Samah Karaki empatia non è una bussola affidabile per riconoscere l’ingiustizia

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Samah Karaki empatia non è una bussola affidabile per riconoscere l’ingiustizia

Comprendere come funziona l’empatia è decisivo quando si parla di giustizia sociale, educazione e decisioni politiche. Le emozioni possono favorire l’attenzione verso chi soffre, ma non seguono criteri di uguaglianza morale in modo spontaneo. Secondo Samah Karaki, biologa specializzata in neuroscienze e fondatrice del Social Brain Institute, l’empatia tende a muoversi lungo direttrici specifiche: prossimità, identificazione, narrazione e gerarchie sociali. Questa cornice aiuta a spiegare perché, in presenza di tragedie simili, il coinvolgimento pubblico possa concentrarsi su singoli casi e poi attenuarsi, fino a produrre ritiro o anestesia.

empatia e disuguaglianze morali: prossimità, identificazione e narrazione

L’empatia, così come descritta da Karaki, non si distribuisce in modo uniforme. È attratta da ciò che risulta vicino, simile, visibile e raccontabile. Il meccanismo tende a privilegiare una vittima con un’identità riconoscibile rispetto a migliaia di persone anonime. Ne deriva una reazione più intensa verso il caso individuale, mentre le masse statistiche fanno meno presa.

Nel libro “L’empatia è politica. Regole sociali e biologia dei sentimenti” (Add editore) viene anche sottolineato come l’empatia possa risultare più facile verso il proprio gruppo rispetto a gruppi esterni. In altre parole, l’empatia non segue automaticamente l’idea di pari valore morale: segue dinamiche sociali e cognitive che favoriscono alcuni bersagli e ne penalizzano altri.

il ruolo dei media nel dirigere l’empatia da un soggetto all’altro

I media vengono indicati come uno dei principali strumenti in grado di orientare l’attenzione e, con essa, l’emozione. La selezione di ciò che diventa visibile, ripetuto, vicino e incarnato incide direttamente sulla capacità del pubblico di reagire. In questo schema, la messa in scena non è un dettaglio secondario: determina quanto una tragedia appare rilevante e quanto riesca a suscitare immedesimazione.

Un ulteriore elemento riguarda l’effetto della saturazione. Quando l’esposizione si accumula, può emergere un risultato opposto rispetto all’empatia: ritiro, anestesia ed evitamento. Il dato richiamato da un rilevamento del Reuters Institute nel 2024 evidenziava che circa il 39% delle persone dichiarava di evitare talvolta o spesso le notizie, con una crescita marcata della stanchezza verso l’attualità, soprattutto in contesti caratterizzati da guerre e crisi ripetute.

In parallelo, viene citata la possibilità che l’IA generativa faciliti la produzione di contenuti falsi o fuorvianti, amplificando ulteriormente la difficoltà di riconoscere cosa stia davvero accadendo e perché venga mostrato.

carte etiche, tracciabilità e educazione ai media: come agire

Per intervenire su questi meccanismi, vengono proposti diversi livelli di azione. Sul piano dei contenuti, servirebbero carte etiche più rigorose sull’uso di immagini traumatiche, insieme a un’etichettatura chiara dei materiali artificiali. È inoltre indicata la necessità di tracciabilità delle fonti visive.

Un secondo fronte riguarda le piattaforme: viene richiesta una maggiore responsabilità nelle raccomandazioni algoritmiche, con l’obiettivo di ridurre distorsioni nella selezione di ciò che raggiunge il pubblico.

Dal lato della cittadinanza, si evidenzia l’importanza di un’educazione ai media che non si limiti a insegnare a riconoscere il falso. La formazione dovrebbe includere anche la capacità di individuare ciò che attiva emotivamente: la domanda centrale diventa non solo “è vero?”, ma anche “perché questo viene mostrato, proprio ora, in questa forma?”.

emozioni e politica: leggi sull’onda della cronaca e democrazie mediatizzate

Un altro passaggio riguarda l’uso strumentale delle emozioni da parte dei politici. La dinamica descritta è quella dell’adozione di misure legislative guidate dalla cronaca, a seguito di un crimine molto mediatico o di un episodio associato a un panico morale.

Il fenomeno viene collegato alla tendenza delle democrazie mediatizzate, dove la competizione per l’attenzione favorisce narrazioni ad alta intensità emotiva. Al contrario, una democrazia matura dovrebbe evitare di affidare il governo delle scelte alle emozioni; dovrebbe invece usare le emozioni come segnalatori di problemi e poi rimettere le decisioni a procedure più lente e giustificabili.

corsi di empatia a scuola: prospettive e limiti

All’ipotesi di introdurre corsi di empatia nelle scuole viene riconosciuta una possibile utilità, ma anche indicati limiti importanti. La proposta viene giudicata insufficiente o potenzialmente mal impostata se parte dall’idea che la difficoltà morale e politica derivi principalmente da una carenza di emozione.

Secondo Karaki, il punto centrale è che l’empatia non è automaticamente morale. È possibile sviluppare competenze di comprensione anche per manipolare gli altri, oppure limitare l’empatia verso alcuni e non verso altri. Inoltre, fenomeni come bullismo, razzismo e disumanizzazione non vengono ridotti a deficit interindividuali di sensibilità: sono legati a norme di gruppo, gerarchie, clima scolastico, rapporti di potere e anche a una tolleranza istituzionale.

Per questo, se la scuola mira a risultati efficaci, viene indicato un orientamento meno centrato sulla sentimentalizzazione e più focalizzato su educazione al giudizio, gestione del conflitto, norme di giustizia, parola, consenso, pluralità e critica degli stereotipi. L’obiettivo è formare persone in grado di riconoscere un’ingiustizia anche quando la vittima non appare simile a chi osserva.

che tipo di scuola serve: meno terapeutica, più ambiziosa

La scuola descritta come necessaria richiede un livello più alto di esigente formazione sui contenuti e sulle competenze. Viene richiamata l’importanza di saperi rigorosi, insieme a linguaggio, storia e argomentazione.

Un ulteriore elemento è la capacità di distinguere tra esperienza vissuta, racconto mediatico, prova e giudizio. In sintesi, una scuola meno “terapeutica” nel proprio immaginario e più ambiziosa intellettualmente.

emozione e ragione: un equilibrio necessario, senza contrapposizione semplice

Le emozioni non vengono presentate come un problema unico. Possono segnalare l’importanza di ciò che sta accadendo, rompere l’indifferenza e rendere percepibile una violenza che i soli numeri spesso non fanno sentire. Tuttavia, le emozioni da sole non bastano a produrre una politica giusta.

Per costruire decisioni corrette diventano essenziali categorie giuridiche, confronti, principi di uguaglianza e istituzioni. Serve anche la capacità di correggere i punti ciechi della sensibilità individuale. Il nodo centrale viene sintetizzato come il passaggio da un’emozione priva di contrappeso a un’emozione inserita in un quadro più solido.

che tipo di empatia occorre: empatia informata e regolata dal diritto

La prospettiva proposta è quella di un’empatia informata, regolata e articolata al diritto e alla ragione pubblica. Questo tipo di empatia può contribuire a contrastare razzismo e disumanizzazione, soprattutto quando assume la forma di uno sforzo di comprensione e di attenzione piuttosto che di una semplice contagiosità emotiva.

Non viene indicato come requisito che le vittime diventino “più toccanti” per essere riconosciute. Una politica antirazzista seria non dovrebbe dipendere dalla capacità di identificazione emotiva con ogni vittima. Il riferimento diventa normativo: uguale dignità, uguale vulnerabilità, uguale diritto al lutto e uguale protezione. In assenza di queste basi, l’uguaglianza morale rischia di dipendere dalla fotogenia della sofferenza.

La comprensione di un’altra persona viene distinta dal tentativo di “mettersi al suo posto”. Il ragionamento richiesto include domande come: perché l’attenzione cade qui e non lì, chi resta fuori campo, e quali interessi vengano serviti quando un’emozione viene attivata. Questo richiede non una neutralità emotiva impossibile, ma una cultura della riflessività.

figure e prospettive citate

Le indicazioni provengono dalle elaborazioni e dalle posizioni di:

  • Samah Karaki, biologa specializzata in neuroscienze e fondatrice del Social Brain Institute
“L’empatia non è una bussola affidabile. Dobbiamo imparare a riconoscere un’ingiustizia anche quando la vittima non ci somiglia”

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