Facebook, ragazzina punita dai prof per i post

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R. S., dodicenne americana iscritta alla Minnewaska Area Middle School, ha deciso di fare causa alla sua scuola e di chiedere i danni per gli ingiusti abusi subiti dagli insegnanti.

Tutto è cominciato dopo che la ragazzina, da casa sua, avrebbe postato sulla sua bacheca di Facebook un commento sul direttore dell’aula studio scrivendo di odiarlo perché quest’ultimo era molto severo con lei.

Giunta voce al Preside, quest’ultimo ha deciso di punire la ragazzina, costringendola a rimanere a scuola oltre le normali ore di lezione e a scrivere formalmente le sue scuse al direttore dell’aula studio.

Qualche giorno dopo la ragazzina è stata nuovamente “pescata” per un nuovo post in cui lei si chiedeva chi avesse fatto la spia col Preside ed è stata punita con una sospensione per un breve periodo e divieto di partecipare a una gita sulla neve.

Ma la vicenda non finisce qui. La mamma di un suo compagno di scuola ha saputo che suo figlio e R.S. avevano parlato di sesso in chat e lo ha riferito a un loro insegnante. Questa volta, per punire la povera adolescente, tre dirigenti scolastici hanno convocato la ragazza e l’hanno costretta a rivelare la password del suo account Facebook e quella del suo indirizzo di posta elettronica.

In tutte e tre le vicende, la ragazzina è stata umiliata e punita, spaventata ed offesa.

Per tutelare i suoi diritti, i genitori della dodicenne si sono rivoltiall’American CivilLiberties Union (Aclu), un’organizzazione non governativa che difende le libertà personali dei cittadini che vivono negli Usa.

Secondo le accuse formulate dall’organizzazione, la scuola avrebbe violato il primo e il quarto emendamento della Costituzione americana che garantiscono la libertà di parola e il diritto a non essere perquisiti ingiustificatamente. Oltra ciò, le accuse comprendono anchela violazione della privacy della dodicenne ad opera dei suoi insegnanti, avendo questi ultimi letto i messaggi privati sul social network.

Secondo l’organizzazione, il personale scolastico non doveva obbligarla a rivelare i suoi dati personali, soprattutto perché i genitori della dodicenne non avevano autorizzato la scuola a controllare la sua posta privata.

Wally Hilke, membro dell’Aclu: “R. S. è stata intimidita, spaventata, umiliata e chiusa in una piccola stanza della scuola”.Queste persone adulte hanno traumatizzato un minore e non hanno dato alcun peso ai suoi diritti”.

Infatti- sostiene l’accusa  – il comportamento degli insegnanti ha procurato una tale vergogna alla ragazzina al punto che non è più tornata a scuola.

Da parte sua la scuola si difende e afferma di non aver violato alcun diritto civile.