Egitto. Rivoluzione, parte 2. Scontri contro il potere militare.

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Il Cairo – Ancora scontri tra manifestanti e forze dell’ordine per la “rivoluzione mancata“.

Dalla caduta di Hosni Mubarak il potere si è concentrato nelle mani del governo presieduto dal primo ministro Essam Sharaf e soprattutto nelle mani del Consiglio Supremo delle Forze Armate. Proprio a quest’ultimo, in particolare, sono maggiormente rivolte le accuse di aver tradito la rivoluzione impedendo il trasferimento dei poteri verso rappresentanze civili e verso un vero processo di democratizzazione.

In seguito agli scontri, che hanno visto infiammare nuovamente le famose piazze egiziane (la più famosa, Piazza Tahrir), i componenti dell’Esecutivo egiziano hanno rassegnato ufficialmente le dimissioni e rimettendo il proprio mandato a disposizione del Consiglio Supremo delle Forze Armate che, ancora oggi , non ha deciso se accettarle o meno.

Il vice primo ministro egiziano, Ali el Selmi, ha dichiarato che le elezioni parlamentari si terranno, come già previsto, a partire dal 28 novembre, sia che sia in carica il governo di Essam, sia che ci sia un nuovo governo. Il popolo però sa bene che, comunque vadano le elezioni, i militari non hanno nessuna voglia di lasciare il potere che attualmente detengono.

Anche Amnesty International denuncia il tentativo militare di far fallire la rivoluzione verso la democratizzazione del paese e verso il rispetto dei diritti umani. Infatti lo dimostra il fatto che nei giorni scorsi il vice primo ministro, Ali Selmi, aveva proposto una modifica alla costituzione che prevedeva di dare una speciale immunità ai militari e di sottrarre i loro bilanci ai controlli del parlamento. Proposta che aveva irritato tutte le forze politiche, specie dei Fratelli Musulmani che sono i favoriti nelle prossime elezioni legislative, e che aveva generato gli scontri sanguinosi di venerdì scorso.

Le forze dell’ordine nemmeno stamattina hanno risparmiato violenza e pestaggi ai manifestanti, facendo aumentare il bollettino di guerra di altri 20 feriti “civili”, di cui 3 gravi. Inoltre è stato scoperto e denunciato da alcune fonti mediche che in questi giorni i militari stanno usando un gas fumogeno “diverso” da quelli usati in passato. Si tratterebbe di gas che contiene una sostanza illegale che ne aumenta, e di molto, gli effetti di “dissuasione al manifestare”, provocando un vero e proprio blocco del sistema nervoso per alcune ore. Dopo tale periodo pare che di tale sostanza non se ne rilevi più traccia nell’organismo.

Alle manifestazioni non partecipano i Fratelli Musulmani d’Egitto. Il Partito della libertà e giustizia, organo politico dei Fratelli musulmani, hanno reso noto che tale decisione è stata presa per non «trascinare il popolo verso nuovi scontri sanguinosi con partiti che cercano vantaggi dalle tensioni».

Intanto che le forze politiche e militari comunichino la decisione di accettare o meno le dimissioni del governo in carica, in piazza Tahrir si lavora per un governo di salvezza nazionale composto dai quattro esponenti delle quattro forze politiche presenti nelle piazze: Mohamed el Baradei, ex direttore generale dell’Agenzia Atomica Internazionale, liberale; il candidato della sinistra Hamdeen Sabahi, capo del partito Karama (Dignità); il Fratello Musulmano Abdel Moneim Aboul Foutouh ed il candidato salafita Hazem Abou Ismail.