Elezioni USA: guida ai candidati repubblicani

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(immagine da wessexscene.co.uk)

 

Mancano ancora diversi mesi alla convention repubblicana che si terrà dal 27 agosto a Tampa, in Florida, e nel corso della quale verrà ufficializzato il nome dello sfidante a Barack Obama. In questa lunga corsa, i candidati alla nomination si sfideranno in una serie di primarie per aggiudicarsi almeno la metà più uno dei 2286 delegati previsti.

La premessa è doverosa per inquadrare l’impatto numerico dei primi due test che sono già avvenuti: quello nell’ Iowa che assegna 28 delegati, e quello nel New Hampshire che ne assegna 12. Questi test sono utili non tanto nell’apporto numerico finale, bensì per intuire le tendenze e le dinamiche interne del partito repubblicano e, più in generale, del suo elettorato. Tali movimenti, infatti, sono fondamentali per i candidati al fine di dare credibilità alla propria nomination di fronte ai media e per promuovere la raccolta dei fondi necessari a sostegno della candidatura. Un esponente che non riesca a dimostrare appeal nei confronti dell’elettorato vede, infatti, ridurre drammaticamente i propri margini di manovra.

In entrambi gli eventi ha prevalso Mitt Romney (64 anni), governatore del Massachusetts fino al 2007, con alle spalle una carriera nel mondo del business e di religione mormone. Gode, secondo il sondaggio IPSOS-Reuters del 10 gennaio, del 29% dei consensi a livello nazionale nell’elettorato repubblicano e indipendente. Romney ha l’appoggio dell’establishment del partito, ma non è detto che sia un fattore completamente positivo a soli due anni dall’esplosione del fenomeno dei Tea Party. I principali finanziatori della sua campagna sono Goldman Sachs, Credit Suisse e Morgan Stanley e in generale raccoglie il sostegno del mondo finanziario. Parecchi media ne hanno evidenziato, tuttavia, le debolezze sia caratteriali (secondo molti analisti sarebbe un uomo che non appassiona), sia programmatiche, specie nel campo dell’economia che è la hot-issue di questa campagna elettorale. La sua squadra economica comprende solo elementi di scuola keynesiana che, come è noto, mal si concilia con la richiesta di buona parte della base repubblicana di tagli alla spesa pubblica. E’ comunque da considerare che la presidenza Obama ha, in un solo mandato, più che raddoppiato il debito pubblico americano e che gli elettori indipendenti con sensibilità sul tema probabilmente si tureranno il naso e sceglieranno il “male minore”. Da front-runner, opterà per una strategia di attacco verso Obama e proverà ad ignorare, per quanto possibile, i suoi competitor diretti nel campo repubblicano. Le sue posizioni moderate lo rendono, dunque, il candidato più “electable” in quanto il più vicino, ad oggi ,a battere Obama (48-43). Inoltre, potrebbe ottenere un grosso vantaggio dal ritiro di Jon Huntsman (51 anni), businessman che ha servito come advisor per Ronald Reagan e come ambasciatore a Taiwan. Il buon risultato di quest’ultimo in New Hampshire (terzo con il 17%) rendono però difficile il realizzarsi a breve questo scenario: al contrario, potrebbe accadere che la candidatura di Huntsman provochi un’erosione del consenso di Romney in momenti chiave della campagna elettorale, impedendogli di consolidare la posizione ottenuta.

D’altro canto proprio i Tea Party, fenomeno composito e dalle molte sfumature ideali (il comun denominatore sono un governo limitato costituzionalmente, politica fiscale responsabile e libero mercato), non sembrano essere in grado di unirsi nell’appoggiare continuativamente un unico candidato. Nel 2011 molte delle personalità da loro appoggiate sono state, in un primo momento, premiate dai sondaggi, per poi rimanere bruciate da bruschi crolli di popolarità in seguito a campagne mediatiche particolarmente invasive. Due di loro, Herman Cain e Michelle Bachman, hanno già abbandonato la corsa nei mesi scorsi.

Al secondo posto il sondaggio vede alla pari Ron Paul (terzo in Iowa e secondo in New Hampshire) e Newt Gingrich con il 17% delle preferenze.

Ron Paul è un settantaseienne medico ginecologo, battista, esponente dell’area libertaria del GOP. E’ l’unico, oltre a Romney, ad essere presente sulla scheda delle primarie di tutti gli Stati. Si presenta con un programma molto radicale che prevede un taglio di mille miliardi di dollari della spesa pubblica (su spesa attuale, non su quella prevista) ottenuto con il ritiro delle truppe dall’estero e l’abolizione di 5 dipartimenti, l’equivalente dei nostri ministeri. In politica estera si configura come un non interventista, mentre da sostenitore della scuola economica austriaca pensa a sostituire la FED con un sistema difree-banking, eliminando quindi il monopolio nel mercato della moneta. Per queste idee visionarie, considerate dai media fuori dall’attuale senso comune, Paul è stato inizialmente etichettato come un candidato non eleggibile o peggio ancora come “lo zio pazzo che si tiene in cantina”. Al contrario, dopo i primi due test elettorali sembra che, in un momento di crisi e di incertezza come l’attuale, le sue idee non convenzionali riscuotano successo. E’ diventato così un candidato “electable” che si piazza secondo nelle possibilità di battere Obama (48-41). Rimane da capire se la sua piattaforma programmatica possa divenire maggioritaria in un partito repubblicano che è stato dominato per un decennio dalla dottrinaneocon che prevede un ruolo molto attivo degli USA su scala globale, e se le sue idee libertarian non risultino troppo ostiche ai social conservative, che a tutt’oggi rappresentano una buona fetta dei repubblicani.

Paul aveva già corso, con risultati scarsi, nel 2008 alle primarie repubblicane (e prima nel 1988 nel partito libertario), e possiede da allora una ottima e ramificata struttura organizzativa sul territorio. Nonostante i più che buoni risultati di fund raising, è da verificare se la base che lo sostiene riuscirà a mantenere lo sforzo economico necessario. Infatti, gran parte dei suoi finanziamenti provengono da privati cittadini. Analizzando i numeri forniti della Federal Election Commission, emerge un dato singolare per un candidato non interventista: le prime tre organizzazioni che finanziano la campagna elettorale di Paul sono rispettivamente l’esercito, l’aviazione e la marina degli Stati Uniti. Rassicurante per lui e per le idee che porta avanti l’incredibile entusiasmo giovanile della sua campagna. Se, infatti, si analizzano i risultati dell’Iowa e del New Hampshire, nonché i sondaggi a livello nazionale, raccoglie il 47% dei consensi espressi da minori di 29 anni. Proprio per questo, a mio parere, se anche non ottenesse la nomination, molte sue idee plasmeranno la piattaforma politica del partito repubblicano nei prossimi anni. La sua strategia verso la nomination consisterà nell’unificare il campo antiestablishment del partito repubblicano accreditandosi come l’unico candidato per un reale cambiamento. Per raggiungere tale obiettivo, punterà probabilmente sulla issue in cui è forte, e cioè la politica economica, dove può cercare di ricompattare il campo Tea Party. E cercare, inoltre, di attrarre il voto indipendente nelle primarie aperte.

Newt Gingrich, 69 anni, cattolico, ex professore universitario di Storia, ex speaker della Camera dei Rappresentanti, è un politico con esperienza di area neoconservatrice. Molto difficile definirloantiestablishment. I dati a livello nazionale, in calo nell’ultimo mese, faticano a dare un impulso alla sua campagna. I primi due test, con risultati deludenti, evidenziano tale debolezza e si giocherà il tutto per tutto nelle primarie del South Carolina e della Florida, stati conservatori e come lui social conservative. Finora il suo fund raising è stato debole, si è indebitato, e le sue performance contro Obama sono in assoluto le più negative (53-38). I maggiori fondi alla sua campagna provengono da imprese non finanziarie. E’ danneggiato anche dal fatto che il nucleo della sua potenziale base elettorale, l’elettorato neocon e social conservative, è diviso tra lui e Rick Santorum, cattolico e di origini italiane, che raccoglie circa il 12% dei consensi dopo il secondo posto da lui ottenuto in Iowa. Quest’ultimo, in caso di ulteriore risultato deludente di Newt nelle prossime due primarie, potrebbe diventare definitivamente il loro preferito.

Rick Perry, 61 anni, metodista, attuale governatore del Texas, di famiglia imprenditoriale (piantagioni di cotone) ha un lungo trascorso nel partito democratico. La sua campagna non è mai realmente decollata e forse, anche per questo, non ha ancora lasciato la carica di governatore per dedicarsi full time nell’ottenere la nomination. Anche se, ad oggi, è il secondo come disponibilità di fondi, i suoi risultati si attestano all’1% circa del New Hampshire e poco di più nei sondaggi nazionali. Difficile, ma non impossibile, che riesca a reinserirsi nella corsa alla presidenza. E’ più probabile che stia attendendo il momento più propizio per esprimere l’endorsement di un altro candidato.

Alla luce di questa analisi, emerge dunque il quadro di un partito repubblicano molto diviso, impressione che per questa elezione verrà accentuata anche dal passaggio, nella maggior parte degli Stati, dal sistema cosiddetto “First Past the Post“, che assegnava al vincitore tutti i delegati di uno Stato, ad un sistema proporzionale. Inoltre, quest’anno le primarie sono ordinate quasi per popolazione degli Stati, con quelle che garantiscono più delegati per ultime. Non è detto, quindi, che neanche il famoso “Super Tuesday” del 6 Marzo consegni uno scenario veramente chiaro e definitivo.

Fonte:
The Fielder