Salva grazie al coraggio di un altro tredicenne: il racconto della prof accoltellata a trescore
Una nuova lettera racconta il drammatico episodio che ha coinvolto la professoressa di francese Chiara Mocchi, aggredita a Trescore Balneario (Bergamo) da un alunno tredicenne lo scorso 25 marzo 2026, davanti alla sua aula. Nel testo, dettato al proprio legale con voce descritta come flebile, la docente ricostruisce i momenti dell’attacco, le conseguenze sanitarie, l’arrivo dell’eliambulanza e i ringraziamenti per chi ha contribuito a salvarla, con un auspicio rivolto alla donazione del sangue.
aggressione a scuola: la professoressa Mocchi ricostruisce l’attacco con il pugnale
La professoressa Chiara Mocchi descrive in modo diretto quanto accaduto la mattina del 25 marzo 2026 davanti all’aula, spiegando che un alunno tredicenne, presentato come confuso e trascinato dai social, l’ha colpita all’improvviso. Nel racconto, l’aggressione è indicata come ripetuta: pugnalate al collo e al torace, con una dinamica che la docente attribuisce alla rapidità dell’azione e allo shock immediato.
Secondo la ricostruzione, a interrompere la situazione e a impedirne l’esito peggiore è stato un altro studente, indicato come “E.”. Mocchi riferisce che il coraggio dell’alunno ha permesso di bloccare il peggio, aggiungendo che la sua difesa avrebbe esposto lo stesso ragazzo a un rischio grave.
conseguenze dell’aggressione: “potentissima emorragia” e rischio per l’aorta
La lettera dedica ampio spazio anche agli effetti fisici dell’attacco. La professoressa parla di una “potentissima emorragia”, specificando la perdita di sangue in una quantità descritta come quasi un litro e mezzo in poco tempo. Viene inoltre ricordato un colpo che avrebbe mancato l’aorta di appena mezzo millimetro.
Nel testo viene riportato anche il soccorso immediato: un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi stava aiutando e una progressione rapida dello stato di torpore. La docente descrive la percezione degli eventi come attraversata da una progressiva oscurità, fino a parlare del passaggio dalla luce all’ombra.
eliambulanza blood on board: trasfusione e ritorno della vita
Dopo l’aggressione, mentre la professoressa riferisce di essere in fin di vita, viene raccontato l’arrivo dell’eliambulanza del servizio “Blood on Board”. Mocchi afferma che il personale sanitario l’ha caricata in breve tempo e che, durante il decollo, ha osservato dall’alto la scuola: inizialmente finestre vuote, poi improvvisamente volti dei ragazzi che la salutavano agitando le mani, con lacrime negli occhi.
Nel racconto compaiono anche indicazioni operative: una voce di donna viene descritta come ferma e urgente, con l’avvertimento di pochi secondi. Successivamente la docente descrive un momento di spegnimento della luce negli occhi e la percezione di un buio profondo. Nello stesso passaggio dichiara di aver percepito un ritorno della vita, come se il sangue stesse rientrando lentamente nel corpo attraverso le vene.
La lettera riporta anche una voce maschile che scandisce la necessità di nuove sacche di sangue: “ancora una sacca… presto, ancora una!”. In questo modo viene spiegato il ruolo delle trasfusioni nel ristabilire la circolazione e il ritmo del cuore, attraverso il sangue donato.
ringraziamenti e valore della donazione: “una goccia di sangue” può salvare
La professoressa Mocchi esprime gratitudine non soltanto per chi l’ha soccorsa, ma anche per chi rende possibile la disponibilità del sangue. Nella lettera ringrazia molte persone a cui afferma di dovere la vita, citando il responsabile del servizio “Blood on Board” e lo straordinario equipaggio, definito professionisti ma soprattutto esseri umani.
Un passaggio centrale riguarda la coincidenza emotiva legata al sangue che ora scorre nel suo corpo. La professoressa sostiene di pensare che il sangue potrebbe provenire dal suo legale, Angelo Lino Murtas, descritto come donatore Avis da oltre 45 anni. Mocchi ricorda che Murtas avrebbe donato il sangue il giorno precedente all’Avis di Monterosso a Bergamo, collegando così la donazione alla salvezza. Viene sottolineato che, accanto a lui, esistono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza chiedere nulla in cambio, con gesti che vengono definiti capaci di diventare enormi quando salvano una vita.
Nel racconto emerge anche un riferimento storico familiare: la madre della professoressa, secondo quanto lei riporta dal letto di ospedale, ha fondato l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, custodendo il motto “una goccia di sangue può salvare una vita”. La docente afferma che quel principio, tramandato nel tempo, avrebbe finito per riguardare proprio la sua vita.
auspicio finale: diventare donatori e affidare una parte del sangue a chi ne ha bisogno
La lettera si chiude con un auspicio rivolto a chi legge, indicando l’obiettivo di trovare coraggio e volontà per diventare donatore. Mocchi invita a affidare una piccola parte del proprio sangue all’Avis, affinché possa circolare nelle vene di chi, come lei, potrebbe averne bisogno per restare in vita, senza quelle “gocce” che definisce fondamentali. Il testo conclude con una dichiarazione di riconoscenza profonda.
persone citate nella lettera
- Chiara Mocchi
- Angelo Lino Murtas
- E.