Chef aliberti, sulla mia pelle ho provato ginocchiate, gomitate e scherzi atroci: cosa racconta
La decisione di lasciare il Noma, arrivata dopo le testimonianze di ex dipendenti raccolte dal New York Times, continua a far emergere dettagli sul modo di lavorare dentro realtà ritenute d’eccellenza. A intervenire sulla vicenda è lo chef Guido Mori, che descrive un contesto caratterizzato da ritmi estremi e da dinamiche oppressive. Nel frattempo, le parole dello chef Franco Aliberti riportano il confronto su pratiche analoghe, con riferimenti a confini imposti, ricette non condivise e condizioni di lavoro considerate degradanti, oltre che a episodi di abuso e umiliazione.
guido mori: lasciare il noma dopo testimonianze su presunti abusi
Secondo le dichiarazioni di Guido Mori, la percezione di un ambiente problematico al Noma sarebbe stata “risaputa a livello planetario”. Il punto centrale riguarda una combinazione di orari fuori scala, paghe considerate insufficienti e trattamenti basati su soprusi, includendo violenza verbale e fisica. Mori richiama anche un presunto meccanismo di accettazione forzata, in cui la prosecuzione dell’attività lavorativa sarebbe stata collegata alla disponibilità a subire quanto imposto.
La presa di posizione di René Redzepi, chef legato al ristorante, viene collegata da Mori alle testimonianze emerse. In tale ricostruzione, Redzepi avrebbe scelto di assumersi la responsabilità dopo le denunce di presunti abusi e maltrattamenti.
franco aliberti: confini sul pavimento e dinamiche di lavoro rigidissime
Un ulteriore livello di concretezza arriva dalle parole dello chef Franco Aliberti, con un racconto che porta il confronto oltre il singolo caso, richiamando esperienze vissute in altre cucine. Aliberti descrive la reazione come un sentimento di tristezza legato al riconoscersi in testimonianze simili, affermando di aver incontrato situazioni analoghe nel proprio percorso professionale.
linee fisiche e separazione gerarchica
Nel racconto, torna l’idea di un controllo simbolico e materiale nello spazio di lavoro. Aliberti parla di cucine in cui “lo chef a stento salutava” apprendisti o stagisti e in cui veniva persino disegnato un confine sul pavimento. La linea indicava aree precluse a alcuni membri della brigata, come una forma di allontanamento dal re, cioè dallo chef. Aliberti afferma di aver avuto a sua volta confini prestabiliti.
ricette segretissime e giornate di lavoro estese
Tra gli elementi richiamati emergono anche condizioni legate alla gestione del tempo e delle risorse. Aliberti cita giornate da 13 ore e sottolinea che le ore extra non sarebbero state retribuite. L’organizzazione quotidiana descritta prevede l’avvio intorno alle otto e mezza o nove del mattino, con chiusura intorno all’una di notte.
In parallelo, viene riportata una qualità del cibo destinato al personale giudicata insufficiente. Aliberti richiama piatti recuperati da eventi e riscaldati più volte, fino al punto di raccontare di aver mangiato risotti con chicco gonfio, tanto da richiedere il taglio con il coltello. Pur senza pretendere specifici standard elevati, Aliberti pone l’accento su un livello minimo di dignità alimentare.
franco aliberti: abusi fisici, insulti e umiliazioni sul posto di lavoro
Il racconto dello chef Aliberti include episodi di abuso e comportamenti coercitivi. Vengono citati gesti e contatti sulla sua pelle come ginocchiate, gomitate e spintoni, insieme a insulti. Aliberti menziona anche scherzi descritti come atroci, tra cui la teglia vuota tirata fuori dal forno e lasciata in mezzo, con il rischio di scottature per chi l’avrebbe afferrata.
Nel ricostruire la dinamica, Aliberti afferma di non aver subito traumi fisici gravi, ma di aver vissuto gesti umilianti. Nella prospettiva riportata, tali comportamenti sarebbero stati percepiti come normali: in alcuni casi, anche come “sfide” e prove da superare, con una risposta basata su resilienza e dimostrazione sul lavoro.
palpeggiamenti e contatto fisico non richiesto come pratica frequente
Aliberti dedica una parte rilevante del racconto alle modalità di umiliazione rivolte alle donne, descrivendo come la minore forza fisica venga richiamata con l’obiettivo di abbattere la persona e sminuirla. Nel testo viene riportato che i palpeggiamenti sarebbero stati all’ordine del giorno, con mani addosso, commenti sul corpo e contatto fisico non richiesto. Aliberti sottolinea che la scena avverrebbe davanti a tutti, senza interventi.
il caso noma e la rottura del silenzio: cambiamenti percepiti e speranza nel settore
Lo chef Aliberti esprime l’auspicio che il “caso Noma” contribuisca ad abbattere un muro di silenzio. Nel quadro delineato, il sistema che avrebbe funzionato per decenni starebbe iniziando a sgretolarsi. Vengono citati fattori come il rifiuto da parte dei giovani, il ritiro degli sponsor, l’attivazione di indagini da parte dei giornali e la crescita di richieste da parte dei clienti su ciò che accade dietro menu costosi.
Aliberti ribadisce anche un valore positivo del lavoro in cucina: fare il cuoco viene descritto come uno dei mestieri più belli al mondo, con l’idea che sia un peccato non preservarlo.
vita fuori dalle stelle: scelte personali e centralità della famiglia
La narrazione si chiude con la scelta di vita di Aliberti. Lo chef afferma che poter stare a casa e crescere i figli è un privilegio. Sono presenti anche attività compatibili con la famiglia: consulenze ed eventi, purché organizzati in modo sostenibile.
Aliberti descrive inoltre la necessità di pianificare la gestione domestica tramite figure di supporto come la babysitter, sottolineando che il tempo disponibile deve avere valore concreto. La trasformazione riguarda anche l’identità professionale: la “sostenibilità” prima collegata ai piatti viene riportata alla dimensione personale, nella vita quotidiana.
personaggi citati
- Guido Mori
- René Redzepi
- Franco Aliberti


