Frana di Petacciato: piano di intervento progettato 25 anni fa, pagato e poi ignorato
La frana di Petacciato torna a riattivarsi e riaccende un confronto acceso tra previsioni, promesse e responsabilità. Sullo sfondo emergono passaggi progettuali e scelte mai completate, con l’ipotesi che interventi attesi da anni non abbiano inciso sul punto più critico del fenomeno. A ricostruire il quadro interviene l’architetto Domenico Staniscia, già assessore ai lavori pubblici di un piccolo comune molisano e poi promotore del Comitato “No Frana”.
frana di petacciato e tratto più pericoloso tra i viadotti
La riattivazione del movimento franoso, tra il 6 e 7 aprile, viene collegata a un’area specifica: il tratto compreso tra i due viadotti autostradali Cacchione e Marinella. Secondo la ricostruzione di Staniscia si tratta di una fascia definita estremamente pericolosa per la presenza di falde in pressione, capaci di innescare il movimento. Nel racconto fornito, su queste condizioni non sarebbe mai stato effettuato alcun intervento.
progetto del 2002: una soluzione rimasta incompiuta
Nel dibattito si intrecciano dichiarazioni istituzionali e ricordi di chi, da anni, osserva l’andamento del fenomeno. Staniscia sottolinea che, per la frana di Petacciato, esisteva un progetto in mano a Regione e Comune dal 2002, rimasto però senza completamento. L’architetto richiama anche l’ambizione attribuita a quella proposta: il risanamento di uno dei fronti franosi più estesi d’Europa.
dopo la riattivazione del 2015: 44 milioni per interventi ritenuti superficiali
Secondo la ricostruzione, dopo la riattivazione del 2015 (indicata come la sedicesima dal 1906), furono individuati 44 milioni di euro destinati a interventi superficiali. Staniscia sostiene che tali misure sarebbero risultate inutili rispetto a corpi di frana che, a suo dire, scorrono anche per oltre cento metri di profondità. L’arco temporale complessivo viene descritto come un periodo in cui si arriva ancora a parlare di nuovi passaggi, mentre la problematica resta attiva.
nuove ipotesi sui pozzi profondi e continuità con le previsioni del 2002
Dieci anni dopo, viene evocato un nuovo progetto basato sui pozzi profondi. Nel racconto di Staniscia tali elementi sarebbero già contemplati dal progetto del 2002, seppure con un impianto più articolato, orientato a un sistema di strutture meccaniche. L’attenzione si concentra su come la soluzione proposta nel passato mirasse a incidere sulle cause del fenomeno.
drainage, pozzi e trincee: come avrebbe dovuto funzionare il progetto 2002
La parte tecnico-operativa del progetto del 2002 viene ricondotta a un’impostazione basata sul drenaggio, tanto superficiale quanto profondo. L’obiettivo, secondo l’architetto, era gestire l’acqua che determinerebbe lo scivolamento degli strati argillosi. Il sistema descritto include trincee di drenaggio, pozzi di raccolta e tubi collettori, con finalità di stabilizzazione delle porzioni più critiche e attive della frana. Tra gli effetti attesi rientrano sia l’abbassamento della falda sia la riduzione dell’infiltrazione delle piogge nel sottosuolo.
paragone con ancona 1982: interventi simili, area riconsegnata alla comunità
Per spiegare la logica degli interventi, Staniscia collega la frana di Petacciato a un evento definito “gemello”: quello del Montagnolo che colpì Ancona nel 1982. Vengono citati interventi analoghi a quelli proposti per Petacciato, indicati come progettati dallo stesso Gregorio Melidoro. Nella ricostruzione, la frana di Ancona non si sarebbe più spostata e l’area sarebbe stata trasformata in un parco urbano restituito alla comunità. Da qui l’idea che l’azione potesse incidere sull’evoluzione del fenomeno.
accantonamento e immobilità operativa: pagamenti e assenza di risultati
Un passaggio centrale riguarda il motivo per cui il progetto del 2002 sarebbe stato accantonato. Staniscia sostiene che la fase progettuale non avrebbe lasciato margini economici e che, in base alle sue valutazioni, il lavoro era già stato pagato. In seguito, sul piano delle comunicazioni, compaiono formulazioni definite dall’architetto “sciocchezze”: l’idea che “non si può fermare” o che “bisogna conviverci”. Il punto di partenza, secondo la ricostruzione, è una richiesta arrivata trent’anni fa alla Commissione tecnico scientifica, con l’intenzione di elaborare un progetto di risanamento.
analisi ripartite da capo e fasi di monitoraggio non decisive
Nel seguito del racconto, Staniscia afferma che non sia stato fatto nulla e che le attività si sarebbero limitate a ricominciare le analisi. Viene citata anche una sorveglianza con pattugliamenti a mare, descritta come avvenuta quando, a suo dire, il piede della frana era già arretrato fino a raggiungere la zona di battigia, dove fuoriesce lo strato profondo e, in particolare, quello argilloso.
anni di attesa, comunicazione assente e prevalenza dell’emergenza
La parte finale del quadro mette l’accento su una lunga sequenza di passaggi descritti come iter amministrativi e tempi prolungati, con l’effetto di lasciare spazio alla riattivazione del fenomeno. Staniscia riferisce che, nelle battaglie portate avanti, non sarebbero arrivate risposte. Ricorda inoltre una serata d’estate in cui, cercando un confronto con centinaia di persone, sarebbe emersa la necessità di allontanare il pubblico e di impedire la discussione di temi ritenuti delicati.
assenza di informazione e frattura nel senso di comunità
Secondo la ricostruzione fornita, per quindici anni il contenuto relativo al progetto non sarebbe stato comunicato alla cittadinanza. Il tema della relazione con la comunità viene descritto come mancante e si collega a una scelta organizzativa in cui, a giudizio dell’architetto, alla prevenzione si preferisce costantemente l’emergenza.
personalità coinvolte e citate
Nel racconto vengono citati diversi soggetti legati alle fasi decisionali e alla ricostruzione tecnica:
- Antonio Di Pardo
- Francesco Roberti
- Domenico Staniscia
- Vincenzo Cotecchia
- Gregorio Melidoro
