Infarto: una nuova tecnica permetterà l’autoriparazione del cuore

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Infarto

 

La ricerca tutta italiana, condotta dall’Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ibcn-Cnr) di Roma e dall’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico MultiMedica di Milano, ha grandi potenzialità e immense promesse. La tecnica è quella di usare i cardiomiociti (le cellule cardiache adulte e quindi già differenziate) come una sorta di “interrutore genetico”, cioè di riportarle ad uno stadio embrionale (simile a quello delle cellule staminali) in modo che siano autonomamente capaci di riconoscere e quindi di riparare i danni provocati da un infarto. A quanto pare il meccanismo scoperto dall’equipe funziona molto meglio con le cellule muscolari adulte e già formate del cuore umano.

I ricercatori italiani hanno basato i loro studi su quelli condotti dall professor Shinya Yamakanaka secondo cui è possibile, attraverso la manipolazione in vitro, “riprogrammare” le cellule di età avanzata in cellule staminali pluripotenti indotte, riuscendo così a ripristinare la capacità di suddivisione e quindi di moltiplicazione in cellule oramai prossime alla fine del loro ciclo ( http://accento-news.it/lifeastyle/lifeastyle/salute/1269-l-invecchiamento-%C3%A8-reversibile-la-scoperta-di-un-%C3%A9quipe-francese.html ). Infatti, come spiega Roberto Rizzi : “I cardiomiociti hanno capacità proliferative minime se non assenti e ciò significa che a seguito di danno ischemico cardiaco, come per esempio nell’infarto, si crea una cicatrice riducendo la capacità funzionale del cuore, situazione nota come scompenso cardiaco. La ricerca ha messo in evidenza che le cellule multipotenti indotte ottenute dai cardiomiociti hanno una capacità maggiore di ridiventare nuovamente cellule cardiache contrattili, rispetto ad altre cellule staminali. Nel 2006, un ricercatore giapponese, Shinya Yamanaka, ha dimostrato la possibilità di riportare cellule neonatali e adulte, quindi già differenziate ad una condizione di ‘staminalità’, con la capacità di generare tessuti pari a quella delle cellule staminali embrionali con l’introduzione di pochi geni fetali. Queste staminali ottenute da cellule mature erano state definite multipotenti indotte. Il nostro lavoro ha dimostrato che, attraverso l’introduzione di geni fetali all’interno del genoma di cardiomiociti post-natali, è possibile ricondurre queste cellule già differenziate a uno stato embrionale. Una volta ottenute le staminali dai cardiomiciti, queste sono state indotte a differenziare nuovamente in cellule cardiache battenti”. 

Se questo studio dovesse effettivamente essere valido aprirebbe nuovi orizzonti e non avrebbe gli stessi problemi e implicazioni etico-morali della ricerca con le cellule embrionali.