Lingua arcana di una religione universale: significato e traduzione di Nilay Özer

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Lingua arcana di una religione universale: significato e traduzione di Nilay Özer

Nilay Özer, attiva sullo scenario poetico dagli inizi degli anni Duemila, costruisce versi che uniscono lirismo e riflessione ecologica, intrecciando il tema della libertà personale dentro contesti che la comprimono e la presenza del corpo femminile nella sua dimensione sociale. La recente traduzione italiana mette in evidenza una scrittura caratterizzata da una voce densa e sfuggente, percorsa da echi cupi e da tensioni che incidono sul modo in cui la lingua prende forma, diventando al tempo stesso franta e arcana. A sostegno di questa lettura, Tommaso di Dio sottolinea una componente “religiosa” della poesia di Özer, intesa come una religione universale e senza dio, fondata sul culto della vita e del mutamento.

nilay özer e la poesia tra natura, libertà e corpo

La traiettoria letteraria di Nilay Özer è segnata da una produzione poetica composta da quattro libri, elaborati nel tempo attraverso un lavoro di revisione minuzioso. Nei testi emerge un intreccio costante tra l’attenzione all’ambiente e alle sue dinamiche e l’esplorazione della libertà, sempre posta in relazione con condizioni illiberali. Accanto a questi nuclei, trova spazio il corpo femminile, considerato non solo come esperienza individuale, ma come elemento che agisce nel tessuto sociale, attraverso una scrittura capace di rendere visibili fratture, resistenze e trasformazioni.

Nei componimenti confluiscono immagini che affiorano con forza e si spostano senza stabilizzarsi, come se la lingua cercasse una via propria per dire il mutamento. La traduzione italiana rende percepibile questa tensione: i passaggi risultano sospesi, con eco oscure e aderenze linguistiche che mantengono la poesia in uno stato di movimento, senza ridurla a una sola direzione interpretativa.

diario marino: lo scorrere dell’acqua e i doni promessi

Nel testo diario marino il dialogo evocato è continuo, quotidiano e insieme rarefatto: ogni giorno viene promessa una poesia, descritta come qualcosa che scorre via e si disperde “come delirio acquoso sul fondo”, oppure che risuona “tra noi due” una sola volta. La voce poetica propone oggetti e presenze legati al mare, come uno specchio in cui i granchi si guardano di sbieco e una montagnola di sabbia coperta di anemoni. L’atto di “scacciare” i pensieri della terraferma indica un passaggio di stato: la mente viene sottratta alla gravità dell’abitudine e il corpo non è chiamato a trascinarsi, con un sollievo che prepara al contesto acquatico.

La felicità proposta non coincide con ciò che resta “ridotto”, e non include frammenti ricavati da libri o da pezzi di frasi già pronti. La scena si sposta su pesci descritti come ingenui, accompagnati da “tre segreti” comunicati sotto gli scogli. Seguono immagini di creature e organismi marini resi attraverso traduzioni letterali che mettono in relazione nomi e apparizioni: ortica di mare, lattuga di mare, tulipano di mare. L’elenco dei termini funziona come repertorio sensoriale: ogni parola colloca un’immagine in un mondo acquatico e la lega a un gesto, a un mutamento o a un destino.

il branco di pesci e l’idea di uguaglianza nel mutamento

La sezione successiva presenta un branco di pesci appena nati che pascola nell’acqua. Su gocce d’acqua spuntano costole e occhi, mentre viene sollecitata la continuità di una trasparente incoscienza. L’acqua viene descritta come forza capace di argenteare ciò che tocca, trasformando la visione e rendendo possibile l’attesa di un momento in cui, quando il sole colpirà il fondale, ci sarà una brillantezza collettiva.

Alla promessa di una coda e dell’invito a “seguire” si aggiunge l’idea che i sogni già sognati squamino via. L’uscita dai confini del già noto conduce in una grotta lasciata alla nascita, dove la voce chiede se restare in un “principio senza fine”. La prospettiva del mare diventa una condizione di uguaglianza: l’acqua “ci farà uguali”, asciugherà le lacrime e renderà possibile anche l’assenza di nome. Sul fondo, il chiamare “tre volte” marca un rito di presenza e insieme un modo di orientarsi nel buio luminoso.

La triade di nomi marini torna con minareto marino, lavanda marina, merletto di mare, mantenendo la costruzione di un lessico che traduce natura e forma. Nel passaggio successivo emerge la grotta di nascita e il corpo che si spacca per farsi abbandonare, con un legame netto tra ferita, memoria e non-oblio: “si spacca si ferisce non si dimentica mai”. Il testo presenta un grumo di sangue galleggiante visto la prima volta in un quadrato d’acqua, in un quadro di luce che discende da un’ombra di luce e arriva a una struttura della visibilità che include la madre, la figlia e la sacra vita.

corpo, nutrimento e dialettica madre-figlia nel mare

Nel flusso delle ore del giorno e della notte, la voce poetica insiste sull’immersione in colori, flussi e discese. L’atto di allattare viene descritto come un fiume che scende alla bocca: la relazione nutriente assume una forma liquida. Successivamente le bocche dei pesci si ammucchiano sulle briciole disfatte dall’acqua, con un riferimento al sale e alla ventosa come condizioni in cui l’esistenza si organizza. Il testo mette in primo piano il piacere e la presa, come elementi che non possono essere dimenticati, e ribadisce la ripetizione “tre volte” sul fondo, trasformando la cifra in segnale rituale.

Seguono tre denominazioni: finocchio di mare, pigna di mare, ago di mare. Le immagini associate rafforzano l’idea che la sequenza poetica funzioni come catalogo vivo, legato a corpi, movimenti e trasformazioni. La sezione successiva introduce il polpo: nello sguardo reciproco, la pelle cambia colore. La scena si articola su una difficoltà di distinzione tra corpo e ambiente, per la sapienza del celarsi e del mostrarsi.

La morte viene definita “dialettica madre-figlia”. Il testo mette a fuoco un’asimmetria: la voce afferma che la discendenza non coincide con il coraggio dell’altra parte. Nel mare la gioia di guardare è legata alla resistenza del ventre e alla tensione controllata delle gambe. La voce descrive un taglio del respiro “con un’ostrica” e riconosce un’esperienza di essere stata lasciata. L’atto di venire da me, nella follia propria dell’altro, non coincide con la follia della voce: resta una distanza anche nel legame. L’azione descrive la separazione e il morso nell’acqua, fino a un ombelico strappato, presentato come mezzo per abortire persino il ricordo di un legame.

aculei, branchie e tempo sulla profondità

La promessa successiva riguarda aculei con sacche di veleno sulle punte, con l’invito a seguire finché non spuntino le branchie. La scena stabilisce un tempo: tre giorni in cui la voce resta accanto sul fondo. La sequenza prosegue con ulteriori organismi denominati: riccio di mare, rasoio di mare, drago di mare.

Si chiude con una dichiarazione di doppia esistenza: “ho due vite e adesso tocca a te”. La voce si colloca sulla terra e nell’acqua, sulla lingua e nei fatti, dichiarando di essere esistita senza appartenere a nessuno. Per superare il dominio forzato dell’estinzione, non viene indicata altra via se non la poesia. Il testo afferma “ci ho provato”, ribadendo la condizione in cui l’invocazione passa da chi parla a chi ascolta, in un movimento che porta l’orizzonte a ridisegnarsi con lo sguardo.

La nascita viene letta come uscita: “nascendo ho capito di essermene andata”. L’idea di aver rinnovato senza sosta la paura rimette la scrittura in una dinamica di ripetizione e trasformazione. Compare poi un verso in francese, tratto da Il cimitero marino di Paul Valéry: “À ce vivant je vis d’appartenir”. La chiusa insiste su una sepoltura nel “cimitero marino” ripetuta tre volte, come gesto fisso e rituale. La bocca mormora o tace, mentre il controllo viene attribuito a una volontà non nominata. Infine, tre poesie attendono sulla riva: cimitero marino, febbre marina, diario marino.

traduzioni letterali dei nomi marini e riferimenti poetici

Nel materiale presente sono esplicitate corrispondenze tra termini e organismi: ortica di mare, lattuga di mare e tulipano di mare sono traduzioni letterali di medusa, ulva e anemone. minareto marino corrisponde alla turritella, lavanda marina al limonio, merletto di mare alla millepora. pigna di mare corrisponde al gasteropode Conus Striatus. ago di mare corrisponde al pesce pipa. Il rasoio di mare è chiamato in italiano cannolicchio, mentre il drago di mare è il pesce Phycodurus Eques, o dragone foglia.

Nel testo compare anche un verso: “À ce vivant je vis d’appartenir”, indicato come tratto da Il cimitero marino di Paul Valéry. Inoltre, febbre marina (Sea fever) è indicato come titolo di una poesia di John Masefield.

biografia essenziale di nilay özer

Nilay Özer è nata a Istanbul il 6 marzo 1976. Ha studiato biologia all’Università di Marmara e critica letteraria presso il Dipartimento di Letteratura Turca dell’Università Bilkent di Ankara. La raccolta d’esordio Zamana Dağılan Nar (La melagrana dispersa nel tempo) è stata pubblicata nel 1999. La seconda raccolta Ol! (Sii!) ha vinto il premio Cemal Süreya nel 2004. Il libro di poesie Korkuluklara Giysi Yardımı (Vestiario di soccorso per ringhiere) risale al 2015, mentre nel 2024 è uscito Yüzü Kelebeklerle Örtülü (Il suo viso è coperto di farfalle).

Özer ha pubblicato anche letteratura per l’infanzia e numerosi saggi sulla scrittura in versi contemporanea. Alcune traduzioni italiane dei suoi testi sono apparse su riviste online Kaleydoskop – Turchia cultura e società, Le parole e le cose, su Internazionale e su Poeti e Poesia. Una selezione di versi è stata pubblicata con il titolo Rituale notturno – Poesie scelte a cura di Nicola Verderame, con nota di Tommaso di Dio, nel 2026.

personaggi e riferimenti citati

  • nilay özer
  • tommaso di dio
  • paul valéry
  • john masefield
  • nicola verderame
  • n. v.
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