenni, trasformando uno stigma divenuto infamia in una spiegazione fondata sui fatti, nel rispetto delle persone e della “dolorosa vicenda umana” evocata nella narrazione.
il libro e il senso del ricordo
La stesura viene descritta come un progetto orientato a far riflettere sul contesto in cui gli eventi si sono sviluppati. I ricordi personali vengono indicati come fondamentali, con la necessità di vagliarli e metterli in sequenza corretta. L’obiettivo dichiarato è evitare che il testo diventi un libro bianco, un contro dossier o una riscrittura della storia dell’inchiesta e del processo a cui si fa riferimento.
Nel racconto emerge anche una dichiarazione precisa: viene ribadito che l’operato si sarebbe svolto in onestà e buona fede. Il lavoro viene collocato come attività svolta “dopo” e “sulla base degli elementi raccolti”; la convinzione attribuita è quella di ritenere Enzo Tortora colpevole, con una richiesta di condanna che risulta essere stata accolta dal tribunale.
diego marmo e la prospettiva degli anni
Il racconto identifica diego marmo come la persona che confida quei passaggi nei diversi incontri. Viene inoltre indicata la sua scomparsa, avvenuta domenica 3 maggio 2026, all’età di 88 anni. Il confronto con lui avviene proprio per la stesura del libro, senza successo nella pubblicazione attribuita a una mancanza di coraggio.
il maxi blitz anticamorra e i primi arresti del 17 giugno 1983
La ricostruzione colloca un momento decisivo: venerdì 17 giugno 1983, data in cui si verifica il primo maxi blitz anticamorra della storia d’Italia, con circa ottomila tra carabinieri e agenti di polizia impiegati. L’operazione viene descritta come un terremoto giudiziario e vengono indicati i numeri: 400 arresti e altri 337 già in carcere.
Il blitz si collega a un rapporto investigativo composto da 3800 pagine, trasmesso ai sostituti lucio di pietro e felice di persia, che avrebbero firmato 850 ordini di cattura contro la Nco del boss raffaele cutolo. Tra i fermati viene collocato anche enzo tortora, giornalista e conduttore della trasmissione portobello.
l’arresto, il quadro normativo e i rinvii a giudizio
La narrazione afferma che, alla luce degli elementi raccolti, non si sarebbe potuto procedere diversamente: l’arresto sarebbe stato obbligatorio e non sarebbero previsti i domiciliari. Viene specificato che si applicava un vecchio codice penale antecedente il 1989. Poche settimane prima, nei racconti, sarebbero finiti in manette i primi 263 affiliati alla Nco di Cutolo.
Vengono richiamati anche i contenuti delle deposizioni: i racconti dei primi collaboratori di giustizia o dei dissociati, in un contesto in cui non risultano presenti linee guida di gestione, né normative di riferimento, né protocolli di protezione e detenzione per chi decideva di passare “dalla parte dello Stato”.
Successivamente, viene indicato un rinvio a giudizio: a pochi mesi dall’istruttoria di partenza, con 1040 indiziati di reato, i giudici raffaele de lucia, giorgio fontana e angelo spirito avrebbero disposto il rinvio per 630 imputati, tra i quali risulterebbe anche tortora.
la scelta dei “tronconi” e la condanna di primo grado
Un passaggio centrale riguarda una decisione del tempo: l’allora capo della Procura di Napoli francesco cedrangolo decide di spezzettare il processo. Il racconto propone che, molti anni dopo, un analogo evento non si verificherà nel maxiprocesso di palermo. In tale contesto entra in scena diego marmo: viene indicato che gli sarebbe stato affidato il primo dei tre tronconi, in cui erano presenti tra gli imputati anche enzo tortora.
All’esito di quel processo, viene riportata una condanna in primo grado: dieci anni di reclusione inflitti dal tribunale di napoli per associazione a delinquere di stampo camorristico e traffico di stupefacenti. La sentenza risulta poi cancellata in Appello e in Cassazione.
le accuse considerate false e il ruolo dei pentiti
Le accuse vengono descritte come false. Il racconto collega la ricostruzione a pentiti “appartenenti alla criminalità organizzata” e a chi, “e chi per loro”, avrebbe contribuito a costruire un “raffinato castello di fandonie”. Nel lungo periodo, sul banco degli imputati sarebbe rimasto soltanto marmo, mentre i dubbi lo tormentarono fino alla fine dei suoi giorni.
il caso tortora e le ripercussioni sull’inchiesta
Il racconto attribuisce al clamoroso arresto di tortora un effetto immediato: l’episodio esploderebbe come una “bomba” nel cuore della stessa inchiesta. Viene inoltre indicato che l’inchiesta potenzialmente minacciasse di scardinare il patto tra politica, servizi segreti e camorra, dopo i fatti del rapimento e liberazione dell’assessore Dc ciro cirillo.
Il caso tortora viene presentato come un fattore in grado di far implodere l’inchiesta: l’effetto sarebbe quello di minarne l’interno, delegittimare i magistrati davanti a un caso clamoroso di ingiustizia e azzerare le inchieste sui livelli alti di compromissione dei vertici della politica nazionale.
Nel quadro descritto, si sostiene anche l’idea che l’affidamento del primo troncone al sanguigno ed ex sbirro marmo avrebbe garantito una richiesta di condanna “sicura” per il presentatore, in base al materiale probatorio raccolto dagli investigatori, soprattutto in una caserma ribattezzata “l’albergo dei pentiti” e confezionato dall’ufficio istruzione di castelcapuano.
depistaggio e strage di via d’amelio
Un ulteriore riferimento riguarda il depistaggio sulla strage di via d’amelio, indicato come uno dei più gravi nella storia giudiziaria italiana. Il racconto lo collega a falsi collaboratori di giustizia debitamente istruiti, e pone questo elemento come ciò che, nel tempo, avrebbe contribuito a rafforzare il convincimento maturato da diego marmo nella lettura a posteriori dei fatti.
memoria pubblica e reazioni sul web dopo la scomparsa
Dopo la sola notizia della scomparsa, vengono riportate reazioni degli utenti del web. Le frasi citate includono richieste di punizione e giudizi netti: “Devi bruciare all’inferno”, “Poteva pur andarsene prima, invece solo a 88 anni”, “Spero che te ne sei andato con un grande rimorso. Vergogna” e un’ulteriore affermazione sul “processo” in una giustizia definita divina.
personaggi citati nella ricostruzione
Le figure presenti nella narrazione includono:
- diego marmo
- enzo tortora
- lucio di pietro
- felice di persia
- raffaele cutolo
- francesco cedrangolo
- raffaele de lucia
- giorgio fontana
- angelo spirito
- ciro cirillo
- marco bellocchio
