Iran, Trump e ultimatum senza effetto: cosa succede il 6 aprile

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Iran, Trump e ultimatum senza effetto: cosa succede il 6 aprile

Con la scadenza del 6 aprile a poche ore di distanza, torna al centro la tensione tra Stati Uniti e Iran sul tema dello Stretto di Hormuz. Donald Trump ribadisce un nuovo ultimatum: se lo stretto non verrà riaperto con la ripresa del commercio di petrolio, gli Stati Uniti annunciano l’avvio di colpì mirati contro centrali e infrastrutture energetiche iraniane. Il messaggio si inserisce in una sequenza di pressioni e proroghe iniziata dal 21 marzo, con cambiamenti di rotta e tentativi di trattativa rimasti sullo sfondo.

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Trump ha indicato che l’Iran ha poche ore per raggiungere un accordo o, in alternativa, per consentire la riapertura dello Stretto di Hormuz. L’orario indicato è il 6 aprile alle 20 (ora americana). In caso contrario, gli Stati Uniti dichiarano l’intenzione di colpire le centrali e le infrastrutture energetiche di Teheran, collegando direttamente la decisione alla ripresa delle attività legate al petrolio.

La nuova fase dell’avvertimento rappresenta l’ennesima tappa di un braccio di ferro che procede dal 21 marzo, alimentando ulteriori incertezze sulla continuità dei traffici nello stretto e sulle ricadute sul mercato del greggio e sui prezzi dei carburanti.

risposta dell’iran: minaccia definita disperata e “inferno”

La replica iraniana è arrivata rapidamente. Il generale Ali Abdollahi Aliabadi, attraverso una dichiarazione rilasciata dal quartier generale centrale di Khatam al-Anbiya, ha definito la minaccia del presidente americano un’azione disperata, nervosa, squilibrata e stupida.

Riprendendo il linguaggio religioso utilizzato da Trump su social, la risposta iraniana sostiene che il significato del messaggio sarebbe che “le porte dell’inferno si apriranno”. Nel contempo, Teheran afferma che l’illusione di sconfiggere la Repubblica Islamica dell’Iran si sarebbe trasformata in una trappola in cui gli Stati Uniti finirebbero per affondare.

da minacce immediate a proroghe: la sequenza dal 21 marzo al 6 aprile

21 marzo: ultimatum con 48 ore e minaccia di distruzione

La fase iniziale risale al 21 marzo, quando Trump aveva prospettato un’azione diretta: “colpire e distruggere” le principali centrali energetiche iraniane se Teheran non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz entro 48 ore.

Nella comunicazione pubblicata su Truth, il presidente americano indicava che, in assenza di una riapertura completa senza minacce, gli Stati Uniti avrebbero colpito e distrutto le infrastrutture energetiche a partire dalla più grande.

23 marzo: pausa di cinque giorni e riferimento a colloqui

Due giorni dopo, il 23 marzo, la linea viene modificata. Trump annuncia una pausa di cinque giorni negli attacchi, collegandola a colloqui definiti “molto buoni e produttivi”. La dichiarazione pone l’attenzione su una risoluzione completa delle ostilità in Medio Oriente, e soprattutto sullo stop all’attacco minacciato contro le centrali iraniane.

Nel provvedimento comunicato, Trump afferma di aver dato istruzioni per rinviare ogni attacco militare contro centrali elettriche e infrastrutture energetiche iraniane per cinque giorni.

Nel frattempo, Mehr sostiene l’assenza di dialogo tra Teheran e Washington, attribuendo le dichiarazioni a un tentativo di far scendere i prezzi dell’energia.

27 marzo: proroga di dieci giorni e trattative con piano statunitense

Il 27 marzo scatta una nuova proroga: Trump dichiara di voler sospendere per dieci giorni le operazioni contro infrastrutture energetiche iraniane, affermando che la scelta sarebbe arrivata dopo una richiesta di Teheran. La nuova scadenza viene quindi fissata al 6 aprile.

Secondo quanto riportato, i dieci giorni sono presentati come un margine utile per favorire i negoziati e arrivare alla riapertura dello Stretto di Hormuz, rimasto paralizzato per settimane con effetti significativi sui prezzi del greggio e dei carburanti.

Trump afferma anche di aver concesso “un’altra settimana” e di aver deciso infine per dieci giorni. Nella comunicazione successiva, dichiara che i colloqui “procedono” e “vanno molto bene”, sostenendo che l’Iran sarebbe interessata a un accordo pur senza assicurare la disponibilità americana a concretizzarlo.

Negli Stati Uniti, intanto, viene descritto un piano di 15 punti collegato alla rinuncia iraniana al programma nucleare e all’apertura dello Stretto di Hormuz, con lo stretto indicato come la via del petrolio bloccata da settimane e con ricadute pesanti su greggio e carburanti.

condizioni iraniane: programma missilistico e gestione dello stretto

Teheran, rispetto al piano statunitense, replica formulando condizioni proprie: il programma missilistico resta confermato e lo Stretto di Hormuz continua a essere sotto la gestione della Repubblica islamica.

punti di contatto tra le parti e nodo dello stretto

Al centro restano due elementi: la riapertura dello Stretto di Hormuz, considerata decisiva per la ripresa del commercio del petrolio e per gli effetti sul mercato, e il perimetro delle concessioni richieste. Dal lato statunitense, la pressione si traduce nella minaccia di attacchi su centrali e infrastrutture energetiche in caso di mancato passo entro la scadenza.

Dal lato iraniano, la risposta insiste su una contestazione formale delle minacce, accompagnata da una posizione strutturale sulle condizioni: programma missilistico e governo dello stretto restano vincolanti nella prospettiva di Teheran.

personaggi citati

  • Donald Trump
  • Ali Abdollahi Aliabadi

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