Usa: ennesima pena capitale nonostante la carenza di prove. Troy Davis è stato giustiziato

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Era diventato l’ennesimo simbolo della lotta contro la pena di morte negli Stati Uniti. Troy Davis, 42 anni, è stato giustiziato ieri in un carcere di Jackson, in Georgia.
“Ha un buono stato d’animo, è in pace e prega sempre. Ma ha anche detto che non smetterà di lottare fino al suo ultimo respiro e che la Georgia sta per spegnere la vita di un innocente”, ha raccontato Wende Gozan Brown, un attivista di Amnesty International che ha potuto fargli visita ieri.

La condanna a morte per iniezione letale è avvenuta per un episodio che risale al 1989. Troy Davis era accusato di aver ucciso un poliziotto a Savannah, Mark MacPhail, che, sebbene fuori servizio, era intervenuto per difendere un senzatetto vittima degli scherzi violenti di un gruppo di delinquenti. All’epoca Davis aveva 19 anni e più volte il processo a suo carico è stato rinviato per carenza di prove concrete.
Tanto è vero che anche un esperto come William Sessions, ex direttore della Cia ed ex giudice, aveva precisato che sulla sua colpevolezza c’erano “seri dubbi, alimentati da ritrattazioni di testimoni, accuse di coercizione da parte della polizia, e mancanza di serie e concrete prove”. Tutti argomenti che hanno portato per quattro volte, dal 2007, a rinviare l’esecuzione.

Il trattamento riservato a Troy Davis  si può paragonare alla tortura, soprattutto quando più volte si è trovato a poche ore dalla morte, dopo aver già dato i suoi ultimi addii” ha affermato un altro attivista di Amnesty, Brian Evans.
Nemmeno tutte le proteste in tutto il mondo o l’adesione alla causa contro la pena di morte da parte di personaggi autorevoli e illustri sono valse a salvargli la vita. È stata una protesta che ha visto il coinvolgimento anche di Papa Benedetto XVI, dell’ex presidente Jimmy Carter, dell’arcivescovo Desmond Tutu e di molti esponenti politici e personaggi pubblici americani e internazionali.
C’è stata anche una manifestazione all’esterno della Casa Bianca per chiedere l’intervento del Presidente Obama, ma quest’ultimo ha fatto sapere di non voler interferire con le procedure di uno Stato federato degli Usa.