Fake news sulliran e trump, il report smentisce le accuse del presidente
Teheran resta una minaccia operativa lungo lo Stretto di Hormuz: secondo informazioni attribuite all’intelligence, è stato ripristinato l’accesso a gran parte dei siti missilistici, con una disponibilità stimata di assetti pari a circa il 70% delle capacità mobili e di una quota analoga dell’arsenale. Le indicazioni fornite ai membri del Congresso, in sessioni riservate, delineano un quadro che si discosta dalle affermazioni pubbliche del presidente degli Stati Uniti.
teheran minaccia ancora: accesso operativo a 30 siti missilistici su 33
Le informazioni citate riportano che la Repubblica islamica ha riattivato l’operatività in 30 dei 33 siti missilistici dislocati lungo lo Stretto di Hormuz. In questa configurazione, i pasdaran risultano in grado di minacciare, e in prospettiva, colpire le navi da guerra degli Stati Uniti e le petroliere americane in transito nel braccio di mare considerato strategico per il commercio del 20% del greggio mondiale.
Secondo la ricostruzione riportata, Teheran può impiegare rampe di lancio mobili interne alle aree dei siti e sarebbe in grado di spostare i missili. Risultano invece totalmente inaccessibili soltanto tre siti missilistici lungo lo stretto.
arsenale iraniano: circa 70% di dispositivi mobili e 70% dell’insieme missilistico
Nel complesso, le stime indicano che l’Iran conserva circa il 70% dei dispositivi mobili di lancio presenti sul territorio nazionale e mantiene all’incirca il 70% dell’arsenale. La dotazione comprende missili balistici, utilizzabili per colpire altri Paesi nella regione, oltre a una quantità più ridotta di missili da crociera, impiegabili contro obiettivi a distanza inferiore. La disponibilità include anche componenti terrestri e navali.
ripristino basi sotterranee: circa 90% e strutture parzialmente o completamente operative
Le valutazioni, basate su immagini satellitari e su dati ottenuti tramite altre tecnologie di sorveglianza, indicano inoltre che l’Iran avrebbe riacquistato l’accesso a circa il 90% delle proprie basi sotterranee per stoccaggio e lancio di missili. Le strutture risultano parzialmente o completamente operative, secondo le fonti richiamate.
contrasto con trump: affermazioni su “annientamento” e intelligence con dati differenti
Il quadro descritto risulta non coerente con le dichiarazioni attribuite a Donald Trump, il quale ha sostenuto pubblicamente che l’Iran sarebbe stato “annientato” e avrebbe perso capacità militari. Nelle ultime settimane, il presidente americano avrebbe ripetuto che “l’Iran non ha più la Marina”, “non ha l’Aeronautica” e che le scorte di missili sarebbero quasi esaurite.
Le informazioni fornite ai membri del Congresso, in sedute a porte chiuse, offrono invece una lettura opposta, evidenziando la persistenza di siti accessibili, la mobilità delle rampe di lancio e la disponibilità di una quota sostanziale di arsenale.
dichiarazioni precedenti: “pochi esemplari” e esercito iraniano reso inefficace
La ricostruzione ricorda anche come, già il 9 marzo, Trump avesse affermato che i missili iraniani sarebbero stati “ridotti a pochi esemplari” e che il Paese non avrebbe avuto “più nulla” in termini militari. Successivamente, le posizioni riportate includono le parole di Pete Hegseth: l’8 aprile, in una conferenza stampa al Pentagono, il segretario alla Difesa avrebbe sostenuto che gli attacchi di Stati Uniti e Israele avrebbero decimato l’esercito iraniano, rendendolo inefficace “per gli anni a venire”.
scorte e consumi: gestione degli armamenti Usa e produzione di intercettori Patriot
Secondo i media statunitensi, mentre l’Iran disporrebbe ancora di una parte rilevante dei sistemi, sarebbero gli Stati Uniti a fronteggiare una gestione complessa di armi e munizioni. Trump e i suoi consiglieri avrebbero più volte respinto l’idea che le scorte siano state ridotte a livelli pericolosamente bassi nel corso della guerra contro Teheran.
Il Pentagono avrebbe inoltre fornito rassicurazioni ai partner europei, che avrebbero acquistato miliardi di dollari di munizioni dagli Stati Uniti per conto dell’Ucraina. In un’audizione davanti a una sottocommissione della Camera dei Rappresentanti, il generale Dan Caine, comandante degli Stati maggiori congiunti, avrebbe dichiarato: “Abbiamo munizioni sufficienti per quello che ci è stato assegnato in questo momento”.
uso di missili e intercettori durante la guerra: numeri e ritmo di produzione
Secondo il New York Times, durante la guerra gli Stati Uniti avrebbero impiegato circa 1.100 missili da crociera stealth a lungo raggio, un valore vicino alla quantità totale ancora presente nell’arsenale americano. Sarebbero stati lanciati anche oltre 1.000 missili Tomahawk, pari a circa dieci volte il numero che il Pentagono acquista in un anno. Inoltre, nel conflitto sarebbero stati utilizzati più di 1.300 missili intercettori Patriot, quantità che corrisponderebbe circa alla produzione totale di due anni.
Per riempire i magazzini, secondo il quotidiano, sarebbero necessari anni. Lockheed Martin produrrebbe attualmente circa 650 intercettori Patriot all’anno, con un piano per aumentare la produzione fino a 2.000 unità annue.
capacità produttiva Patriot: incremento fino a 2.000 intercettori all’anno
Le informazioni riportano l’intenzione di espandere la produzione degli intercettori Patriot, con l’obiettivo di adeguare la capacità produttiva a una domanda che, dopo i consumi della guerra, richiederebbe tempi lunghi per essere ripristinata.
personaggi citati
La ricostruzione include riferimenti a esponenti statunitensi e a un responsabile della difesa:
- Donald Trump
- Pete Hegseth
- Dan Caine