La donna scende in piazza a gridare il suo disagio

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Le donne italiane sanno fare da sole, anche la rivendicazione dei propri diritti, umani, sociali, di cittadine e lavoratrici di un Paese socialmente degradato. Secondo i dati del Global Gender Gap, nel 2010 l’Italia è scesa al settantaquattresimo posto per la situazione arretrata in cui versa la politica sociale.

Il ritorno a Siena, dopo il primo incontro a febbraio, di oltre duemila donne, nei due giorni del nove e dieci luglio, ha portato alla luce la coscienza forte e sicura della fetta di cittadinanza al femminile italiana. La piazza gremita ha richiamato alla memoria i paradossi di un tempo in cui allo sviluppo tecnologico e produttivo si affianca un serio sottosviluppo socio-culturale. Le disuguaglianze si innescano come fenomeno di massa e imperversano nei rapporti lavorativi, come nel caso delle donne disoccupate, in quelli di maltrattamento e stalking sul posto di lavoro, fino ai casi estremi di violenza carnale e omicidi in seguito a stupri, tanto gravi da essere insoluti, come nel caso di Sarah Scazzi. La denuncia che le cittadine italiane hanno portato avanti è al di là del partito, della classe di appartenenza e della provenienza. L’Italia ha gridato il suo urlo di dolore e di disapprovazione verso una situazione vergognosa, di fronte a episodi ripetuti di indifferenza per il mondo al femminile. Il movimento Se non ora quando è la punta dell’icerberg di una situazione declamata ancora in poche circostanze, ma che esprime il disinteresse per la prevenzione, poco presente in Italia, delle ingiustizie che le donne subiscono, troppo spesso in silenzio, senza potersi difendere abbastanza.

Il disturbo sociale è ancora sottomesso alle politiche economiche, della donna considerata come oggetto. Il danno principale inferto è dato dall’eccessivo interesse all’esteriorità, come nel mondo dello spettacolo, di ridicolizzazione del corpo e di vendita della persona. Le giovani non trovano esempi né nella multimedialità senza guida, né sul posto di lavoro in cui sono succubi di un maschilismo ancora diffuso e poco denunciato. L’irrazionalità della continua connessione delle donne all’idea di essere importanti solo come un mero corpo ha portato al caso Ruby, come a tanti che spesso sfuggono ai mezzi dell’informazione e che ancora si nascondono tra le mura domestiche.

Le associazioni di volontariato in rosa mirano a proteggere la donna che ha subito un sopruso e a rivendicare i suoi diritti alla giustizia sociale, affinché quello della manifestazione non sia un urlo nel deserto ma arrivi alle orecchie di chi può aiutare a emergere, dalla massa indiscriminata di mobbing, la parte più indifesa della società. La donna madre, nucleo familiare, la donna nella fabbrica, ricordata l’otto marzo, la donna che chiude la porta di casa e grida giustizia, sempre la stessa che subisce la violenza di un mondo tagliato per un altro sesso, da un’inciviltà ormai inconcepibile. A ricordare le vittime italiane di casi estremi di insensibilità e umiliazione a discapito del cuore al femminile sono state le stesse persone che vogliono lottare per aiutare a migliorare l’Italia a partire dalle fasce deboli.

Che sia la forza della vittima consapevole o la disperazione, le donne non rimangono in silenzio e chiedono il rispetto della loro intelligenza.

Silvia Redente