Iran crollo dell’economia: un pollo costa una giornata di lavoro

• Pubblicato il • 6 min
Iran crollo dell’economia: un pollo costa una giornata di lavoro

Nel caos di dichiarazioni contrastanti e minacce ruotanti attorno alla guerra all’Iran, una sola traiettoria risulta misurabile nella vita quotidiana: il collasso dell’economia iraniana, descritto come indotto e, in modo ancor più diretto, paragonabile a una detonazione delle capacità economiche del Paese. L’annuncio di voler colpire obiettivi industriali e infrastrutture civili, con riferimento alla logica di operazioni mirate, viene ricondotto a una continuità d’azione che ha trasformato il conflitto in un fattore permanente di instabilità economica.

Una fotografia concreta arriva dai numeri. A marzo la Banca centrale iraniana ha immesso in circolazione la banconota da dieci milioni di rial, indicata come il taglio più alto di sempre, con un valore stimato poco sopra 5 euro. In parallelo, mentre si continua a discutere di possibili scenari negoziali tra Iran e Stati Uniti, gli effetti economici interni vengono descritti come i più difficili degli ultimi cinquant’anni.

economia iraniana sotto pressione: sanzioni, inflazione e collasso

Prima della fase più recente del conflitto, la stretta delle sanzioni aveva già prodotto un deterioramento strutturale: negli ultimi dieci anni il reddito pro capite viene indicato in quasi una diminuzione della metà, con valori intorno a 4mila euro annui. L’iperinflazione viene descritta come costante e il valore del rial viene riportato in crollo fino a circa un milione e mezzo per dollaro alla vigilia del passaggio legato alla guerra contro Israele e Stati Uniti, dello scorso giugno 2025.

Negli ultimi mesi, i bombardamenti congiunti israelo-americani vengono collegati a danni enormi, definiti sia diretti sia indiretti. La quantificazione fornita dalle autorità iraniane e da esperti internazionali colloca i danni materiali tra 200 e 270 miliardi di dollari derivanti dagli strikes. Si parla inoltre di un impatto stimato in misura pari a oltre la metà del Pil iraniano, già in contrazione negli anni precedenti, e con una proiezione ulteriore di riduzione: secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2026 la contrazione sarebbe pari a un ulteriore 6%.

danni industriali e occupazione: le conseguenze misurate nei numeri

Le richieste formali di riparazioni vengono descritte come non limitate agli Stati Uniti, includendo anche una rivolta ufficiale all’Unido (Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale) sulle ricadute delle aggressioni. In parallelo, la dimensione delle infrastrutture colpite viene riportata attraverso stime: secondo EcoIran, almeno 23mila siti industriali o attività commerciali sarebbero stati colpiti.

Conseguentemente, la perdita di lavoro viene descritta su più piani. Il vicepresidente del Lavoro e della Sicurezza Sociale, Gholamossein Mohammadi, viene indicato come confermatore di una perdita diretta di oltre un milione di posti di lavoro. Il quotidiano Etemad aggiunge poi la stima di un altro milione di disoccupati indiretti. Su questa base, alcuni sindacati arrivano a parlare di non meno di 4 milioni di posti di lavoro persi, mentre l’Undp avverte che altre 4 milioni di persone potrebbero scivolare in stato di povertà.

raid aerei e filiere produttive: petrolchimica, acciaierie e aziende

Nel racconto delle conseguenze vengono messi in evidenza raid aerei israeliani con l’obiettivo di colpire complessi petrolchimici e acciaierie del Paese. Nomi di impianti come Mobarakeh e Khuzestan vengono associati all’effetto immediato dell’inattività: viene riportato che decine di migliaia di lavoratori siano rimasti a casa, spesso senza tutele, ammortizzatori o garanzie salariali.

Accanto agli effetti diretti, il quadro viene descritto come ancora più grave per le ricadute indirette su aziende e piccole e medie imprese, spesso prive di materie prime. La chiusura di linee operative viene illustrata con esempi: la Maral Sanat, produttrice di rimorchiatori e con base ad Urmia, avrebbe messo 1500 lavoratori in inattività per mancanza di acciaio. La Borujerd, tra le più grandi aziende tessili del Paese, viene indicata come causa di circa 700 posti persi o sospesi. Persino Digikala, descritta come la più grande compagnia di e-commerce dell’Iran, avrebbe ridotto impieghi e ridimensionato dipartimenti.

La richiesta di ammortizzatori sociali diventa un indicatore ulteriore: sarebbero almeno 147mila persone ad aver richiesto assegni di disoccupazione negli ultimi due mesi, circa il triplo rispetto al 2025.

inflazione e prezzi: rincari su alimenti e beni di base

Il quadro dell’inflazione viene descritto come prossimo all’irrealtà, con numeri che indicano un aumento generalizzato dei costi. I dati ufficiali riportano un incremento del 174% sul prezzo del riso e del 375% sugli oli edibili. Per una famiglia di quattro persone, un pasto a base di pollo (escludendo riso, pane e contorni) viene riportato come arrivato a dieci milioni di rial, cifra indicata come superiore alla paga giornaliera di un operaio. Anche il costo delle uova viene indicato intorno ai cinque milioni di rial.

Persino beni di uso quotidiano subiscono rincari: il costo delle buste in plastica del supermercato viene riportato quasi quadruplicato, legato a conseguenze dirette associate ai bombardamenti sugli impianti petrolchimici.

capacità di resistenza e rischio industriale: impatto nel medio periodo e scambi esteri

Secondo la prospettiva delineata, la situazione iraniana viene presentata come parzialmente paradossale: strategicamente e militarmente il Paese sarebbe in grado di resistere per molto tempo. L’analogia proposta riguarda anche il caso ucraino, citato per evidenziare che, pur con una contrazione economica importante, la prosecuzione del conflitto è stata sostenuta.

Il nodo centrale viene però spostato sul medio periodo: la prosecuzione degli eventi viene indicata come capace di compromettere o danneggiare gravemente l’identità industriale e la capacità produttiva, non solo nei grandi gruppi ma anche nei piccoli produttori. Sul piano della deterrenza nello Stretto di Hormuz viene richiamata una capacità di imporre costi al commercio internazionale: viene indicato che tramite leve di rappresaglia sarebbe possibile bloccare il 20% del commercio di gas e petrolio.

Accanto a questa leva, emerge anche un limite operativo: il “blocco del blocco” descritto come illegale da Washington starebbe mettendo a rischio oltre l’80% del commercio iraniano con l’estero. Nel quadro degli scenari, viene anche citato il Middle East Institute, secondo cui ogni mese di guerra, ai ritmi descritti negli eventi recenti, riporterebbe l’Iran indietro di cinque anni dal punto di vista economico.

indicatori economici e sociali: sintesi degli effetti principali

I dati riportati convergono su alcuni segnali coerenti: l’espansione della liquidità sotto forma di tagli sempre più alti, la contrazione del reddito pro capite, l’iperinflazione con aumenti percentuali molto elevati, la perdita di occupazione diretta e indiretta, e l’aumento delle richieste di indennità di disoccupazione. L’insieme viene rappresentato come conseguenza di colpì mirati a infrastrutture e filiere, con effetti immediati e danni che, secondo le stime, incidono profondamente su produzione e scambi esteri.

Persone citate:

  • Donald Trump
  • Gholamossein Mohammadi
Un pollo costa un giorno di lavoro: il dramma quotidiano degli iraniani sotto le bombe. Così l’economia di Teheran sprofonda

Per te