Torna di moda la riforma elettorale

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In questi giorni è tornato d’attualità il tema della riforma elettorale, un must che ciclicamente si ripete nel corso di ogni legislatura.

Le posizioni dei vari partiti si sono delineate nei mesi scorsi, e probabilmente evolveranno ancora: comunque sia, è quasi unanime l’intenzione, almeno a parole, di restituire agli elettori la scelta dei propri rappresentanti; che ciò debba avvenire con il sistema dei collegi uninominali – ipotesi che va per la maggiore – o con quello delle preferenze (che hanno molti detrattori), sembra secondario. Più controverso è il sistema di attribuzione dei seggi: se molti si dichiarano a favore del maggioritario per “difendere il bipolarismo” (con ciò rivelando una scarsa conoscenza della scienza politica di base), altri premono per il ritorno ad un sistema più proporzionale. Il Partito Demcoratico è l’unico partito ad avere da tempo assunto ufficialmente una propria bozza di riforma: un sistema misto che assegni il 70% dei seggi con il sistema maggioritario a doppio turno (come nel sistema francese), e il restante 30% con il proporzionale. Una sorta di “mattarellum rinforzato”, senza la doppia scheda e senza coalizioni determinate prima del voto.

Ma sembra che lo stesso PD non ci creda molto, nella sua proposta. Tanto è vero che il duo Ceccanti-Vassallo si è ancora una volta fatto avanti (dopo lo sfortunato precedente di 4 anni fa con il “vassallum”), proponendo nuovamente un una via di mezzo tra sistema tedesco e sistema spagnolo: un proporzionale con collegi uninominali ma a ripartizione proporzionale, con una soglia nazionale del 3% ma circoscrizioni molto piccole (e soglia implicita intorno al 5%). Metà parlamentari saranno eletti tra i vincitori nei collegi, l’altra metà in liste bloccate, ma molto più corte (e quindi controllabili) di quelle attuali. Su questa proposta sembra esserci un cauto consenso iniziale piuttosto trasversale (PD-PDL-Terzo Polo), ma non è escluso che vengano fatte avanti altre proposte, e che il tavolo salti ancora una volta.

Il PDL dal canto suo, oltre ad una generica disponibilità verso un sistema simil-spagnolo (proporzionale che favorisca i partiti maggiori) parte invece dalla proposta di emendare il “porcellum”, anche modificando il premio di maggioranza al Senato per evitare pericoli di maggioranze diverse nelle due Camere. Nel Terzo Polo, invece, è l’UDC a premere da anni per un sistema proporzionale ispirato al modello tedesco, con un’alta soglia di sbarramento (5%) e metà dei parlamentari eletti in collegi uninominali, un’ipotesi che ha un discreto consenso anche dentro il PD. Questo sistema peraltro, stante l’attuale scenario partitico italiano, costringerebbe probabilmente a formare le maggioranze di governo dopo le elezioni. Ma IDV e SEL (quest’ultima al momento fuori dal Parlamento) vogliono invece un maggioritario di coalizione per “costringere” il PD a scegliere con chi allearsi prima del voto.

Più dinamica è la situazione della Lega: dai leghisti non è mai venuto un attacco diretto alla “legge porcata” (così chiamata proprio dal suo estensore leghista, Roberto Calderoli). Ma le evoluzioni delle scorse settimane, e soprattutto di quelle a venire, porteranno il partito di Bossi e Maroni a dover scegliere da che parte stare quando la questione sarà discussa in Parlamento. Se lo strappo con il PDL diventerà definitivo, il vincolo di coalizione previsto dal “porcellum” perderà di significato e la strada verso un proporzionale senza premio di maggioranza si farà in discesa; viceversa, il ricomporsi della frattura vedrà il centrodestra compatto nel difendere a oltranza un sistema che preveda un meccanismo di coalizione e un impianto maggioritario.

Ma torniamo a concentrarci su ciò che bolle in pentola in casa PD. Perché, oltre a sussistere la divisione – sottaciuta, ma sempre viva e vegeta – tra “maggioritaristi” (come Rosy Bindi e Arturo Parisi) e “proporzionalisti” (tra cui Massimo D’Alema ed Enrico Letta), è più viva che mai una questione emergente con la quale i dirigenti democratici dovranno fare i conti nel prossimo futuro: e cioè le crescenti pressioni della base affinché i candidati del PD siano scelti tramite le primarie. La proposta è nell’aria in realtà già da qualche anno, da quando cioè il “porcellum” si è affermato presso l’opinione pubblica di centrosinistra come il male assoluto e sono fiorite proposte per correggerne i mille difetti. Ma da qualche tempo, grazie anche al dibattito sorto durante la campagna per la raccolta delle firme per i referendum, questa soluzione in particolare si è affermata come una possibilità concreta. In un’editoriale di prima pagina, il direttore di “Repubblica” Ezio Mauro ne ha parlato come di un “apriscatole del sistema”. Pochi giorni dopo, nel corso dell’assemblea nazionale del PD di fine gennaio, il segretario Pierluigi Bersani ha “posto la fiducia” sul suo impegno ad organizzare tali primarie nel caso si rivelasse impossibile riformare la legge elettorale in Parlamento, obiettivo primario dei democratici. In tal modo è stata fatta ritirare la mozione che chiedeva alla dirigenza di redarre un regolamento in materia, in modo da non trovarsi impreparati e non sentirsi dire per l’ennesima volta che “non c’è tempo”. Nessuno sembra però porsi il seguente problema: se si riformasse la legge elettorale e si tornasse – ad esempio – ai collegi uninominali, come dovrebbero essere scelti i candidati del PD nei singoli collegi? Se la risposta dei dirigenti sarà di chiudersi nell’autoreferenzialità di scelte strategiche come questa, sarà un gran brutto segnale per i democratici italiani.

 

Fonte: TheFielder