Il rebus dei finanziamenti ai partiti

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Le ultime vicende riguardanti la mala gestione dei patrimoni finanziari di alcuni partiti hanno riportato a galla, dopo diverso tempo, la questione mai risolta e forse eternamente problematica delle modalità attraverso le quali i partiti italiani reperiscono le risorse. Cerchiamo di evidenziare quali siano le problematiche esistenti, provando a non cadere in facili demagogie.

I partiti della Prima Repubblica erano soliti godere di cospicui finanziamenti occulti provenienti dai rispettivi blocchi di potere. Il contesto era però quello della Guerra Fredda e dello scontro con il comunismo, quindi questi aspetti, da molti conosciuti, passavano comunque in secondo piano. Con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Urss il sistema politico internazionale mutò radicalmente e assai velocemente, fino al terremoto che travolse anche i partiti italiani ed i loro metodi di finanziamento fondati sulle maxitangenti e sui contributi occulti.

Sull’onda di questi avvenimenti, poco tempo dopo, si votò un referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, stabilito dalla Legge Piccoli del 1974. Forse l’obiettivo era impedire ai nuovi partiti politici di approfittare dei soldi pubblici, ma allo stesso tempo li si metteva all’angolo. Niente più fondi illeciti (tangenti, contributi dall’estero), ma nemmeno soldi dalle casse statali. Tanto è vero che i partiti, indispensabili attori del processo democratico, si adoperarono per aggirare di fatto il dettato referendario: dal 1993 al 2006 la legislazione in materia espanse sempre di più i benefici economici per i partiti, disciplinando il cosiddetto “contributo per spese elettorali”. Questi rimborsi elettorali oggi rappresentano in media l’80% dei bilanci dei nostri partiti, con punte che arrivano al 99% per alcuni soggetti di cartello. Si pensi al Partito dei Pensionati, che alle Europee del 2004 ha ricevuto, secondo i calcoli riportati da Rizzo e Stella nel loro celebre “La Casta”, ben 180 euro per ogni singolo euro investito nella campagna elettorale. Infatti basta raggiungere l 1% dei consensi per aver diritto al rimborso (gonfiato).

Gli ultimi casi di cronaca sul tema (vicenda Lusi e patrimonio di AN) hanno evidenziato il fatto che i nostri partiti politici prendono soldi anche da “morti” e questi loro patrimoni sono gestiti in maniera dilettantesca, arbitraria e assolutamente poco trasparente da personaggi ambigui, oltre ad essere alquanto trascurati dai loro leader e dai mass media, i quali se ne occupano soltanto quando ne emergono scandali. I soldi che si impiegano in campagne elettorali poi lievitano (Lega Nord alle politiche 2008: spese accertate meno di 3 milioni, rimborsati 41!) e vanno a rimpinguare i bilanci dei partiti. Un’altra voce d’entrata sono le “erogazioni liberali in denaro” che i cittadini possono fare ai loro partiti, le quali sono detraibili dalle tasse per il 19 % fino a centotremila euro circa, diversamente da quelle in favore di associazioni di beneficenza, onlus ecc che lo sono solo fino a duemila.

Oltre ovviamente a condannare questi scandalosi difetti del sistema, tentiamo di capire il motivo per il quale i nostri partiti debbono fare cassa in simili maniere. Trovare una spiegazione non è difficile, e non significa certo voler giustificare la situazione.  La partecipazione dei cittadini al funzionamento democratico è in sensibile calo, e mancando il contributo di iscritti e finanziatori i partiti si affidano quasi in toto ai rimborsi elettorali. La loro erogazione è (volutamente?) poco chiara e li gonfia trasformandoli in veri e propri finanziamenti di Stato, nella quasi totale indifferenza di cittadini e media, i quali sembrano ormai aver dato un tacito assenso, o essersi rassegnati. Se provassimo a guardare la vicenda dal punto di vista dei soggetti politici ci verrebbe spontanea una domanda: “Se si contribuisce assai meno di una volta alla nostra opera, come possiamo svolgere il nostro compito, specialmente in un contesto come quello italiano nel quale i nostri tentacoli si infilano in moltissimi settori della società?”.

Con ciò non si vuole affatto difendere lo status quo, il quale avrebbe chiaramente bisogno di una riforma dal punto di vista normativo, compreso quello culturale. Ammettendo che ai partiti servono delle risorse per il loro compito e che, se nessuno è disposto a provvedervi, deve essere lo Stato a farlo, però con meccanismi ultra trasparenti e controlli rigorosissimi a farvi fronte. Quello che ad oggi purtroppo manca.

Fonte: TheFielder