Conflitto nelle strade e responsabilità in parlamento: perché incolpare chi gestisce le piazze è ipocrita

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Conflitto nelle strade e responsabilità in parlamento: perché incolpare chi gestisce le piazze è ipocrita

Nei giorni scorsi, all’interno del Parlamento, si è manifestata una dinamica che ha rafforzato la percezione di una deriva politica sempre più evidente. Nel corso del 24 aprile, durante il voto sul decreto Sicurezza, l’Aula è stata attraversata da cori contrapposti e da simboli esibiti, accompagnati da appartenenze proclamate in modo più performativo che argomentativo. Da una parte sono stati intonati “Bella ciao”, dall’altra è stato contrapposto l’Inno di Mameli. Nel mezzo, è emersa la presenza di chi è rimasto seduto e in silenzio, come se fosse estraneo a ciò che si stava svolgendo. Il nodo centrale non riguarda soltanto cosa venga cantato, ma soprattutto dove e come avvenga, cioè dentro il luogo istituzionale per eccellenza.

Parlamento e piazze: la contrapposizione non resta confinata

Il clima descritto in Aula viene collegato a ciò che, da anni, si osserva anche il 25 aprile, con una ricorrenza sempre più segnata da tensioni, contestazioni e appartenenze contrapposte. La particolarità evidenziata riguarda il fatto che la contrapposizione, una volta innescata in Parlamento, non rimane entro quelle mura. La responsabilità di chi alimenta queste contrapposizioni in forma così estrema viene indicata come difficilmente eludibile: subito dopo, gli effetti si trasferiscono nelle piazze.

Viene sottolineato che toni e gesti non restano confinati in ambito parlamentare. Posture esasperate, che trasformano il confronto in rottura continua, finiscono per alimentare proteste, intemperanze e anche violenza. In questa lettura, il confronto duro esiste da tempo, ma oggi sarebbe diventato più continuo, più esposto e sempre meno contenuto dentro i confini del ruolo istituzionale.

Responsabilità politica: dalla gestione dei fatti alle cause

Quando le conseguenze della contrapposizione esplodono, l’attenzione si sposta su chi deve gestire la piazza. La gestione viene collegata alla polizia, al Questore e, in alcuni casi, ai Prefetti, indicati come destinatari di critiche perché ritenuti non in grado di evitare ciò che avviene. Nella ricostruzione proposta, questo schema di valutazione viene considerato una forma di attribuzione ipocrita delle responsabilità, perché finirebbe per giudicare l’intervento successivo e non chi avrebbe creato le condizioni del clima.

nuove tensioni annunciate: un conflitto reso stabile

Un ulteriore elemento richiamato è la tendenza a osservare, con regolarità, la previsione di nuovi appuntamenti pubblici legati a nuove tensioni. Questo aspetto viene presentato come una conferma del fatto che una parte della politica non sarebbe in grado di ricomporre il conflitto, ma lo renderebbe stabile nei fatti.

linguaggio trasformato in rappresentazione permanente

La descrizione include un riferimento diretto alla riflessione contenuta in un libro dedicato al senso della politica. Viene indicato che sono state dedicate pagine intere a questo tema, con l’obiettivo di trasmettere l’idea che la politica possa tornare a essere guida e non spettatrice; responsabilità e non reazione; sintesi e non contrapposizione permanente.

Il tema non viene trattato come astratto: viene richiamata la percezione di una parte crescente del Paese, descritta come una stanchezza silenziosa di fronte a una politica sempre più impegnata a confliggere invece che a risolvere. Quando questa distanza diventa evidente, si indebolirebbe non solo la fiducia, ma anche il rapporto tra cittadini e istituzioni.

quando l’esempio si abbassa, il paese non si alza

Nel ragionamento presentato, la politica non è solo uno specchio della società. La politica viene anche indicata come esempio: se l’esempio si riduce, il Paese non riuscirebbe a rialzarsi. Il Parlamento, secondo questa impostazione, dovrebbe essere il luogo in cui le differenze trovano forma e misura. Se invece le differenze diventano materiale di esibizione e di esasperazione, la misura verrebbe meno.

Viene attribuita una responsabilità morale diretta a chi opera nella politica: i politici di oggi avrebbero la piena responsabilità di ciò che avviene.

25 aprile come memoria condivisa: il rischio della verifica identitaria

La ricorrenza del 25 aprile viene collegata all’idea di memoria condivisa. Se però il giorno diventa terreno di verifica identitaria, si consumerebbe restando intrappolato nella stessa contrapposizione che dovrebbe essere superata. Il punto evidenziato non è l’aggiunta di ulteriori toni, ma la necessità di restituire alla ricorrenza una lettura più alta e condivisa, attraverso voci autorevoli e indipendenti, capaci di spiegare il significato senza piegarlo allo scontro del presente.

la qualità della politica: governare il conflitto o alimentarlo

La responsabilità viene ricondotta a un criterio preciso: non sarebbe una questione di schieramento, ma di qualità della politica. In questa prospettiva, una politica che non governa il conflitto ma lo alimenta, e poi pretende di scaricarne le conseguenze su altri, non sarebbe all’altezza del ruolo ricoperto.

La responsabilità non viene presentata come generica. Viene associata a chi decide, a chi parla e a chi costruisce ogni giorno quel clima che si manifesta poi nei luoghi pubblici. Finché chi ricopre quei ruoli continuerà a ignorare il nesso tra dinamiche istituzionali e ricadute esterne, non sarebbero le piazze a cambiare: sarebbe il Paese a pagarne il prezzo.

Personaggi, ospiti o membri del cast menzionati:

  • Mario Della Cioppa
Il conflitto nelle strade è figlio di ciò che si vede in Parlamento: incolpare chi gestisce le piazze è ipocrita
Categorie: Politica

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