Politica industriale efficace per cambiare automotive: come le imprese diversificano e affrontano il futuro

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Politica industriale efficace per cambiare automotive: come le imprese diversificano e affrontano il futuro

L’industria dell’auto attraversa una fase di contrazione che si traduce in cali di produzione, chiusure di stabilimenti e perdite occupazionali, con prospettive poco favorevoli nel breve periodo. Su scala europea, e con particolare intensità nel contesto nazionale, la crisi deriva dall’incrocio di più elementi: domanda debole, competizione internazionale crescente, aumento dei costi—in Italia con un peso rilevante legato all’energia—e incertezze connesse alla transizione verso nuove motorizzazioni.

In tale scenario, la diversificazione produttiva viene considerata una risposta strategica per contenere l’impatto del calo delle vendite e ridurre i rischi legati al ridimensionamento del comparto. Il cambiamento può assumere forme diverse: sviluppo di nuovi prodotti o servizi collegati alle attività esistenti, oppure percorsi completamente nuovi che, in base al disegno industriale, possono configurarsi come diversificazione orizzontale o conglomerale. Tra i settori alternativi emergono ambiti con maggiore prossimità—come aerospazio e difesa—ma con capacità limitata di sostituire su larga scala l’automotive.

crisi dell’auto e diversificazione produttiva: quadro generale

La combinazione di pressione competitiva, costi in crescita e transizione tecnologica in corso rende fragile la tenuta del settore. Di fronte a questa situazione, la diversificazione mira a bilanciare il rischio attraverso l’apertura verso nuove opportunità produttive. L’obiettivo non è solo ampliare l’offerta, ma anche valorizzare competenze e risorse presenti in filiera, mantenendo continuità industriale quando possibile.

La valutazione del potenziale di sostituzione dei settori vicini evidenzia limiti strutturali. Aerospazio e difesa risultano settori con affinità operative, pur senza la forza necessaria per rimpiazzare l’intera scala economica dell’automotive.

diversificazione parziale: dati Otea 2025 e motivazioni

Per misurare l’evoluzione delle scelte industriali, un punto di riferimento è l’Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive (Otea). Nell’autunno 2025 sono state raccolte le risposte di 448 imprese, pari al 20,4% dell’universo analizzato. I dati indicano un ridimensionamento della rilevanza dell’automotive in termini occupazionali: la quota di addetti dedicati al settore passa dal 70,4% al 66,8%.

adesione alla diversificazione e impatto su occupazione e fatturato

Nel complesso, il 61% delle imprese ha avviato o prevede di avviare a breve processi di diversificazione: la quota si scompone in 45,1% già attive e 15,8% in pianificazione. Se la lettura viene effettuata sul fatturato, la percentuale scende al 55,9%. La struttura delle scelte risulta, però, soprattutto parziale: solo l’8,3% delle imprese, corrispondente all’1,8% del fatturato, intende abbandonare completamente il comparto.

ragioni delle scelte: mercato, opportunità interne e transizione

La motivazione principale è legata alla dinamica del mercato, indicata dal 45,7% delle imprese, connessa al posizionamento competitivo italiano e alla pressione esercitata dalla concorrenza estera. Seguono fattori specifici dell’impresa, esterni all’automotive, con una quota del 32,5%, spesso collegati a occasioni come collaborazioni e incentivi agli investimenti. In misura minore incidono la transizione elettrica (20%) e la transizione digitale (8,4%).

compatibilità dei componenti e ruolo della domanda di componentistica

Dai dati emerge che l’allontanamento dal settore non è determinato principalmente da sfide tecnologiche. Circa il 60% dei componenti prodotti in Italia risulta compatibile con diverse tipologie di motorizzazione. In questo quadro, il rafforzamento della domanda di componentistica in Italia e in Europa viene presentato come leva cruciale per limitare il ridimensionamento del comparto.

settori di destinazione della diversificazione: meccanica, aeronautica e altri ambiti

I principali sbocchi della diversificazione sono quelli più affini all’automotive. Tra questi figurano meccanica e meccatronica con una quota del 10% sul totale imprese e aeronautica con l’8,3%. Gli altri settori registrano un peso più contenuto; nel complesso, risulta significativo il coinvolgimento segnalato da tre imprese nella realizzazione di data center.

trasferimento di competenze e cambiamento dei processi produttivi

La varietà dei settori coinvolti conferma la trasferibilità delle competenze sviluppate nella filiera automotive italiana. Le capacità accumulate—legate a progettazione e produzione—possono essere applicate in contesti differenti, mantenendo un nesso con le competenze maturate internamente.

Le imprese più orientate alla diversificazione risultano principalmente di piccole dimensioni, spesso con conduzione familiare. La localizzazione prevalente si concentra in Piemonte e Lombardia. Sul piano tecnico, la specializzazione riguarda soprattutto la lavorazione di plastica e metalli, con forti competenze nell’ingegnerizzazione del prodotto.

La traiettoria di trasformazione non riguarda solo la scelta dei nuovi mercati, ma anche il modo di produrre. In questa fase, elettrificazione e digitalizzazione sono indicati come i principali ambiti di innovazione nel settore automotive. Secondo quanto riportato nel quadro Otea 2025, si tratta anche delle aree in cui le imprese innovative esprimono aspettative positive in termini di crescita del fatturato e occupazione.

investimenti e fragilità delle imprese: impatto sul sistema produttivo

La struttura del tessuto produttivo italiano, composta in larga parte da imprese di piccola e media dimensione, rende la transizione più complessa. Il passaggio richiede investimenti elevati e continuativi, in un contesto in cui si prefigura una contrazione dei volumi nel breve-medio periodo. Questo scenario riduce la capacità di autofinanziamento e aumenta il rischio di esclusione dai segmenti più dinamici della filiera.

rete imprenditoriale e policy industriale: condizioni per ridurre i costi di transizione

Nel quadro delineato, la collaborazione tra imprese viene considerata centrale. La condivisione delle competenze, l’integrazione lungo la filiera e lo sviluppo di ecosistemi innovativi sono presentati come leve per ridurre i costi di transizione e favorire l’accesso a opportunità tecnologiche e di mercato. L’azione congiunta non viene però descritta come automaticamente diffusa senza un adeguato contesto di policy.

Per questo motivo risulta centrale il ruolo delle politiche industriali. Tali politiche devono essere non soltanto consistenti nelle risorse, ma anche chiare e coerenti nell’orientamento. È indicata la necessità di superare l’incertezza accumulata negli anni recenti sul piano regolatorio e degli incentivi, definendo una strategia di medio-lungo periodo capace di guidare le scelte di investimento. Tra le direttrici vengono richiamate la promozione della domanda di innovazione, il sostegno all’adozione delle nuove tecnologie, l’accompagnamento della riqualificazione delle competenze e il rafforzamento della competitività della produzione europea.

rischi di marginalizzazione e opportunità di sviluppo per la filiera

In assenza di un intervento strutturato, il rischio delineato è una marginalizzazione progressiva della filiera italiana. Gli effetti si estenderebbero oltre il livello industriale, coinvolgendo anche aspetti occupazionali e territoriali. Viceversa, una politica industriale efficace può trasformare la fase di transizione da fattore di rischio a opportunità concreta, valorizzando competenze già disponibili e favorendo un riposizionamento competitivo del sistema produttivo nazionale all’interno delle nuove catene del valore dell’automotive.

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