70 ore a settimana e non ci hanno formato: parla un ex specializzando
Le condizioni di lavoro dei medici in formazione negli ospedali universitari tornano al centro dell’attenzione dopo una serie di segnalazioni su turni eccessivi, attività non coerenti con il percorso formativo e criticità legate alla supervisione. A Siena, nel reparto di Psichiatria dell’ospedale Le Scotte, un ex specializzando descrive un’esperienza in cui l’impostazione della formazione risulta marginale rispetto al carico operativo, raccontando anche episodi che, secondo la sua percezione, incidono sulla preparazione, sulla salute e sulla sicurezza dei pazienti.
segnalazioni su condizioni dei medici in formazione: ospedale le scotte e sistema universitario
Le polemiche riguardano l’ospedale toscano, dove una segnalazione inviata dall’Associazione liberi specializzandi avrebbe messo in evidenza diversi aspetti: turni oltre i limiti previsti, attività amministrative e di segreteria delegate ai giovani medici, autonomia operativa non sempre accompagnata da adeguata supervisione. Nella stessa contestazione viene richiamato anche l’uso di credenziali informatiche degli strutturati per compilare cartelle, referti e altri atti sanitari.
Una seconda segnalazione, secondo quanto riportato, riguarda Careggi e la scuola di Chirurgia generale dell’Università di Firenze: l’associazione sostiene che gli specializzandi arriverebbero a superare 270 ore mensili, con turni oltre le 13 ore e fino a 20 giorni consecutivi.
risposte delle istituzioni e avvio di verifiche interne
Gli atenei interessati hanno annunciato l’avvio di indagini interne per raccogliere dati e verificare il contenuto delle segnalazioni dell’associazione. Per l’Aou senese, interpellata, è stata indicata la scelta di non commentare. Nel caso di Careggi, invece, è stato comunicato l’avvio di una istruttoria interna finalizzata alla raccolta di informazioni utili a valutare e verificare quanto segnalato; gli accertamenti risultano avviati e, in presenza di criticità, l’intervento sarebbe effettuato secondo quanto previsto dai regolamenti.
esperienza in psichiatria a siena: formazione limitata e carico operativo elevato
All’interno del racconto dell’ex medico in formazione emergono aspettative diverse rispetto a quanto effettivamente vissuto. L’avvio della specializzazione avrebbe dovuto includere una formazione più strutturata, con lezioni, discussione dei casi, tempo per lo studio e spazio per domande. La realtà descritta risulta differente: le lezioni frontali sarebbero state assenti, con la motivazione che, essendo già medici, tale attività sarebbe risultata superflua. In psichiatria, secondo la testimonianza, una parte rilevante riguarda anche aspetti normativi e burocratici, come trattamenti sanitari obbligatori e accertamenti sanitari obbligatori, che non sarebbero stati spiegati in modo adeguato.
clima formativo: pressione e meritocrazia ridotta
Il clima descritto risulta pesante e, in alcune occasioni, accompagnato da episodi percepiti come umilianti. La meritocrazia sarebbe stata quasi assente: il sistema di valutazione avrebbe privilegiato chi mostrava disponibilità a dire sempre sì. Il criterio non sarebbe stato collegato alla preparazione o allo studio, ma alla capacità di adattarsi alle richieste anche fuori orario, durante weekend e ferie.
tipologie di richieste fuori tempo e fuori contesto
Le richieste potevano includere visite fissate tardi, chiamate a pazienti anche durante le ferie e attività da svolgere il sabato o comunque oltre l’orario previsto. Per essere considerati, secondo la ricostruzione, sarebbe stata richiesta una disponibilità totale; in caso contrario, la mancata aderenza sarebbe stata associata a una presunta mancanza di volontà di lavorare.
carichi di lavoro: settimane da 70 ore e presenza in reparto prolungata
Nei primi anni, secondo la testimonianza, il monte ore avrebbe potuto raggiungere settimane fino a 70 ore. La permanenza in reparto sarebbe stata descritta come circa 12 ore al giorno, con la giornata scandita da attività continuative. Quando veniva sollevata l’idea che il numero di ore previsto fosse più basso e che potesse essere necessario riorganizzare le attività, la risposta sarebbe stata l’etichettatura di chi sollevava la questione come “sindacalista”, con l’accusa di non voler assumersi responsabilità. Secondo la ricostruzione, il tema non sarebbe stato il rifiuto del lavoro, ma l’idea che la specializzazione dovesse rappresentare formazione e non una sostituzione di personale.
autonomia, visite e supervisione: quando la formazione diventa solo gestione
Lo spazio dedicato alla formazione sarebbe stato molto limitato. La dinamica descritta prevede che l’attività formativa si riduca a osservare decisioni assunte dagli strutturati in merito alle terapie. In molte situazioni, sarebbe mancato anche il tempo per capire il motivo alla base della scelta di un farmaco rispetto a un altro. La sequenza riferita comprende visite e raccolta dell’anamnesi, seguite dall’attesa dello strutturato per riferire quanto raccolto in pochi minuti, in contesti rapidi, spesso mentre altri pazienti avrebbero atteso da ore. In tale cornice, la giornata passerebbe tra file e gestione dell’attività quotidiana.
visite da soli e discussione dei casi insufficiente
La testimonianza riporta che la prima parte della visita potesse avvenire da soli, con il successivo riferimento allo strutturato, che avrebbe deciso la terapia. Il nodo indicato riguarda l’eccesso di pazienti: se lo specializzando segue un numero troppo elevato, se il lavoro avviene di corsa e se manca il tempo per discutere i casi, secondo la ricostruzione non si genera apprendimento reale, ma si limita l’operatività dell’ambulatorio.
Un ulteriore elemento riguarda l’invio in pronto soccorso per valutazioni psichiatriche anche in situazioni delicate. Quando la criticità viene sollevata, la risposta riportata sarebbe stata che lo specializzando avrebbe dovuto pretendere la presenza dello strutturato. La testimonianza afferma che tale impostazione non sarebbe realistica, perché lo specializzando non si troverebbe in una posizione di forza tale da imporre le modalità operative.
parte amministrativa e delega operativa alla firma dello strutturato
Secondo la ricostruzione, una parte consistente dell’attività riguarderebbe documenti, schede, cartelle e pratiche. Molto di quanto prodotto dal giovane in formazione verrebbe poi portato allo strutturato per la firma.
credenziali informatiche, tracciabilità e rischi di responsabilità
Nel merito delle contestazioni su credenziali informatiche, l’ex specializzando afferma che, nella propria esperienza, l’uso delle password sarebbe stata una prassi: le credenziali circolerebbero in chat e, in caso di cambio, sarebbe stato chiesto quale fosse quella aggiornata. L’episodio non sarebbe stato considerato eccezionale, ma parte dell’organizzazione quotidiana.
Riguardo ai rischi, viene indicato soprattutto il tema della tracciabilità. Se un atto risulta formalmente attribuito a una persona, ma materialmente svolto da un’altra, in caso di errore risulterebbe più difficile comprendere chi sia responsabile. Nel racconto, viene riportato anche che sarebbero state fornite rassicurazioni sulla protezione, con l’idea che nessuno avrebbe lasciato soli gli specializzandi. Secondo la testimonianza, però, il divario tra rassicurazioni e responsabilità reale resterebbe sostanziale: gli specializzandi, in quanto medici abilitati, non sarebbero coperti dall’eventuale mancata supervisione effettiva qualora accadesse qualcosa di sbagliato.
attività non cliniche, copertura carenze e richiesta di adattamento continuo
La testimonianza include anche attività non strettamente cliniche: qualsiasi mancanza di personale o di mansioni non presidiate verrebbe colmata dagli specializzandi. Se fossero assenti infermieri o personale amministrativo, o se ci fossero incombenze che nessuno voleva o poteva gestire, la soluzione sarebbe indicata come la delega agli specializzandi.
Secondo la ricostruzione, si tratterebbe di una forma costante di forza lavoro impiegata per coprire la carenza di organico. Senza la presenza degli specializzandi, il reparto non avrebbe retto ai ritmi descritti. Negli anni, inoltre, il carico sarebbe aumentato con più visite, più posti letto e più pazienti, con la conseguenza che il sistema risulterebbe sostenuto principalmente dalla loro presenza.
conclusione del racconto: impossibilità di lavorare in autonomia dopo il percorso
La narrazione si chiude con una considerazione netta: dopo lunghe ore di lavoro in reparto, anche su attività non di competenza, il punto evidenziato è la difficoltà a operare in autonomia. Nessuno, secondo la testimonianza, avrebbe insegnato o formato in modo strutturato; il periodo sarebbe descritto come lavoro continuativo nel reparto, con l’esito di doversi poi dedicare allo studio di ciò che avrebbe dovuto essere appreso durante la specializzazione, oltre all’impatto fisico ed emotivo delle ore sostenute.
