Salari: problematiche e proposte

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(immagine da blitzquotidiano.it)

Non è una novità che i salari italiani siano più bassi rispetto alla media degli stati aderenti all’UE, come ogni rilevazione dei vari istituri di statistica non fanno che sottolineare, ma, oggi, questo gap sembra sempre più accentuato e insostenibile.

Negli anni passati si era imputato il problema ad una cattiva gestione dell’economia da parte del governo di centro-destra e alla c.d. finanza creativa applicata dal ministro Tremonti; la successiva vittoria della coalizione di centro-sinistra fu vista, da buona parte dei media, come l’avvento di una nuova era di prosperità e di giustizia sociale.

La realtà, purtroppo, è stata differente: l’aumento spropositato e inutile delle imposte ha aggravato una situazione che già prima si palesava come difficile. Nulla valse il ritorno al Governo della compagine guidata da Berlusconi che, dopo aver dovuto appesantire il prelievo fiscale in risposta alla crisi del debito sovrano, è stato scalzato da un nuovo Governo “tecnico”, capitanato dal prof. Mario Monti e fortemente voluto dai partner internazionali, che, come primo atto, ha emanato una manovra economica recessiva, la terza nell’anno di riferimento, che ha ancora inasprito il prelievo fiscale sui cittadini già fortemente tartassati nel quasi totale silenzio delle parti sociali. Il reddito disponbile degli italiani è stato, quindi, ulteriormente eroso a discapito sia del risparmio sia dei consumi.

Ma le retribuzioni sono veramente così basse?

Sicuramente osservando le buste paga al netto di imposte e di oneri sociali la risposta sarebbe sicuramente positiva, ma se si osservassero le retribuzioni lorde e sommate al “cuneo fiscale” pagato dall’impresa la situazione risulterebbe ben diversa. Prendendo, ad esempio, lo stipendio di un neoassunto bancario si potrebbe notare che la retribuzione lorda supera i 2000 euro mensili, i quali andrebbero aumentati del 60% circa, come calcolato dalla media dei salari italiani dalla CGIA di Mestre, relativo al “cuneo” di cui sopra. A tale “cuneo” corrisponde una cifra effettivamente disponibile sul conto corrente ridotta a poco più di 1300 euro, sui quali devono essere, poi, calcolati gli oneri relativi alle accise sui carburanti e sull’energia, e l’imposizione IVA su ogni acquisto. Da questo dicende una verità scomoda: che i salari veri, corrispondenti al costo vivo del lavoro dipendente, sono in realtà elevatisimi, i più alti a livello europeo, probabilmente anche a livello OCSE, a fronte di un potere d’acquisto ogni giorno più flebile.

Da una descrizione siffatta emerge che la sconsiderata politica fiscale possa essere vista come la causa principe della scarsa consistenza delle retribuzioni italiane ma due altri fattori devono essere considerati pariteticamente come cause fondanti della situazione odierna:

  • l’accordo del 1993 tra il governo Ciampi e le parti sociali, le quali hanno rinunciato alla conflittualità, in cambio della possibilità di codecidere le politiche economiche dello stato, accettando una flessibilità verso il basso dei salari, esattamente come previsto dalla sempreverde teoria keynesiana, che lega, cioè, gli aumenti con un tasso di inflazione programmatica che è sempre stato inferiore ai tassi reali; nonostane recenti modifiche alla disciplina della contrattazione collettiva abbiano eliminato questo paramentro la situazione non è cambiata, anzi, talvolta è addirittura peggiorata;

  • l’operazione di svalutazione della Lira per permettere l’ingresso nel regime di moneta unica europea ha fatto perdere, in termini reali, quasi un terzo del valore della vecchia moneta nazionale.

La creazione dell’area Euro ha obbligato, poi, alla creazione di un “tunnel dei prezzi” per impedire gli scambi cross boarder tra gli stati membri, favoriti sia dall’adozione di una moneta unica sia dall’abolizione delle frontiere per permettere la libera circolazione di beni, capitali e servizi così come previsto dal Trattato UE.

Oggi, quindi, si impone una svolta nella gestione del mercato salariale italiano, con la detassazione del lavoro dipendente, cioè con l’abolizione dell’IRAP sul lavoro (anche se sarebbe auspicabile un abolizione dell’ IRAP tout court), non imponibilità delle ore di lavoro straordinario, e così come dei premi di produttività (che sono già tassati alla fonte come reddito d’impresa). Sarebbe aupiscabile, inoltre, la trasformazione della previdenza sociale secondo un vero criterio contributivo, direzione che è stata intrapresa dalla riforma Monti-Fornero, e di efficienza, separando definitivamente la previdenza, alimentata dal sistema contributivo, dall’assistenza, alimentata invece dalla fiscalità generale, permettendo la fine del conflitto generazionale che la struttura dell’INPS crea tra chi oggi opera sul mercato del lavoro e chi, per diritto e limite d’età oggi ne è uscito.

Un ultimo punto potrebbe essere il superamento della logica concertativa del contratto nazionale, permettendo che questo serva soprattutto per stabilire i criteri minimi obbligatori per la stipulazione di un contratto di lavoro subordinato e lasciare più spazio alla contrattazione di secondo livello, alla contrattazione per zone, per ottenere accodi più efficienti legati alle necessità del territorio e al costo della vita, un ideale CCRL (Contratto Collettivo Regionale di Lavoro) e alla restante contrattazione di terzo livello, cioè di Azienda, la fissazione delle quote variabili di salario quali premi di produzione e sistemi incentivanti.

Con trasformazioni del sistema-paese volte in questa direzione potrebbe essere possibile il superamento della situazione, quasi insostenibile, in cui versa l’Italia da decenni, creando un sistema virtuoso di concorrenza fra zone produttive, rilanciando sia la produttività, sia i consumi sia, soprattutto, il risparmio, fonte prima di risorse per gli investimenti, così come i corsi di economia ripetono fin dala prima lezione citando la Legge di Say; purtroppo senza un’autentica volontà di cambiamento, un progetto serio di riforma fiscale, che accolga un criterio federalista, già sancito dalla Costituzione, nell’imposizione e nella raccolta e una riforma seria del mercato del lavoro, volta alla semplificazione contrattuale e alla tutela del reddito e non più, meramente, del posto di lavoro anche una struttura del genere sarebbe insufficiente ma gli interessi privati della politica, dei clienti e delle formazioni sindacali potranno mai permetterlo?

Fonte: TheFielder