Giudice blocca il salone delle feste di trump: furia del tycoon e accuse a estremisti di sinistra
Un progetto faraonico legato alla Casa Bianca ha incontrato un blocco deciso dall’autorità giudiziaria federale. La decisione riguarda il cosiddetto “salone delle feste” da 999 posti e associato a un investimento stimato di 400 milioni di dollari, tema tornato più volte al centro dell’attenzione pubblica dopo le rivendicazioni del presidente. La vicenda si intreccia con procedure di revisione istituzionale e con una controversia avviata da un ente di tutela del patrimonio, arrivata fino a una sentenza di 35 pagine.
blocco giudiziario del salone delle feste alla casa bianca
Un giudice federale ha disposto l’arresto del progetto. Secondo quanto indicato nella sentenza di Richard Leon, l’impostazione dell’amministrazione basata sull’idea che il presidente disponga di un’ampia autorità per apportare modifiche alla residenza presidenziale al 1600 di Pennsylvania Avenue non risulta fondata. Il provvedimento, articolato su 35 pagine, afferma un principio centrale: il presidente è descritto come custode della Casa Bianca “per le future generazioni di presidenti”, senza esserne proprietario. Nella motivazione si evidenzia inoltre che nessuna legge attribuirebbe all’autorità presidenziale una competenza così ampia come quella rivendicata nell’azione per modificare l’immobile.
le motivazioni della sentenza e il quadro dei poteri presidenziali
La decisione mette a fuoco il perimetro delle prerogative attribuite al presidente. L’impostazione contestata riguarda la pretesa di poter agire con una discrezionalità estesa rispetto a interventi sull’edificio simbolo dell’istituzione presidenziale. Nel testo della sentenza viene sottolineato che l’autorizzazione invocata dall’amministrazione non trova un riscontro adeguato nella normativa. Ne emerge un giudizio netto sull’assenza di fondamento legale per l’estensione dei poteri sostenuti dalla Casa Bianca.
iter del progetto e reazione istituzionale prima del verdetto
Il blocco interviene dopo passaggi procedurali. In precedenza, la controversia era stata avviata quando, lo scorso dicembre, il National Trust aveva presentato un’azione legale sostenendo che la sala da ballo sarebbe illegale. L’ente aveva chiesto la sospensione dell’iniziativa in attesa di un esame pubblico.
Parallelamente, l’amministrazione aveva sottoposto il progetto alla Commission of Fine Arts, organismo federale che fornisce consulenza su opere architettoniche di rilievo. L’organo avrebbe dato approvazione il 19 febbraio. Successivamente, un ulteriore organismo, la National Capital Planning Commission, era previsto che si pronunciasse con un voto fissato per il 2 aprile.
commissioni di revisione e voto previsto
Prima della sentenza, il progetto aveva ricevuto un via libera consultivo dalla Commission of Fine Arts. Restava quindi centrale l’esito della valutazione della National Capital Planning Commission, chiamata a esprimersi in data 2 aprile. La decisione del giudice introduce però un elemento capace di rendere incerti i risultati futuri, anche rispetto alla possibilità che i pareri già ottenuti possano non risultare decisivi.
risposta di trump e accuse rivolte a national trust e altri riferimenti
Dopo la pubblicazione della decisione, è arrivata la reazione del presidente. Pochi minuti dopo il verdetto, in un lungo post su Truth, il tycoon ha attaccato il National Trust for Historic Preservation, definendolo un gruppo di estremisti di sinistra composto da persone considerate “folli”. Nel messaggio ha richiamato la logica economica del progetto, affermando che la richiesta in tribunale riguarderebbe un salone delle feste che rientra nel budget, che sarebbe in anticipo sulla tabella di marcia e che verrebbe realizzato a costo zero per i contribuenti. Il presidente avrebbe inoltre descritto l’intervento come destinato a diventare l’edificio più raffinato del suo genere a livello mondiale.
Nello stesso contesto, Trump ha ricordato di essere già stato criticato per lavori di ristrutturazione del Kennedy Center, indicato con il nuovo nome “Trump–Kennedy”. Nel post ha anche contestato l’assenza di critiche rivolte ad altri interventi, citando la Federal Reserve e un edificio definito come devastato e distrutto sia all’interno sia all’esterno. Il riferimento si estende al presidente della banca centrale, Jerom Powell, indicato come bersaglio dell’accusa.
