Mostra roma terzo millennio al wegil: la città oltre i cliché turistici
Entrando al WeGil, spazio polifunzionale dall’architettura razionalista ideata negli anni Trenta e restituito alla cittadinanza quasi dieci anni fa dopo lunghi periodi di abbandono, la mostra visitabile fino al 30 giugno impone subito un cambio di prospettiva: non mira soltanto a colpire, ma a spostare lo sguardo, fino a far emergere dubbi sulla Roma conosciuta per abitudine e riconoscibilità.
“Roma Terzo Millennio – La scia della cometa”, promossa dalla Regione Lazio in collaborazione con LAZIOcrea, è ideata da Umberto Vattani e curata insieme a Andrea Bruschi, Giuseppe D’Acunto e Rosalia Vittorini. Il progetto muove da un equivoco diffuso: la città viene spesso ridotta a una cartolina, presentata sempre attraverso una sequenza ripetitiva di immagini come Colosseo, San Pietro e Fontana di Trevi, mentre tutto ciò che resta intorno appare in dissolvenza.
roma terzo millennio: un percorso contro il cliché della cartolina
La traiettoria dell’esposizione lavora in direzione opposta rispetto alla musealizzazione abitudinaria. L’intento è rimettere in movimento ciò che era stato cristallizzato nelle guide e nelle mappe diffuse da uffici comunali, strutture ricettive e circuiti turistici. Il percorso cerca di uscire dal copione che associa Roma unicamente al centro storico e al suo retaggio legato ai Cesari e ai Papi. In questo modo, l’idea chiave diventa un’altra: Roma non è mai stata davvero ferma, anche se l’impressione di immobilità è stata costruita nel tempo.
La città viene descritta come soggetto in riscrittura continua, spinto da un’ossessione persistente: trovare una forma e poi modificarla, rimetterla in discussione. La “forma urbis” non viene trattata solo come dato urbanistico, ma come qualcosa di quasi psicologico, un modo di pensarsi.
la farnesina e il tevere: una direttrice alternativa per rileggere la città
La mostra segue una direttrice definita controintuitiva perché sceglie di non partire dal centro storico. Il punto di inizio è la Farnesina, legata nella percezione di molti romani più alla burocrazia che all’immaginazione, sede del Ministero degli Esteri. Si presenta come edificio monumentale e distante, fino a quando, trent’anni prima circa, qualcosa cambia in profondità: l’arte contemporanea si insinua all’interno delle sue mura severe, interrompendo un equilibrio precedente e ricodificando il modo di percepire il luogo.
In questo passaggio viene richiamata la genesi della Collezione Farnesina, frutto di un’idea attribuita a Vattani in un periodo in cui, in Italia, non esistevano ancora musei pubblici consacrati al contemporaneo. Da qui prende avvio un’irruzione del Novecento nella città eterna, visivamente e simbolicamente.
Successivamente lo sguardo scivola verso il Tevere, che smette di essere un semplice sfondo romantico e marginale: torna a essere una struttura portante, non soltanto geografica ma mentale. Diventa un asse liquido lungo cui leggere e collegare parti differenti della città.
distretto del contemporaneo: luoghi, sperimentazioni e modernità narrativa
Seguendo la traiettoria legata al Tevere, si addensano scenari spesso non accostati: architetture novecentesche, impianti sportivi, esperimenti urbanistici e interventi contemporanei. Il sistema che emerge è già presente, ma non viene raccontato come tale. La mostra attribuisce a questo mancato racconto una forma di reticenza verso la modernità prodotta da Roma, oppure l’assenza della convenienza a promuoverla.
A questa sezione viene dato un nome: Distretto del Contemporaneo. La definizione costruisce una dignità narrativa, rendendo visibile un insieme che non aveva mai ricevuto una narrazione unitaria.
mimmo paladino e la metafora operativa della cometa
Fra le immagini più riuscite del progetto compare un’opera realizzata appositamente da Mimmo Paladino. La sintesi del disegno viene affidata a una formula essenziale: Roma come una cometa. L’immagine prevede una testa legata al nucleo contemporaneo e una scia che si allunga, attraversa la capitale e scende verso il Mediterraneo.
La metafora non risulta decorativa, ma operativa: Roma non viene descritta come il solo centro storico, bensì come una parabola che invita a decidere dove andare e che cosa diventare.
seconda parte: dal linguaggio visivo al cantiere delle idee
Nella seconda fase la tensione si rende più esplicita. Lo spazio viene trasformato in un laboratorio di discussione, come un cantiere di idee. Il racconto mette al centro temi come disuguaglianze urbane, sistemi complessi e modelli previsionali. Tali questioni, di norma, restano fuori dalle mostre perché non immediatamente percepibili come immagini.
Qui, invece, assumono una funzione viva: non l’obiettivo di trasformare l’immagine di Roma, ma il modo in cui la si pensa. La città non viene proposta come oggetto statico da contemplare, bensì come entità cinetica da progettare.
allestimento e concetto: plasmarne uno nuovo
Anche l’allestimento contribuisce a rafforzare il concept: una struttura metallica si incunea nello spazio senza mimetizzarsi, rendendo chiaro che l’intento non è restaurare un equilibrio già stabilito, bensì plasmarne uno nuovo, anche a costo di attriti e scompensi.
conclusione: una domanda sull’identità di roma
Al termine del percorso resta una sensazione non conclusiva: non emergono risposte, ma una domanda netta. È possibile che Roma smetta di essere soltanto se stessa? La chiave viene ricondotta all’idea che l’identità non risieda nei monumenti, ma nella capacità antica di generarne di sempre nuovi, non necessariamente fatti di pietra, perché a bastare possono essere anche le idee.
Figure coinvolte nel progetto e nell’opera citate nel percorso:
- Umberto Vattani
- Andrea Bruschi
- Giuseppe D’Acunto
- Rosalia Vittorini
- Mimmo Paladino
