Correre e lezione etiope cosa imparare per migliorare tecnica e allenamento
La corsa unisce un’idea semplice e potente: avanzare con un passo dopo l’altro per attraversare un tratto di terreno. Anche quando l’attenzione si sposta su molti sport diversi, il gesto del correre resta un riferimento comune, una base atletica capace di alimentare fiato, resistenza e continuità. In palestra o all’aperto, tra allenamento aerobico e competizioni, correre compare spesso come scelta concreta e replicabile, con una bellezza che emerge soprattutto nella ripetizione.
Iscriversi a una corsa diventa per molti un passaggio ricorrente nel tempo: un percorso che nasce da curiosità e sfida. Nei campi da basket, calcio e rugby, o nelle discipline come boxe, ciclismo e arti marziali, la corsa si inserisce con un ruolo funzionale. Pur senza l’immediatezza di gesti eclatanti o di gratificazioni istantanee, la sua forza sta nel procedere avanti, senza interrompere il ritmo, trasformando l’atto individuale in un’esperienza riconoscibile.
la corsa come esperienza individuale e collettiva
Un runner spesso riesce a distinguere se preferisce correre da solo o in compagnia, anche se motivare il “perché” non risulta sempre semplice. La pratica si intreccia con numerosi fattori, senza che sia facile ordinarli in una sequenza precisa. Proprio questa difficoltà assomiglia a quella che spesso accompagna altre forme di creazione: così come non è immediato spiegare il motivo per cui si scrive, si suona o si disegna, allo stesso modo può essere complesso mettere in parole la ragione della corsa.
correre con gli altri: energia condivisa
Un elemento centrale emerge dalla riflessione riportata in un libro pubblicato nel 2022, Correndo nell’aria sottile, scritto da Michael Crawley, antropologo e professore inglese. Alla componente universitaria si affianca la dimensione di maratoneta, con un confronto tra teoria, pratica ed evidenze raccolte sul campo.
Tra il 2015 e il 2016 l’autore ha trascorso quindici mesi in Etiopia correndo con atleti locali, in un contesto che comprendeva sia amatori sia atleti di livello alto impegnati in gare internazionali. Da quell’esperienza derivano considerazioni sulla corsa come atto personale e come atto collettivo.
Le parole riferite dall’autore indicano che l’allenamento può partire da obiettivi di salute, ma per migliorare diventa decisivo correre con altre persone: “seguire i piedi di qualcuno” non significa soltanto condividere il ritmo, bensì assorbire una parte della sua energia. In questa prospettiva, per i runner di Addis Abeba condurre o dettare il passo viene descritto come un modo per portare il fardello di qualcun altro. L’energia, quindi, scorre tra le persone e si trasmette con continuità, collegando anche altre abitudini sociali: condividere il cibo, festeggiare, partecipare ad eventi. Correre, in questo quadro, diventa un elemento capace di unire individui.
Etiopia: una visione della corsa lontana dagli stereotipi
Una parte significativa delle considerazioni riguarda la distanza tra l’immaginario occidentale e la realtà descritta. In Occidente si tende a pensare che in Etiopia e Kenya corrano principalmente persone molto povere, magari a piedi nudi, sugli altipiani in quota. Nel racconto riportato, invece, viene sottolineato che i runner necessitano di supporto: le famiglie devono aiutarli e serve tempo oltre a risorse per allenarsi e per potersi procurare ciò che serve, in modo da riuscire a non lavorare. La dimensione istituzionale viene richiamata anche ricordando che, fino al 2000, molti medagliati olimpici dell’Etiopia provenivano da club militari come investimento dello Stato.
adattamento e abitudini invece di “talento”
Durante il soggiorno, Crawley riferisce di non aver mai sentito nominare la parola “talento” o l’idea di un’abilità naturale. Al suo posto compare un termine legato all’adattamento e all’abituarsi a qualcosa (riportato come “lamented”). Il modo di correre viene quindi collocato dentro il proprio ambiente e dentro la propria società: si corre nella propria realtà sociale, con continuità quotidiana.
Un’altra indicazione riguarda l’assenza di confini rigidi negli orari. Si afferma che correre costituisce un’opzione presente durante tutte le ore del giorno e della notte, così come dormire. La priorità non risiede tanto nel tempo dedicato all’attività, quanto nell’energia impiegata. Se non si segue l’orario consueto, viene comunque considerato un aspetto accettabile: il punto non è aderire a una precisa finestra temporale, ma mantenere intensità e disponibilità.
tecnologia e misurazioni: fiducia nella percezione
Il rapporto con la tecnologia viene descritto come significativamente diverso. I runner fanno riferimento alla sensazione di certezza interiore, più che agli strumenti, come gli orologi. Risulta lontana l’idea che il successo dipenda esclusivamente dalla precisione nella misurazione dei tempi e delle caratteristiche fisiologiche, così come l’idea che un tecnico, in un laboratorio, sappia meglio di cosa sia “fatto davvero” un runner rispetto allo stesso runner.
corsa e benessere nella quotidianità
Le riflessioni riportate si collegano anche alle abitudini di chi, in un periodo di primavera, decide di incontrarsi per correre nei parchi cittadini. Mattina, sera o pausa pranzo diventano momenti in cui l’uscita si trasforma in un flusso continuo: correre permette di restare presenti a sé stessi mentre l’attività scorre, al contrario di altre occupazioni in cui intervengono numerosi pensieri paralleli.
Al rientro a casa, la corsa viene descritta come un’esperienza che lascia una sensazione migliore rispetto a quando si è usciti. Anche il modo in cui i sapori risultano più nitidi sul palato viene associato al ritorno dopo l’allenamento. L’acqua, in particolare l’acqua fresca, viene indicata come la percezione più pura quando scende nella gola, descritta come perfetta e immediata nella sensazione. Il riposo viene richiamato come elemento coerente con lo sforzo: ci si corica stremati e ci si addormenta già con il pensiero di ripetere l’allenamento il giorno successivo.
personaggi citati
- Michael Crawley

