Petrolio brent a 105 dollari: crisi usa
Un nuovo strappo nelle negoziazioni tra Washington e Teheran riaccende la tensione sul mercato petrolifero, con conseguenze immediate sui prezzi del greggio. Dopo il rifiuto, da parte del presidente Donald Trump, della risposta iraniana alla proposta statunitense di pace, cresce la preoccupazione per una crisi prolungata legata allo Stretto di Hormuz, passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Il mercato reagisce scontando il rischio di una chiusura o di un forte rallentamento dei traffici, condizione che potrebbe continuare a comprimere l’offerta globale.
prezzi del petrolio in rialzo per il rischio su hormuz
Le quotazioni del greggio tornano a correre, riflettendo l’incertezza sui flussi nello stretto. Il Wti con consegna a giugno passa di mano a 99,77 dollari al barile, con una crescita del 4,56%. Anche il Brent con consegna a luglio avanza, attestandosi a 105,31 dollari al barile, pari a un incremento del 3,97%.
Il movimento dei prezzi è alimentato dall’ipotesi che i traffici nello Stretto di Hormuz restino interrotti o ridotti, con effetti diretti sull’equilibrio tra domanda e offerta. Sullo sfondo, oltre alla componente geopolitica, pesano anche segnali operativi: le scorte di greggio e quelle dei carburanti, con particolare riferimento al jet fuel, continuano a calare.
Nell’Unione europea si intensifica inoltre l’incertezza su tempi e dinamica dell’esaurimento delle riserve, in un contesto in cui la disponibilità di alcune categorie di carburante risulta più fragile.
impatti sull’offerta: i numeri dello shock raccontati da saudi aramco
A fornire una lettura della portata delle interruzioni è stato Amin Nasser, numero uno di Saudi Aramco. Secondo il ceo del colosso saudita, negli ultimi due mesi il mondo avrebbe perso circa un miliardo di barili di petrolio a causa delle interruzioni nei flussi commerciali scaturite dall’escalation militare tra Usa, Israele e Iran.
Nasser ha indicato anche un percorso di recupero non immediato. Anche nel caso in cui lo Stretto di Hormuz venisse riaperto rapidamente, il mercato avrebbe bisogno comunque di alcuni mesi per tornare in equilibrio. Se, al contrario, le restrizioni dovessero prolungarsi oltre qualche settimana, la normalizzazione arriverebbe soltanto nel 2027.
risultati aramco e fattori che hanno limitato l’impatto operativo
La situazione ha portato benefici a Saudi Aramco, coerentemente con quanto emerso dalla trimestrale presentata. Nel primo trimestre del 2026, l’utile netto rettificato del gruppo saudita è salito del 25,5%, superando i 120 miliardi di riyal (circa 32 miliardi di dollari), con un risultato superiore alle attese degli analisti.
Una componente determinante è stata il balzo del prezzo del barile: tra febbraio e marzo la quotazione è passata da circa 60 a 100 dollari al barile, dopo gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran.
Parallelamente, Riad avrebbe limitato l’impatto della crisi logistica grazie all’impiego a pieno regime dell’oleodotto East-West. L’infrastruttura collega i giacimenti della costa orientale saudita al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, consentendo di aggirare Hormuz. Nasser ha qualificato questo collegamento come una “ancora di salvezza fondamentale” per mantenere le esportazioni durante la crisi.
margini di sicurezza ridotti: l’appello a resilienza e investimenti
Pur riconoscendo i vantaggi derivati dalla gestione logistica, il manager saudita ha richiamato un problema di fondo: a suo avviso, anni di sottoinvestimenti nel settore energetico hanno lasciato il mercato globale con margini di sicurezza ridotti. In tale quadro, è stato rivolto un invito a governi e industria a investire maggiormente nella resilienza delle infrastrutture energetiche e nelle catene di approvvigionamento.
Personaggi citati:
- Donald Trump
- Amin Nasser
